(dal
notiziario Brontë, aprile 2004)
Fra tutte le opere letterarie che si sono occupate
dei Brontë e del brontismo, testo imprescindibile
per la conoscenza e la comprensione della geniale ma
sventurata famiglia, per la quantità di notizie,
situazioni, eventi narrati, c’è The life of
Charlotte Brontë (La vita di Charlotte
Brontë), di Elizabeth Gaskell, una delle più
belle biografie del tempo, ricca documentazione di
grande valore artistico che, nonostante sia poco
precisa nei dettagli, ha affascinato e continua ad
affascinare i lettori di tutto il mondo, perché, in
bello stile scorrevole, con autentica partecipazione
dell’autrice, descrive episodi di vita reale.
Elizabeth Gaskell, amica personale di Charlotte,
conosciuta negli ultimi anni della sua vita,
scrittrice a sua volta, era nata a Londra nel 1810,
da un ministro del culto unitario e da una donna
della quale restò orfana quando era ancora una
bambina, perciò fu affidata alle cure di una zia che
viveva a Knutsford, nel Cheshire.
Nel 1832 sposò William Gaskell, anche lui ministro
unitario, e si trasferì a Manchester, dove trascorse
tutta la sua vita con il marito e quattro dei suoi
sei figli (gli altri due morirono precocemente).
E fu proprio per risollevarsi dalla depressione in
cui era caduta in seguito alla morte d’un figlio che
cominciò a scrivere nel 1844; dapprima pubblicò un
bozzetto in versi composto insieme al suo William, e
poi approdò al romanzo di genere umanitario,
riguardante la divisione in classe e le ingiustizie
sociali, con Mary Burton, nel 1848,
pubblicato anonimo (com’era consuetudine per le
scrittrici del tempo che, giacché “donna nota”
equivaleva a “donna pubblica”, erano costrette a
firmarsi con la sola scritta “by a lady” (scritto
da una signora), o con uno pseudonimo, spesso
maschile, come fecero Gorge Sand e le stesse sorelle
Brontë (Concordammo, dunque, di mettere insieme
una piccola raccolta delle nostre poesie e, se
possibile, di farci stampare…sotto gli pseudonimi di
Currer, Ellis e Acton Bell…avevamo la vaga
impressione che alle autrici si guardasse con pregiudizio, Elizabeth Gaskell,
La vita di Charlotte Brontë), uno dei
primi esempi di romanzo sociale (animato da una vicenda d’amore,
quella tra Mary e Jem) in cui descrisse la crisi
imprenditoriale del 1842, argomento spesso ripreso
nei suoi romanzi, influenzata dal contesto industriale della città in cui viveva.
In Mary Burton la scrittrice raccontò la
storia di una famiglia della classe operaia, il
nuovo ceto sociale che occupava il posto più basso
della comunità, sottolineandone le miserie con
un’adesione emotiva ed un calore (non senza una
certa vena melodrammatica), che le procurò le lodi
di molti scrittori, fra i quali anche Charles
Dickens, che la invitò a collaborare col suo
giornale, Household Words.
Cominciò, così, per Elizabeth Gaskell una vera e
propria carriera, che proseguì con la pubblicazione
a puntate di diversi racconti e schizzi, poi
raccolti sotto il titolo Cranford, nel 1853,
tra le sue opere la più conosciuta e letta, e, tra
il 1854 e il 1855, il romanzo che la rese famosa,
North and South (Nord e sud), un’opera sociale
in cui, in termini pacati ma inclini al
sentimentalismo, attraverso la rievocazione ironica
ed affettuosa della vita di provincia inglese
conosciuta da giovane, riversò il suo interesse per
i problemi sociali e politici, occupandosi delle
diverse facce del progresso, con il conflitto tra il
ricco nord industriale e il sud agricolo sempre più
povero.
Poco precedentemente aveva pubblicato Ruth,
un romanzo estremamente interessante perché molto
avanti con i tempi, la storia di una ragazza madre
aiutata da un sacerdote che, per trovarle lavoro, la
spacciava per vedova.
La storia si concludeva secondo i canoni tipici del
romanzo dell’epoca (la protagonista, scoperta e
cacciata, poco dopo moriva), però per la prima volta
veniva scardinato il cliché della “fallen woman”
vittoriana, la “donna caduta”, poiché veniva offerta
un’alternativa alla prostituzione, scelta coraggiosa
questa della Gaskell che si attirò non poche
violente proteste.
Il suo ultimo lavoro fu Wives and Daughters
(Mogli e figlie), composto fra il 1864 e il
1866, in cui abbandonò le tematiche sociali a favore di ritratti
della vita di provincia, narrati con fine humour e
con la consueta partecipazione umana; l’opera fu,
però, completata dall’editore a causa della morte
dall’autrice, sopravvenuta per crisi cardiaca, nel
1865.
Tra Cranford, del 1853, e North and South,
scritto fra tra il 1854 e il 1855, si
pone la splendida biografia di Charlotte
Brontë, commissionatale dal reverendo Patrick Brontë
in persona, l’unico sopravvissuto della sfortunata
famiglia, per lasciare ai posteri un ritratto fedele
della figlia che aveva avuto una vita breve ma
intensa.
La Gaskell accettò con gioia di scrivere la
biografia di questa donna (che aveva conosciuto solo
negli ultimi anni della sua vita, ma alla quale si
era subito legata per affinità letteraria e
simpatia), per un riguardo verso la scrittrice che
era così popolare ed amata e per affetto verso
l’amica prematuramente e drammaticamente scomparsa.
Cominciò a scriverla subito, già nel 1855, quando
solo da pochi mesi Charlotte era mancata, e terminò
il lavoro nel 1857, mettendo insieme una quantità
enorme di materiale: tutte le lettere di Charlotte
ad Ellen Nussey (alla quale era legata da
un’amicizia nata sui banchi di scuola e proseguita
fino alla fine dei suoi giorni), varie lettere ai
familiari, all’editore e ai personaggi letterari con
i quali era venuta in contatto.
Sensibile alle problematiche e alle contraddizioni,
che ben conosceva essendo anche maggiore di età di
Charlotte, vissute nell’età vittoriana dalle donne,
che non dovevano oltrepassare i limiti di una
decorosa femminilità, anche se dotate di talento
letterario fuori dal comune, Elizabeth Gaskell
elaborò con delicatezza ed acume la biografia,
emettendo giudizi sereni e saggi, senza sottostare
eccessivamente alla morale del tempo.
Di grande fascino e commozione sono molti dei
passaggi del libro, come quando descrive la casa(di pietra grigia, a due piani, incappellata da
un tetto di pesanti lastre, le sole capaci di
resistere al vento, che spazzerebbe via qualsiasi
altro materiale più leggero) triste ed isolata
di Haworth, immersa nella brughiera verdeggiante di erica,
confinante con il cimitero (affollato di tombe), puntellato da una lugubre fila di croci bianche,
arginato da un muro di pietra (dove crescono
sambuchi e lillà intorno ad un tappeto erboso),
dove i piccoli Brontë trascorsero l’infanzia in solitudine (quei bambini non desideravano
compagni estranei. Non erano abituati alle gioie
infantili); le avventure immaginarie partorite
dalla loro fervida fantasia (i bambini che
conducono una vita ritirata sono spesso pensosi e sognanti ); i primi timidi tentativi di pubblicare (Il
riuscire a far stampare il nostro libricino richiese
una vera fatica); l’arrivo a Londra delle due
sorelle, Emily e Charlotte, per farsi riconoscere
dall’editore che aveva sempre pubblicato i loro
scritti con uno pseudonimo maschile; e poi
l’abbrutimento e la fine di Branwell, la morte di
Emily, ostinata, fiera e selvaggia come la brughiera
che tanto amava, che seguì di lì a poco l’amato
fratello, quella di Anne, e poi la solitudine e il
dolore dell’unica sorella sopravvissuta per la
perdita di quei cari affetti così brutalmente
strappati dal destino.
Infine descrisse la breve stagione felice del
matrimonio di Charlotte, durato solo nove mesi, con
il devoto Arthur Bell Nicholls, curato della
parrocchia di Haworth (trovo in mio marito il più
tenero degli infermieri, il più affettuoso sostegno,
il miglior conforto terreno che una donna abbia mai
avuto, Elizabeth Gaskell, La vita di
Charlotte Brontë) conclusosi con la sua morte,
sopravvenuta per una debolezza causata da una
gravidanza appena iniziata, che aggravò il male che
aveva già colpito suo fratello Branwell e le sue
sorelle, Emily ed Anne: la tubercolosi.
…Mi appello a quel pubblico che…sa come ammirare
generosamente uno straordinario ingegno, come
riverire un cuore caldo e pieno di ogni virtù. A
questo pubblico affido la memoria di Charlotte
Brontë: queste le battute conclusive del
libro che, per la commozione e la tenerezza trasfusa da Elizabeth Gaskell, legata a Charlotte
Brontë non solo da affinità letteraria ma anche da profondo affetto, la rendono a tutt’oggi una delle
più belle biografie della letteratura inglese.