|
Elisabetta
amava un pupo

Elisabetta amava tanto
il suo pupo, lo aveva chiamato Ruggiero: era bellissimo!
No, Ruggiero non era un bambino, era proprio un “pupo”, non
una marionetta o un burattino, la marionetta, si sa, si muove solo grazie a dei fili, e il burattino,
animato dal basso, si muove grazie alle dita della mano,
pollice, indice, medio; Ruggiero, da vero pupo, era guidato
dall'alto, con, al posto dei fili, due sottili aste di metallo
che gli consentivano, azionando testa e braccio, quasi di
prender vera vita, scattando impettito e fiero.
E Ruggiero era un pupo dal volto brunito, gli occhi lunghi e
neri, i capelli folti e morbidi, i baffi spioventi color
dell’ala di corvo, l’espressione guerriera, in testa calzava
un cappello con pennacchio, indossava calzoncini a zuava di
velluto blu a coste, alti stivaloni di metallo, una
magnificente corazza, ed un’armatura di ottone scintillante
arricchita da cesellature, sbalzi ed arabeschi; nella destra
brandiva la spada sguainata in gesto bellicoso, con la
sinistra reggeva lo scudo.
Ruggiero era un pupo armato, un cavaliere pagano, non nobile,
conte o duca, ma ugualmente alto aveva il senso dell’onore,
lottava per la giustizia, per la fede e per l’amore, queste le
sue virtù: lealtà, forza, disprezzo del pericolo.
Sì, il suo volto era di legno, era privo di voce, in petto non
gli batteva un cuore, però Elisabetta lo percepiva viva
presenza, quasi lo sentiva palpitare.
Elisabetta amava il suo pupo perché era un dono prezioso, le
ricordava l’antico innamorato, che glielo aveva offerto come
pegno d’amore. Lui le cantava sempre le canzoni della sua
terra (soprattutto quel bel canto popolare, canto di morte, in
cui il teschio si rammarica d’esser stato sepolto senza un
tocco di campana) e, cuore gentile, mai la chiamava per nome,
ma solo giuiuzza bedda e ducizza fina.
- Serbalo, abbine cura, aspettami, ritornerò!- le
aveva detto porgendole il pupo.
Elisabetta subito lo aveva stretto al suo petto, e si era
affrettata a promettere:
-Ne avrò cura. Ti aspetterò!-
Intanto che attendeva, aveva dato un nome al suo omino di
legno, lo aveva battezzato Ruggiero, come il suo uomo di
carne, e come il paladino di Francia allevato dal mago
Atlante, che gli aveva fatto un incantesimo per tenerlo
lontano dall’amore, ma poi l’incantesimo era stato rotto dalla
valorosa Bradamante, invaghitasi di lui.
II
… Oggi pioveva, d’una
pioggia silenziosa, lenta: ormai moriva l’estate, ai suoi
morbidi languori andava sostituendosi una profonda stanchezza.
Stringendo contro il cuore il suo Ruggiero, Elisabetta si
percepiva simile ad una rosa disfatta dall’appassimento,
sentiva che i colori sbiadivano insieme agli ultimi calori.
L’estate finiva, si stava consumando, sciogliendo,
dissolvendo, le stava scivolando fra le dita, ed insieme
andava consumandosi anche il suo tempo: ormai, senza il suo
uomo di carne, anche se aveva il suo omino di legno, moriva.
Con il suo innamorato aveva persino contratto il patto
d’amore, e lungamente aveva tenuto fede a quel patto,
autentico, reale, di sangue, stipulato in un momento di
esaltazione, bucando con lo spillo le dita delle mani,
spingendole tutte l’una contro quelle dell’altro; dopo lui
aveva estratto da un astuccio di velluto blu un maestoso
anello, con degli strani intrecci nelle tre varietà dell’oro,
giallo, bianco, rosso, lo aveva baciato e, con espressione
solenne, infilato al suo anulare.
Ricordava bene che era stato, quello, un giorno di raro
scirocco, che in lei s’era abbattuta una profonda debolezza,
che le aveva reso faticoso creare collegamenti fra gli eventi
perché sentiva affannata la mente, ma l’astenia era anche
congiunta al dubbio che, come una febbre, la divorava …
era l’amore quello, era l’amore?... insieme all’assoluta
certezza… sì, era quello l’Amore!
Il rito era stato sancito da un lungo bacio di passione,
goloso, vorace, simile ad un risucchio, un vortice, un gorgo,
che sembrava non dover avere mai fine, poi avevano bevuto alla
stessa coppa del vino rosso sangue e, con aria grave,
guardandola ben dritta negli occhi, lui aveva affermato:
-Ora siamo della stessa natura, siamo dello stesso sangue,
vita natural durante legati dalla fedeltà, solo la morte
estinguerà questo fra noi.-
Ed avevano consumato l’amore in profondo trasporto; fra loro
era stato come una lunga danza, come gli accoppiamenti di
certi strani uccelli che paiono descrivere magici cerchi
nell’aria quando praticano il rito. Infine, intanto che la
violetta esalava tiepida l’ultimo profumo e, fragrante,
s’annunciava quello della rosa, c’era stato l’ultimo saluto.
Lui, donandole il pupo, aveva ordinato e assicurato:
-Serbalo, aspettami, ritornerò!- ma non era più
tornato.
Elisabetta, stringendo il suo dono, aveva promesso:
-Ne avrò cura. Ti aspetterò!- ed aveva aspettato.
Amorevolmente aveva curato il suo pupo, lisciando con le dita
i bei capelli morbidi, lucidando periodicamente corazza ed
armatura, provvedendo che nemmeno un filo di polvere
s’insinuasse fra le righe del velluto blu dei suoi calzoncini,
vezzeggiandolo, coccolandolo e carezzandolo, come si fa con un
bambino o con un innamorato.
Ed aveva atteso il ritorno del suo uomo per lunghi giorni,
intere settimane, interminabili mesi, certa, così come
promesso, che sarebbe ritornato; trepida, ne aveva atteso lo
sguardo, il sorriso, il respiro: non le aveva, forse, detto:
-Sei la mia vita, senza di te non vivo, tornerò?
Ma, stringendo contro il petto il suo bel pupo di legno, il
cuore oppresso come da un macigno, attonita aveva assistito ai
funerali dei gelsomini e dei crisantemi, delle violette e
delle rose, dei gigli e dei caprifogli; con il volto
schiacciato contro il vetro, dalla finestra della sua stanza
lungamente aveva scrutato l’orizzonte, lasciando rabbrividire
il suo corpo quando fuori infuriava la tempesta di pioggia o
violenti imperversavano i venti, quando grigia opprimeva la
nebbia o trasversale sotto la tormenta la neve scendeva ad
ammantare la terra dei suoi morbidi fiocchi (che si sarebbero
intrecciati in gelida coltre), sempre sperando che, dopo i
tuoni e i fulmini e il vento e la nebbia e la neve e il gelo,
la primavera (e lui con lei), sarebbe ritornata, quasi aveva
sentito rifiorire in lei la speranza: di certo la promessa
sarebbe stata mantenuta!
Ma quella primavera non ritornò, lui non ritornò, lei non lo
rivide mai più.
E fu così che cominciò a sfiorire, languida, nel languore
delle sue vane speranze, delle inutili attese, dei morti
ricordi.
III
Pioveva anche quel
giorno, d’una pioggia silenziosa e lenta.
Elisabetta, piangendo, si sporgeva dal parapetto stringendo
contro il petto Ruggiero, guardava in basso il fiume correre,
piano, ma lacrimoso, gonfio d’acqua grigia, simile al suo
cuore oppresso, gonfio di dolore, grigio di tristezza.
Il naso schiacciato contro il vetro, gli occhi cristallini
sgranati vacui contro un indefinito infinito orizzonte, ancora
continuò per lunghi giorni, intere settimane, interminabili
mesi, a barcamenarsi tra il sogno e la realtà, tra il
rimpianto e la nostalgia, tra la dolcezza del ricordo e
l’avvilimento della realtà, tra il passato e il presente,
sempre cantilenandosi un monotono ossessivo ritornello:
Ti lascio dormire sul mio cuore. Soltanto alla luna
confido il mio amore. Mi abbandono al tuo ricordo. Muoio per
te, così come muore l’estate vinta dal gelo.
Poi ci fu un giorno di tempesta (finiva l’estate, ormai era
morta), che le si era preannunciata attraversandole il corpo
come una scarica elettrica; il cielo aveva prodotto lampi e
tuoni, infine pioggia fitta, battente, che aveva lasciato
crescere in lei sempre più l’affanno.
Seduta accanto al caminetto stringeva il suo pupo, si
dondolava e piangeva. Un sopore la colse d’improvviso,
Ruggiero le sfuggì, scivolò per terra, fu un attimo, una
lingua di fuoco s’allungò, lo lambì, lo avvolse, prese fuoco.
Elisabetta fu ridestata come da un gemito (o forse tale le era
sembrato nel dormiveglia il crepitio del fuoco): con orrore
realizzò la tragedia. Sì, era una tragedia; pensò che, oltre
alla fine del suo amore (sì, l’amore era finito, lui non
sarebbe ritornato, ora ne era certa!), non avrebbe potuto
sopravvivere anche alla fine del fantoccio del suo amore!
Intanto che, in delirio, affondava la lama nella sua carne, ed
il sangue rosso lento si versava, chiuse gli occhi in
deliquio, e in follia s’immaginò di suggerlo, così come
insieme avevano bevuto quel giorno dalla stessa coppa, dopo
aver suggellato il patto, e più suggeva e più si
materializzava, nitido, il volto di lui, i suoi capelli
attorti, i suoi begli occhi neri, la sua morbida barba, e più
immaginava e più, avida, suggeva, ed insieme ne suggeva le
labbra, sempre più vorace, sempre più ossessa, e le pizzicava,
con i piccoli denti candidi le mordeva e le feriva a sangue, e
il delirio assomigliava sempre più ad un’anomala, esagitata
ebbrezza dei sensi, e mente e corpo e cuore e sogni e ricordi
e realtà si mescolavano e si confondevano, e vedeva lui ed il
sangue d’amore per lui, e la testa le girava come un mulinello
di onde anomale in un oceano sconvolto dalla tempesta, finché
si sentì travolta dalla bufera e, chiusi gli occhi, sospirò
d’un ultimo respiro.
Così, soltanto così, trovò, infine, requie ai suoi affanni.
Quando la trovarono, rossa del suo sangue, giaceva accanto ad
un nero mucchietto di cenere e metallici oggetti deformati:
era tutto ciò che restava del suo pupo Ruggiero, che qualcuno
riconobbe.
Francesca
Santucci
|