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Branwell Brontë di Francesca Santucci (dal notiziario Brontë, settembre 2003)
Fu un duro colpo
per Anne quando il fratello Branwell, precettore
nella stessa famiglia dove lei era istitutrice,
venne scacciato per indegnità. Là dov’Egli in gloria splendente regna, oltre i notturni cieli stellati, nel Suo paradiso di luce, ah! Perché io non posso esservi?
Spesso sveglio all’alba del Natale, nell’insonne crepuscolo disteso e solo, pensieri strani m’affollano la mente di com’Egli per me sia morto.
E spesso giacendo nella mia camera mi sono destato piangendo risvegliato dai sogni in cui lo contemplavo morente sul palo maledetto.
E spesso mia madre ha detto, mentre il capo le abbandonavo sul grembo, che temeva ch’io non per il tempo fossi fatto ma per l’Eternità. Perciò posso ben chiaro leggere il mio diritto a dimorare nei cieli, e lasciate ch’io dalle paure mi congeda ed i miei occhi piangenti asciughi!
Su questa lastra di marmo giacerò, ed ignorerò il mondo per contemplare, sul suo trono di ebano, la luna che avanza nella gloria.
In
seguito, versato come tutti gli altri Brontë per
l’arte grafica, si dedicò alla pittura,
raggiungendo risultati eccellenti che suscitarono le
lodi di tutti, ma Branwell sembrava conseguire
subito eccellenti risultati in qualunque attività
creativa si cimentasse; ben presto, però, abbandonò
anche l’attività pittorica, perché non portava mai a
termine i suoi quadri e questo scoraggiava gli
acquirenti. …La composizione è divisa, quasi al centro, da un grande pilastro, a fianco della colonna illuminata dal sole, siede Charlotte vestita alla moda di quei giorni, con le maniche a grande sbuffo sulle spalle e un largo colletto. Dall’altro lato della colonna, profondamente in ombra sta ritta Emily con appoggiato alla spalla il viso gentile di Anne. L’atteggiamento di Emily mi ha lasciato una impressione di grande forza, quello di Charlotte un’impressione di sollecitudine, quello di Anne, di tenerezza. Le ultime due sorelle sembrano aver raggiunto a malapena il pieno sviluppo fisico, benché Emily fosse più alta di Charlotte; nel ritratto hanno capelli corti e indossano abiti più giovanili.Ricordo di aver fissato quei due volti tristi, intensi, in piena ombra e di essermi chiesta se potevo rintracciarvi la misteriosa espressione che, dicono, presagisca una morte precoce. Provai una tenera superstiziosa speranza che la colonna separasse il fato di quelle due dalla sorte della sorella maggiore, che era sopravvissuta e sedeva a parte nel ritratto. Mi piacque vedere che la zona luminosa di fianco al pilastro era la “ sua”-che la luce cadeva su di “lei”-avrei invece dovuto scorgervi i segni, e ancora più sul viso che mi stava davanti, della morte precoce in agguato. Erano somiglianze azzeccate anche se male eseguite. Da questo posso supporre che la famiglia non s’ingannava pensando che, purché ne avesse l’opportunità e, ahimé, la necessaria tempra morale, Branwell poteva diventare un grande pittore. Nel 1835 nella famiglia Brontë si cominciò a pensare d’inviare Branwell a studiare alla Royal Academy di Londra, con grande entusiasmo del giovane che desiderava ardentemente andare nella capitale, di cui conosceva a memoria le strade, pur non essendoci mai stato prima, per aver studiato una sua mappa topografica. Consapevole delle sue doti, considerava stimolante questo progetto per le sue attività di pittore e scrittore, ma forse Branwell era pure consapevole che le abitudini irregolari che aveva ad Haworth (era abituale frequentatore di osterie, ben accetto dagli osti e dagli avventori perché grande bevitore) erano un ostacolo alla realizzazione delle sue aspirazioni e che, a Londra avrebbe potuto, invece, concretizzarle mettendosi sulla “retta via”. Elizabeth Gaskell riferisce che ne ignora i motivi certi ma che, probabilmente perché sarebbero state eccessive le spese da sostenere per il suo mantenimento, fu poi abbandonato il progetto; in realtà Branwell si recò a Londra, ma vi ritornò senza essersi nemmeno iscritto e dopo aver speso tutto il danaro nelle taverne londinesi. Nel 1839 ci fu un altro allontanamento di Branwell, andò a studiare pittura a Bradford, ma dopo poco ritornò a casa, deludendo ancora una volta tutta la sua famiglia. Nel 1842, dopo aver tentato la carriera di pittore ritrattista, aver smesso di dipingere ed essersi impiegato come precettore nel Cumberland, trovò un lavoro nella ferrovia Manchester- Leeds; ben presto, però, perse anche quest’impiego perché venne licenziato per incuria. Nel gennaio del 1845 approdò, infine, a Thorp Green, come precettore del figlio maschio dei Robinson, la stessa famiglia in cui insegnava anche Anne; gradevole d’aspetto, galante, abile conversatore, scrittore, pittore, con tutte queste lodi non mancò di attirare l’attenzione di Mrs. Lydia Robinson, maggiore di lui quasi vent’anni; i due s’innamorarono ed intrecciarono una relazione. Quando il marito della donna li scoprì, Branwell venne licenziato per indegnità, costringendo Anne a prendere anche lei congedo dai Robinson, e fu allora che, presa coscienza del male commesso, colpito dal rimorso, ancora innamorato della donna che pure diceva di amarlo, ma con la quale si rifiutò di fuggire quando lei rimase vedova, devastato dall’ennesimo fallimento, cominciò ad affondare nell’alcool e nella depressione. Le spiegazioni che Branwell diede ai suoi furono che si era innamorato, ricambiato, di Mrs. Robinson, che il marito aveva scoperto la relazione e minacciato di sparargli se soltanto avesse osato inviare un messaggio a sua moglie. In realtà la storia rimane oscura, forse non si trattava di un amore ricambiato, forse il sentimento era solo da parte di Branwell, forse lei lo aveva inizialmente incoraggiato e dopo si era tirata indietro. Qualunque fosse la realtà dei fatti, che si trattasse davvero di dispiacere d’amore o solo d’orgoglio ferito, reale fu il suo tormento che lo spinse a rifugiarsi nell’alcool, suscitando i sentimenti più disparati nei familiari, stupore, pietà, forse anche disprezzo ed insofferenza di fronte al suo talento sprecato. Negli ultimi anni della sua vita Branwell cominciò ad usare l’oppio per stordirsi, finché, distrutto dall’alcool, dalla droga, dai fallimenti della sua esistenza e dal male di famiglia, la tisi, morì: era il 24 settembre del 1848. Per tutta l’estate, come racconta Charlotte, il suo fisico si era indebolito sempre più, ma nessuno aveva pensato che fosse in punto di morte, e due giorni prima di mancare sembrava essere migliorato anche nell’umore, affermando buoni propositi e mostrando calma e lucidità, ma poi le sue condizioni erano peggiorate, e così se ne andò, dopo aver lottato per venti minuti fra la vita e la morte… Scrisse Charlotte ad Elizabeth Gaskell: Tutti i suoi vizi non furono, non sono, ormai nulla. Ricordiamo solamente i suoi dolori. Dopo la sua morte nelle sue tasche furono trovate le lettere che gli aveva scritto l’antica amante, che, per rivelazione dello stesso Branwell, non si era precipitata da lui perché Mr. Robinson, il marito, nel testamento aveva dichiarato che l’avrebbe diseredata se avesse riallacciato anche il pur minimo rapporto con Branwell; probabilmente fu quest’ultima delusione la causa scatenante della depressione e del peggioramento della sua fallimentare esistenza. A testimonianza della sua inquieta vita interiore, nel 1845 Branwell, in una lettera ad un amico, aveva scritto: Da nove lunghe settimane sono completamente a pezzi nel corpo e nell’anima…
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