Francesca Santucci

 

FIGLIA DELLA MADONNA

 

(dall'antologia AA.VV., “Racconti campani”,   Historica Edizioni, 2019)

 

 

 

 

 

Cchiù spisso era na mamma ca purtava

dint' ‘o sciallo, quaccosa arravugliata:

na criatura. E, doppo ‘na guardata

sott'uocchio, dint' 'a rota la pusava...1

(Ferdinando Russo)

 

 

I

È una fredda alba di dicembre ed io sono al tramonto della mia vita.
Me ne sto qui, in cucina, al caldo, seduta al vecchio tavolo di legno scuro dove, di traverso, ho appoggiato il mio diario, un vecchio quaderno di quelli che si usavano un tempo, con la copertina nera e i bordi delle pagine avorio bordati di rosso: saltuariamente, negli anni, vi ho appuntato i miei pensieri. Le sue (ormai) poche pagine attendono di essere vergate dalla mia mano malferma, guidata dalle riflessioni della mia mente ancora ben lucida, dalle emozioni che suggerisce l’oppresso mio cuore, ma, come ho deciso, questa sarà l’ultima volta che scriverò, poi mi consegnerò al silenzio della vecchiaia e con serenità attenderò il nuovo anno, che potrebbe anche essere il mio ultimo: sono così stanca!
Nell’imminenza del mio compleanno mi ricordo di un altro mio compleanno, quello in cui finalmente festeggiavo i miei settant’anni. Ricordo che, al risveglio, quando spalancai le imposte della casa, sopra il mare blu che spumava contro gli scogli, vidi il cielo tinto di mille sfumature di rosa e d’azzurro: mi parve di buon auspicio!
Quello per me non sarebbe stato un giorno come gli altri. Come stabilito dalla legge, ora che avrei compiuto settant’anni, finalmente avrei potuto conoscere il nome della sciagurata donna che mi aveva partorito e poi abbandonato nei pressi dell’Annunziata.2
Chissà come dovevano essere stati quei miei primi momenti di vita, se a mia madre avevo procurato grandi fastidi durante l’attesa, se grandissimi dolori durante il travaglio o se il parto le era stato facile! Soprattutto chissà se abbandonarmi era stato per lei uno strappo, una dolorosa scelta, una costrizione o una liberazione. Ma perché lo aveva fatto? Perché non avevo potuto tenermi con sé? Erano questi i pensieri assillanti che mi avevano tormentato in tutti questi anni e che solo al mio diario avevo confidato!
Sapevo di madri che rinunciavano alle proprie creature per indigenza, perché povere, prive di risorse economiche, perché proprio non potevano allevare un altro figlio, o di donne che si trovavano a fare i conti con una nascita indesiderata, inopportuna e malaugurata perché conseguenza di una gravidanza illegittima: tenere il frutto della “colpa” avrebbe costituito una macchia indelebile per la rispettabilità e per l'onore personale e di tutta la famiglia, perciò bisognava rapidamente disfarsene. Ma mia madre … perché? E possibile che mi avesse lasciato andare senza ombra di ripensamento, o sperava un giorno di venire a riprendermi? Accadeva, infatti, anche questo, che qualche genitrice si pentisse e tornasse a reclamare la sua creatura. E in tutto ciò, mio padre dov’era?
Dubbi, interrogativi, domande senza risposta, dolorose come tagli di lama che non mi hanno dato tregua per tutta la vita, facendomi brancolare nel buio, ignorando con quale uomo sia stata concepita, in quale grembo sia cresciuta, quale donna, seppur per poco tempo, mi abbia nutrito con il suo latte.

 

II

Fui abbandonata in una cesta, lasciata sui gradini della chiesa dove un tempo era in una ruota che si abbandonavano i neonati (ma, talvolta, oliandone bene il corpo per farli entrare, anche bambini più grandicelli che, per l’angustia del passaggio, non di rado si lesionavano il corpo). Il piccolo grembo ligneo girava e, proprio come in un nuovo parto, espelleva gli sventurati, portandoli dalle braccia delle madri a quelle della “rotara”, la suora destinata alla prima accoglienza, avvisata dell’arrivo dalla campanella collocata accanto alla ruota.
E quella ruota, da quando la regina Sancia di Maiorca aveva deciso di farla costruire nella Real Casa dell’Annunziata di Napoli proprio per accogliere i neonati abbandonati (dalla madre, da un familiare o dalla levatrice, solitamente di notte, protetti dal favore delle tenebre), per secoli aveva girato, a tutte le ore, finché non fu approvata la legge 4 che impediva l’abbandono dei minori ma, ovviamente, e testimonianza vivente sono io che scrivo, quel provvedimento non impedì che gli abbandoni ci fossero ugualmente.
Non serbo ricordi dei miei primi anni di vita. Tanti bambini hanno ricordi della loro prima infanzia, ma per me è come se sopra fosse stato calato un telo, o peggio, come se una coltre d’impenetrabile nebbia l’avesse occultata, ma ho, però, chiari ricordi degli anni successivi, più avanti nel tempo, nel brefotrofio, giacché non ebbi la fortuna di essere adottata e vi trascorsi molti anni.
Ricordo le fila di lettini, nei grandi stanzoni angusti dove, piccini e un po’ più grandi, insieme giacevamo anche in due o tre, i seni grossi e lenti delle balie che allattavano, l’odore dei disinfettanti, il cibo povero e scarso, i passi veloci delle infermiere e quelli silenziosi delle monache severe vestite di bianco, con il capo velato di nero, nei lunghi corridoi semibui, i rosari tintinnanti fra le loro mani giunte in preghiera, davanti alla statua della Madonna che dava il nome a noi povere “figlie d’’a Nunziata”, “figlie della Madonna”.
E poi il tintinnio del “merco”, la medaglietta formata da due placche, su cui c'erano incisi da un lato l'immagine della Vergine Annunziata, dall'altro il numero di entrata e una lettera che mutava ogni anno in progressione alfabetica, che a tutti noi “gittatelli”, bambini affidati alla ruota e accolti sotto il manto protettivo della Vergine, accomunati dall’identico destino, veniva messa al collo per essere 'mercati', cioè registrati, dopo essere stati lavati e battezzati.
Nei momenti di sconforto, maggiormente profondi quando presi coscienza della mia irrimediabile condizione di “rifiutata” e del fatto che più nessuno mi avrebbe adottata perché ormai ero troppo grande, ancor più forte stringevo fra le mani disperata quella medaglietta, l’unico oggetto, l’unico segno tangibile dei miei primi giorni di vita, del mio passato di neonata e del mio triste presente, ed anche della mia identità, perché nulla mia madre (o chi per lei) mi aveva lasciato addosso nel momento dell’abbandono, né una catenina, né un sacchettino con dentro un santino, un rosario, una medaglietta, né qualche soldino (come pure tante altre donne solevano fare), soltanto un bigliettino con scarne informazioni (delle quali soltanto molti anni dopo sarei venuta a conoscenza), i miei dati anagrafici e il mio nome: Immacolata. Naturalmente, come per tutti gli orfani dell’Annunziata, il mio cognome era Esposito. 3
Fino ai settant’anni solo questo di me ho saputo, di essere Immacolata Esposito e, come dice il mio nome, “senza peccato”, “senza colpa”, anche se per anni e anni mi sono sentita in colpa di esistere, come se avessi causato io stessa la mia infelice condizione.

 

III

Trascorsi molti anni in quel luogo, fra quelle pareti serrate contro il mondo, nido e tana, casa e carcere, senza conoscere le mie origini, senza sapere chi fossero i miei genitori, abituandomi alla mia solitudine interiore, alla mancanza d’affetto, alla privazione della famiglia, aiutando le monache nelle loro occupazioni, imparando a leggere, a scrivere, a contare, anche un poco di latino, naturalmente a cucinare, cucire e a ricamare, soprattutto prodigandomi verso i bambini sfortunati come me.
Diventata “signorina”, come stabilito, avrei potuto sposarmi. Si usava, allora, favorire le richieste matrimoniali radunando nel cortile della Casa, il 25 marzo, giorno in cui si celebra la festa dell’Annunciazione del Signore, le “figlie della Madonna” in età da marito, vestite di bianco, affinché gli uomini, non motivati dall’amore, quasi sempre vedovi o vecchi scapoli, o venuti a cercar moglie per tener fede a un voto fatto alla Madonna, o anche solo per capriccio, potessero ammirarle e chiederle in spose.
Un tempo i probabili mariti passavano in rassegna le giovinette e, fatta la scelta matrimoniale, lasciavano cadere un fazzoletto bianco: se la giovane prescelta lo raccoglieva al volo era segno di adesione e si diventava promessi sposi. La ragazza, allora, usciva dalla fila e veniva condotta insieme al futuro sposo da una suora guardiana nel salone dell'Amministrazione, dove un impiegato prendeva nota delle generalità e del mestiere dell’uomo e dell'età e del nome della ragazza, per inoltrare richiesta al soprintendente. Il parroco, poi, assumeva informazioni sulla condizione familiare ed economica dello sposo, si stabiliva la dote e, infine, i due fidanzati si scambiavano la promessa di matrimonio, che veniva celebrato nella chiesa dell’Annunziata: solo allora le esposte potevano lasciare l'ospizio e liberarsi del “merco” che, se risultava manomesso al momento della consegna, toglieva alla giovane il diritto di ricevere la dote, questo per evitare speculazioni sulle doti con merchi falsi da parte di ragazze non esposte o non più vergini.
Accadeva anche, però, che una ragazza prescelta non raccogliesse il fazzoletto, nel caso in cui il pretendente fosse stato troppo anziano o deforme, in quel caso, anche se non potevano essere costrette al matrimonio, impossibilitata, però, l’Annunziata a mantenerle a vita, le riottose venivano mandate al Serraglio (l'Albergo dei Poveri),5 il reclusorio per indigenti dove, però, spesso non conducevano una bella vita.
Anch’io, dunque, quando giunse il momento (avevo quattordici anni), fui costretta a sfilare, allora, però, già non si usava più il “rito” del fazzoletto, perciò fui chiamata per nome, ma quando giunse il mio turno, non risposi, tenni gli occhi bassi, non volli nemmeno guardare che volto avesse quell’uomo.
Era cosa grave che avessi rifiutato il pretendente, all’Annunziata non potevano continuare a provvedere a me per sempre, ma fui fortunata perché un’anima più buona delle altre, dal forte istinto materno, la monaca che si occupava dei pasti, per aiutarmi addusse il pretesto che aveva bisogno di me in cucina, e così, anche se permanevo priva del sostegno affettivo, materiale e morale di una famiglia, ed avevo vanificato la prospettiva di crearmene una mia, restai lì, in quella che consideravo la mia casa, nella quale forse non avevo ricevuto un grande calore, tenere attenzioni, solo briciole di compassione e umana pietà, ma dove pure mi sentivo al sicuro.
Trascorse ancora qualche anno, finché un giorno all’Annunziata si presentò una donna dall’aspetto dimesso e afflitto: no, non voleva adottare un bambino, suo padre era morto e lei cercava per la madre una giovane che potesse aiutarla nelle faccende domestiche e farle compagnia. Avrebbe avuto una stanza tutta per sé, vitto gratis e una paga, modesta ma che avrebbe potuto consentire una certa indipendenza e autonomia. La madre superiora pensò subito a me, e mi espose la proposta.
A lungo esitai, ma poi, allettata da tante prospettive, soprattutto dal fatto che sarei stata libera, via dal nido/carcere dell’Annunziata, accettai, e qui iniziò la seconda parte della mia vita.

 

IV

La mia nuova casa guardava verso il mare. Era piccola ma confortevole, le due donne  buone e compassionevoli, e, come me, sole, senza parenti, qualcuno lontano, qualcuno morto in guerra: non ebbi alcun dubbio di aver fatto la scelta giusta, anche se all’inizio, non lo nascondo, sentii la mancanza della “prigione” che, in tanti anni, mi aveva protetta dalla vita esterna, tuttavia imparai a cavarmela, svolgendo bene tutti i compiti che mi venivano affidati, dai più semplici, come riordinare, fare la spesa, cucinare, stirare, a quelli più complessi, come la gestione economica della casa e, soprattutto, la cura dell’anziana donna la cui salute era nelle mie mani.
Madre e figlia impararono a volermi bene e a fidarsi completamente di me, ed io non delusi mai la loro fiducia, in quanto all’affetto, ricambiai, sì, ma (sono sincera) blandamente, ché sempre nella mia vita mi portai dentro una certa ritrosia (paura?) ad amare, forse perciò quella mattina non risposi al mio pretendente e mai alzai gli occhi a cercare quelli di un uomo.
Gli anni passarono e, com’è legge di natura, mancò prima la vecchia madre e poi la figlia, ed io mi ritrovai sola. Restai ad abitare nella casa che avevo diviso con le due brave donne e cominciai, allora, a frequentare la parrocchia del quartiere, dove entrai in contatto con un gruppo di donne di un’Associazione Onlus che si occupavano di un progetto, per quei tempi, pioniere: le adozioni a distanza.
Mi piacque molto il fatto che i bambini potessero venire adottati senza essere sradicati dai loro luoghi d’origine, che potessero conservare lingua, tradizioni, cultura, soprattutto che non venissero strappati alle loro famiglie, e così, alla proposta di aiutare un po’ in ufficio (c’era tanto da fare!), con entusiasmo accettai, e quel “lavoro” divenne  la mia missione.
Aiutare ad adottare (seppure alla distanza), lasciando i bambini alle loro famiglie, era un po’ come aiutare a lasciare nella mia famiglia d’origine me stessa bambina, e in quest’attività mi scoprii brava, efficiente, instancabile, suscitando l’affetto e la stima dei miei colleghi e delle coppie che si rivolgevano all’Associazione: divennero loro la famiglia che non avevo mai avuto!
Gli anni scivolarono veloci e, finalmente, arrivò il mio settantesimo compleanno, il giorno che avevo atteso per tutta la mia vita: ora, come stabilito dalla legge, mi sarebbero stati rivelati il nome e il cognome di mia madre.
Quella mattina, dunque, mi recai speranzosa al brefotrofio. Ora affrettavo il passo, ora lo rallentavo in quei corridoi dell’Annunziata che ben conoscevo, con il cuore che mi andava a mille, le gambe a tratti malferme, mi sentivo mancare, ma dovevo essere forte: tra poco avrei saputo.
E questo venni a sapere:
L'anno 1945 il 31 dicembre all’incirca alle ore 8 del mattino è stata ritrovata in una cesta fuori dall’Annunziata, una neonata con occhi verdi e capelli castani, il corpicino gracile, avvolta in uno scialle, adagiata fra lenzuoline di cotone, con in testa una cuffietta di lino e cotone con bordo di pizzo, indosso una lunga camicina di percalle. Tra le fasce è stato ritrovato un biglietto con scritto il nome della bambina, Immacolata, quello della madre, Elisabetta Conversano di anni 25, e quello della levatrice, tale Antonietta Di Gennaro di Posillipo.
Uscii in strada tremante, con il cuore in subbuglio, la testa confusa. Mille pensieri attraversavano la mia mente, fra i tanti uno preciso: dovevo cercare la levatrice, se ancora era in vita, lei mi avrebbe condotta da mia madre, se ancora era in vita.
Presi il pullman numero 106, scesi al capolinea, guardai il mare grigio-verde spumeggiante contro gli scogli, agitato dall’impetuoso maestrale, rabbrividii, ma cominciai la mia ricerca in via Posillipo.
Non sapevo se il Cielo mi avrebbe risarcita per il torto subito alla nascita, se la Madonna dall’alto avrebbe avuto pietà di me restituendomi mia madre, mio padre, o, almeno, qualche familiare, sapevo soltanto che volevo aver fede, credere fortemente che avrei ricevuto risposta alle domande che mi tormentavano, ma non ebbi fortuna, perché in via Posillipo, a chiunque domandai, nessuno seppe darmi notizie di Antonietta Di Gennaro, e nemmeno di Elisabetta Conversano, di cui pure chiesi, assurdamente sperando che, magari, fosse stata anche lei della zona.
Non mi arresi, imperterrita, ostinata, come impazzita, trascorsi giorni e giorni ad entrare nei bar, nelle panettiere, nelle lavanderie, in ogni tipo di negozio di via Posillipo ed anche delle zone confinanti, chiedendo un po’ a tutti notizie della levatrice, finché non m’imbattei in una signora che aveva più o meno la mia età che mi disse che si ricordava della levatrice, ma che era morta da più di vent’anni: altro non sapeva dirmi. Fu un duro colpo! Delusa, mesta, afflitta più che mai, tornai sui miei passi, allontanandomi da quell’antico colle il cui nome, Pausyilypon, per ironia della sorte, aveva il significato di “calma il dolore”, io mi sentivo dolorante anche nel corpo, come se mi avessero riempita di botte, ma non mi arresi.
Provai a cercare Elisabetta Conversano al comune di Napoli, non risultava, cercai negli elenchi telefonici della città e delle province, niente, mi consigliai con un avvocato, persino con un investigatore privato: furono onesti e mi dissero che sarebbe stato impossibile trovarla con così pochi elementi.
Ora davvero non avevo più nessuna speranza di rintracciare, se non mia madre, almeno qualcuno della mia famiglia, una sorella, un fratello, uno zio, un cugino, una nipote.  Ritornai di nuovo in via Posillipo.Il mare era agitato, le onde si accavallavano e andavano a schiantarsi violentemente contro gli scogli, un vento freddo sferzava il monumentale Palazzo Donn’Anna immerso nelle acque trasparenti, e le gelide raffiche colpivano anche me, che stentavo a camminare e, rabbrividendo, più forte stringevo la sciarpa intorno al collo. Non sapevo cosa fare, dove andare, ero sola e senza più speranze: mi sentivo come morta.
Tornai indietro, camminai e camminai come in un sogno, mi ridestai dal torpore quando mi accorsi che le mie gambe mi avevano ricondotta davanti all’Annunziata, esitai un attimo, poi entrai in chiesa. Tra le familiari navate semibuie mi parve di sentire echeggiare il vagito di un neonato, poi mi sembrò di udire mille vagiti, era il mio confuso a quello degli altri bambini sfortunati…i bambini sfortunati…un pensiero mi fulminò, non ero sola del tutto, a scaldare il mio cuore, freddo come quel vento di maestrale che oggi spirava, mi restavano pur sempre i volti dei tanti piccoli sconosciuti che ogni giorno vedevo in fotografia e che attendevano di essere aiutati.
Il mio sguardo incontrò quello della statua della Madonna dell’Annunziata, la mamma di tutti i bambini abbandonati, dai lunghi capelli veri (offerti dalle donne della zona a lei devote), il mantello azzurro, le belle scarpine annualmente cambiate perché leggenda vuole che si consumino camminando di notte per andare a sfamare i poveri e gli orfanelli di Napoli: sembrava sorridermi e annuire, come a volermi esortare a non disperare e a proseguire la mia missione. Mi sentii improvvisamente placata, rassegnata, riconciliata con me stessa e con il mio passato. Mi segnai con la croce e uscii.
Tornai a casa. Domani mi attendeva un nuovo giorno: in fondo, se facevo progetti, non ero morta del tutto, e potevo continuare a dare un senso alla mia vita dimenticando la mia sofferenza e continuando a porre al servizio degli altri, con impegno ancora maggiore, i rimanenti anni della mia disastrata esistenza. Dal mio doloroso passato poteva scaturire un futuro migliore per tanti bambini sfortunati, e ormai solo questo contava.
E, da allora, così ho impiegato i miei giorni, impegnandomi con maggiore forza nella mia “missione”, ma anche se il tempo è passato e la mia vita è quasi conclusa, continuo a sentirmi smarrita quando penso che dietro di me c’è il deserto, che non ho una famiglia e nemmeno una storia familiare, e sempre mi assale un senso di rabbia per l’incomprensibile l’ingiustizia che ho dovuto subire, perché non svanisce dal mio cuore il rammarico per non aver conosciuto i miei genitori, soprattutto mia madre, che permane ombra, fantasma, sogno.  

 

1) Quasi sempre era una madre che portava,
 nello scialle, qualcosa avvolto: un bambino.
 E, dopo uno sguardo  furtivo,
 lo adagiava nella ruota.

2) Antichissimo brefotrofio fondato per volere della regina Sancia d’Aragona nel 1318 e affidato alla cura delle monache. Accanto all'ingresso del monastero c'era una ruota girevole ove, col favore delle tenebre, venivano abbandonati i neonati.

3) Questo cognome (Esposito) è un suggello d’infamia marcato su la intera vita di un uomo; è una punizione inflittagli per la colpa de’ suoi genitori. Da quanto tempo ai trovatelli in Napoli si appicca, quasi a sempiterno ricordo, l’odioso aggiunto di Esposito? Da quanto tempo questo cognome affratella in una numerosa famiglia tutt’i figli della colpa?...

(Francesco Mastriani,  La Medea di Porta Medina).

4) La ruota fu chiusa nel 1875, ma ancora per diversi anni i piccoli continuarono ad essere esposti, di notte, sui gradini della chiesa.

5) L’Albergo dei poveri fu voluto nel Settecento da Carlo di Borbone per offrire assistenza ai bisognosi e “rieducare” le classi più disagiate.

 

  

 

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