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dal libro na non sol ma torna musa all'arte
Erinna (secolo IV a.C.)
Questo
è d’Erinna il soave lavoro: lavoro non lungo,
ch’è
d’una giovinetta diciassettenne appena,
eppur
vince molti altri. Se l’Ade sì presto rapita
non
l’avesse rapita, più celebre chi mai sarebbe stato? (dall'Antologia Palatina)
Erinna
pochi versi compose, non fu poetessa
loquace;
ma nei pochi versi le Muse accolse.
Perciò
dalla memoria non cade, no, sotto l’ombrosa
ala
rimane oppressa della livida notte.
Noi,
dei novelli poeti miriadi in numeri, andiamo
o
passeggero, a mucchi marcendo nell’oblio.
Del
cigno vale più la gracile voce che il lungo gracchiar dei corvi dalle nubi di primavera. (dall'Antologia Palatina)
Breve fu la sua esistenza, precocemente troncata a soli diciannove anni, come ci ricorda anche un poeta alessandrino, Asclepiade di Samo, in un epigramma in cui accenna all’esiguità dell’opera della poetessa, eppure di notevole sensibilità e maturità fu il suo canto, e presago delle vette maggiori a cui avrebbe potuto accedere. Come tramanda la tradizione, proprio a 19 anni perse la cara e fedele compagna Bauci, morta poco dopo le nozze, e, per ricordarla, scrisse, probabilmente pochi giorni prima di morire, un poemetto in di trecento esametri dal titolo La conocchia. Di quest’opera, così famosa nell’antichità, erano pervenuti solo pochi frammenti attraverso citazioni ma, nel 1928, un papiro edito in Italia, conservato a Firenze, restituì alla luce 79 di questi esametri che, seppure in condizioni malconce, permisero finalmente di leggere un brano di 20 versi e di ricostruire l’argomento. Nella Conocchia Erinna piange la morte della sua coetanea, Bauci, ricorda i momenti spensierati in cui si trastullavano con i giochi infantili e le altre ore felici, trascorse insieme durante le pause del lavoro della conocchia, da cui, appunto, prende origine il titolo del poemetto, e poi rievoca il distacco quando l’amica si sposa, infine il dolore cocente per la sua morte. Il poemetto è scritto in un dialetto dorico letterario, come si può desumere, ad esempio, dall’uso del participio, in forma eâsan, invece di oàsan, ma sono presenti anche elementi epici, di derivazione omerica. Oltre i frammenti della Conocchia, di Erinna restano alcune lettere di una trentina di versi e tre epigrammi nell’Antologia palatina; in uno degli epigrammi ancora ritroviamo trattato, con semplicità, grazia di lamentazione e romantica levità, il tema della morte.
Smaniosi
i bianchi cavalli sulle zampe
dritti con grande strepito
si levavano; il suono della cetra
in eco batteva sotto il portico vasto
della corte.
O Bàuci infelice, al ricordo gemendo io
piango!
Nel mio cuore ancora hanno calore queste cose della fanciullezza,
e quelle che di gioia non furono cenere sono ormai.
Riverse le bambole
sui letti nuziali stanno e presso il
mattino
cantando più non reca la madre
il filo sulla rocca e i dolci di sale
cosparsi.
Paura ti fece da bambina la strega
che ha grandi orecchie e su quattro
piedi s'aggira movendo intorno lo sguardo. E quando, o diletta Bàuci,
sul letto salisti dell'uomo
senza memoria di quello che bambina ancora
avevi udito da tua madre, Afrodite
pietosa non fu della tua dimenticanza.
Per questo ora io piangendoti non t’
abbandono
né i miei piedi lasciano la casa che
m'accoglie,
né voglio più vedere la dolce luce del
giorno,
né lamentare con le chiome sciolte; ho
pudore
del dolore che cupo il volto mi sfigura.
(Erinna)
Francesca Santucci
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