Elizabeth Gaskell

(1810-1865)

 

di Francesca Santucci

(dal notiziario Brontë, aprile 2004)

Fra tutte le opere letterarie che si sono occupate dei Brontë e del brontismo, testo imprescindibile per la conoscenza e la comprensione della geniale ma sventurata famiglia,  per la quantità di notizie, situazioni, eventi narrati, c’è The life of Charlotte Brontë  (La vita di Charlotte Brontë), di Elizabeth Gaskell, una delle più belle biografie del tempo, ricca documentazione di grande valore artistico che, nonostante sia poco precisa nei dettagli, ha affascinato e continua ad affascinare i lettori di tutto il mondo, perché, in bello stile scorrevole, con autentica partecipazione dell’autrice,  descrive episodi di vita reale.
Elizabeth Gaskell, amica personale di Charlotte, conosciuta negli ultimi anni della sua vita, scrittrice a sua volta, era nata a Londra nel 1810, da un  ministro del culto unitario e da una donna della quale restò orfana quando era ancora  una bambina, perciò fu affidata alle cure di una zia che viveva a Knutsford, nel Cheshire.
Nel 1832 sposò William Gaskell, anche lui ministro unitario, e si trasferì a Manchester, dove trascorse tutta la sua vita con il marito e quattro dei suoi sei figli (gli altri due morirono precocemente).
E fu proprio per risollevarsi dalla depressione in cui era caduta in seguito alla morte d’un figlio che cominciò a scrivere nel 1844; dapprima pubblicò un bozzetto in versi composto insieme al suo William, e poi approdò al romanzo di genere umanitario, riguardante la divisione in classe e le ingiustizie sociali, con Mary Burton, nel 1848, pubblicato anonimo (com’era consuetudine per le scrittrici del tempo che, giacché “donna nota” equivaleva a “donna pubblica”, erano costrette a firmarsi  con la sola scritta  “by a lady” (scritto da una signora), o con uno pseudonimo, spesso maschile, come fecero Gorge Sand e le stesse sorelle Brontë (Concordammo, dunque, di mettere insieme una piccola raccolta delle nostre poesie e, se possibile, di farci stampare…sotto gli pseudonimi di Currer, Ellis e Acton Bell…avevamo la vaga impressione che alle autrici si guardasse con pregiudizio, Elizabeth Gaskell,  La vita di Charlotte Brontë),  uno dei primi esempi di romanzo sociale (animato da una vicenda d’amore, quella tra Mary e Jem) in cui descrisse la crisi imprenditoriale del 1842, argomento spesso ripreso nei suoi romanzi, influenzata dal contesto industriale della città in cui viveva.
In Mary Burton la scrittrice raccontò la storia di una famiglia della classe operaia, il nuovo ceto sociale che occupava il posto  più basso della comunità, sottolineandone le miserie con un’adesione emotiva ed un calore (non senza una certa vena melodrammatica), che le procurò le lodi di molti scrittori, fra i quali anche Charles  Dickens, che la invitò a collaborare  col suo giornale, Household Words.
Cominciò, così, per Elizabeth Gaskell una vera e propria carriera, che proseguì con la pubblicazione a puntate di diversi racconti e schizzi, poi raccolti sotto il titolo Cranford, nel 1853,  tra le sue opere la più conosciuta e letta, e, tra il 1854 e il 1855, il romanzo che la rese famosa, North and South (Nord e sud), un’opera sociale in cui, in termini pacati ma inclini al sentimentalismo, attraverso la rievocazione ironica ed affettuosa della vita di provincia inglese conosciuta da giovane, riversò il suo interesse per i problemi sociali e politici, occupandosi delle diverse facce del progresso, con il conflitto tra il ricco nord industriale e il sud agricolo sempre più povero.
Poco precedentemente aveva pubblicato Ruth, un romanzo estremamente interessante perché molto avanti con i tempi, la storia di  una ragazza madre aiutata da un sacerdote che, per trovarle lavoro, la spacciava per vedova.
La storia si concludeva secondo i canoni tipici del romanzo dell’epoca (la protagonista, scoperta e cacciata, poco dopo moriva), però per la prima volta veniva scardinato il cliché della “fallen woman” vittoriana, la “donna caduta”, poiché veniva offerta un’alternativa alla prostituzione, scelta coraggiosa questa della Gaskell che si attirò non poche violente proteste.
Il suo ultimo lavoro fu  Wives and Daughters (Mogli e figlie), composto fra il  1864 e il 1866, in cui  abbandonò le tematiche sociali a favore  di ritratti della  vita di provincia, narrati con fine humour e con la consueta  partecipazione umana; l’opera fu, però, completata dall’editore a causa della morte dall’autrice, sopravvenuta per crisi cardiaca,  nel 1865.
Tra Cranford, del 1853,  e North and South, scritto fra  tra il 1854 e il 1855, si pone la splendida biografia di Charlotte Brontë, commissionatale dal reverendo Patrick Brontë in persona, l’unico sopravvissuto della sfortunata famiglia, per lasciare ai posteri un ritratto fedele della figlia che aveva avuto una vita breve ma intensa.
La Gaskell accettò con gioia di scrivere la biografia di questa donna (che aveva conosciuto solo negli ultimi anni della sua vita, ma alla quale si era subito legata per affinità letteraria e simpatia), per un riguardo verso la scrittrice che era così popolare ed amata e per affetto verso l’amica  prematuramente e drammaticamente scomparsa.
Cominciò a scriverla subito, già nel 1855, quando solo da pochi mesi Charlotte era mancata,  e terminò il lavoro nel 1857, mettendo insieme una quantità enorme di materiale: tutte le lettere di Charlotte ad Ellen Nussey (alla quale era legata da un’amicizia nata sui banchi di scuola e proseguita fino alla fine dei suoi giorni), varie lettere ai familiari, all’editore e ai personaggi letterari con i quali era venuta in contatto.
Sensibile alle problematiche e alle contraddizioni, che ben conosceva essendo anche maggiore di età di Charlotte,  vissute nell’età vittoriana dalle donne, che non dovevano oltrepassare  i limiti di una decorosa femminilità, anche se dotate di talento letterario fuori dal comune, Elizabeth Gaskell elaborò con delicatezza ed acume la biografia, emettendo  giudizi sereni e saggi, senza sottostare eccessivamente alla morale del tempo.
Di grande fascino e commozione sono molti dei passaggi del libro, come quando descrive la casa(di pietra grigia, a due piani, incappellata da un tetto di pesanti lastre, le sole capaci di resistere al vento, che spazzerebbe via qualsiasi altro materiale più leggero) triste ed isolata di Haworth, immersa nella brughiera verdeggiante di erica, confinante con il cimitero (affollato di tombe), puntellato da una lugubre fila di croci bianche, arginato da un  muro di pietra (dove crescono sambuchi e lillà intorno ad un tappeto erboso),  dove i piccoli  Brontë trascorsero l’infanzia in solitudine (quei bambini non desideravano compagni estranei. Non erano abituati alle gioie infantili); le avventure immaginarie partorite dalla loro fervida fantasia (i bambini che conducono una vita ritirata sono spesso pensosi e sognanti ); i primi timidi tentativi di pubblicare (Il riuscire a far stampare il nostro libricino richiese una vera fatica);  l’arrivo a Londra delle due sorelle,  Emily e Charlotte, per farsi riconoscere dall’editore che aveva sempre pubblicato i loro scritti con uno pseudonimo maschile; e poi l’abbrutimento e la fine di Branwell,  la morte di Emily, ostinata, fiera e selvaggia come la brughiera che tanto amava, che seguì di lì a poco l’amato fratello, quella di Anne, e poi la solitudine e il dolore dell’unica sorella sopravvissuta per la perdita di quei cari affetti così brutalmente strappati dal destino.
Infine descrisse la breve stagione felice del matrimonio di Charlotte, durato solo nove mesi,  con il devoto Arthur Bell Nicholls, curato della parrocchia di Haworth (trovo in mio marito il più tenero degli infermieri, il più affettuoso sostegno, il miglior conforto terreno che una donna abbia mai avuto, Elizabeth Gaskell,  La vita di Charlotte Brontë) conclusosi con la sua morte, sopravvenuta per una debolezza causata da una gravidanza  appena iniziata, che aggravò il male che aveva già colpito suo fratello Branwell e le sue sorelle, Emily ed Anne: la tubercolosi.
Mi appello a quel pubblico che…sa come ammirare generosamente uno straordinario ingegno, come riverire un cuore caldo e pieno di ogni virtù. A questo pubblico affido la memoria di Charlotte Brontë: queste le battute conclusive del libro che, per la commozione e la tenerezza trasfusa da Elizabeth Gaskell, legata a Charlotte Brontë non solo da affinità letteraria ma anche da profondo affetto,  la rendono a tutt’oggi una delle più belle biografie della letteratura inglese.

 

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