Francesca Santucci

 

IL GIORNO IN CUI I BAMBINI  SI LIBERARONO DEL SIGNOR VIRUS CORONA

 

(dall'antologia AA.VV., Piccole pesti leggono, Kimerik 2020)

 

 

 

 

Non era per niente un signore il signor Virus Corona, anzi, era proprio un dittatore. Da quando si era subdolamente impadronito con la forza della città seminava il terrore, causando dispiaceri, dolori e lutti. Ormai quasi più nessuno, per non incorrere nella sua malvagità, osava uscire di casa e, se qualcuno lo faceva, era per breve tempo e sempre con la paura d'imbattersi in lui, che poteva essere ovunque, pronto a fare del male, a tutti indistintamente, giovani e meno giovani, nei modi più disparati: a chi toglieva l’olfatto tanto da impedirgli per sempre di inebriarsi al profumo dei fiori, a chi il gusto, così che non potesse più assaporare i cibi prelibati preparati dalle mani amorevoli delle mamme, a chi l’udito, impedendogli per sempre di sentire il ritmico sciabordare delle onde del mare, a chi fiaccava il respiro, tanto da costringerlo a vivere perennemente in affanno, e a tanti altri, purtroppo, soprattutto vecchi, i più deboli e indifesi, quel vigliacco non esitava a dare la morte.
Il silenzio regnava sovrano, le scuole erano chiuse, le strade erano deserte, non si poteva più giocare per strada, mettersi in viaggio, andare in vacanza, incontrarsi con i familiari o con gli amici: tutto fermo, immobile, sospeso, tutti serrati in casa, intrappolati nel cerchio della paura.
Ormai gli unici ad animare con i loro voli la città svuotata erano gli uccelli, eppure non un canto proveniva da loro, tacevano come per rispetto e comprensione delle angherie che gli esseri umani stavano subendo.
Un giorno, però, accadde che una bambina, triste per la solitudine alla quale era costretta, sporgesse la testa dalla finestra. Guardando il cielo azzurro, ripensando al tempo felice in cui poteva andare a scuola o uscire in strada a giocare con le sue compagne, grossi lacrimoni le rotolarono sulle guance, ma il suo pianto silenzioso non sfuggì a un uccello di passaggio, una stupenda gazza dalla testa e il dorso ricoperto d’un bel piumaggio nero, il ventre candido, la lunga coda color dell’ebano con riflessi metallici blu, gli occhi di colore bruno scuro, che, curiosa com’è nella natura della sua specie, con un rapido volo le si avvicinò e, posatasi sul davanzale della finestra, le chiese perché piangesse. Meravigliata da quel prodigio, e, cioè, che una gazza potesse parlare (ma la caratteristica di quest’uccello è proprio quella di avere un verso chioccolante capace di imitare i suoni dell'ambiente che li circonda, compresa la voce umana), la bambina, superato lo stupore iniziale, le confidò il suo sconforto.
La gazza, dopo aver ascoltato tutto per bene, le consigliò di rivolgersi alla Fata della Speranza: di certo lei avrebbe saputo trovare un rimedio per quella brutta situazione!
-“Ma come si fa a contattare la Fata della Speranza?”- chiese la piccola incredula.
La gazza le rispose:
-“Tu chiudi gli occhi e ripeti per tre volte: Fata, Fatina, ti prego, vieni in aiuto di me piccina. E lei accorrerà.-
Poi si congedò augurandole buona fortuna, e, con volo dritto e lento, alternando lunghe planate a battiti d’ala più veloci, rapida si allontanò.
Asciugatisi gli occhi, la bambina a bassa voce, ripeté:
-Fata, Fatina, ti prego, vieni in aiuto di me piccina! Fata, fatina, ti prego, vieni in aiuto di me piccina. Fata, Fatina, ti prego, vieni in aiuto di me piccina -.
In un  battibaleno si udì nell’aria un lieve frullo d’ali e una piccola sorridente creatura vestita di verde leggiadra apparve.
-“Sei tu che hai bisogno del mio aiuto?”- domandò la fata con voce gentile.
-“Sì, ed ora ti spiegherò per quale motivo.” - rispose la bambina.
E, così, le raccontò tutto, chiedendole, infine, se ci fosse un modo per scacciar via quel malvagio che seminava distruzione e morte.
La Fata restò pensierosa per qualche istante, poi, come illuminata da un’idea improvvisa, rispose che un modo c’era.
Lei sapeva per certo che il signor Virus Corona non sopportava né i bambini né il vento, perciò se, dopo averlo attirato all’aperto, tutti i bambini della città, contemporaneamente, si fossero messi a soffiare nella sua direzione, sarebbero riusciti a suscitare un vortice così potente nel quale intrappolare il malvagio: allora sarebbe stato possibile guidarlo verso un fosso nel quale scaraventarlo e legarlo per bene, e poi, con una grossa fune, sospenderlo a un pallone che lei stessa avrebbe loro procurato, e, dopo averlo toccato con la sua bacchetta e pronunciata una formula magica, scagliarlo nel cielo. Per un po’ avrebbero vagato fra le nuvole finché, poi, a causa della forte pressione atmosferica, sarebbero scoppiati entrambi. Perciò la Fata le suggerì di contattare tutti i bambini in qualsiasi modo, con ogni mezzo (e, per fortuna, oggi ce n’erano tanti a disposizione, telefoni, cellulari, smarthphone, computer, tablet…), di mettersi d’accordo, e di stabilire un giorno e un’ora per ritrovarsi e mettere in pratica il suo consiglio. Lei sarebbe arrivata con le funi e il pallone, e insieme avrebbero attuato il piano.
–“Ma come faremo ad attirarlo all’aperto?”- chiese la bambina.
La Fata rispose:
-“Non preoccuparti, ho già pensato anche a questo! Basterà che voi bambini vi mettiate a chiamarlo ad alta voce, e quello, udendo le vostre vocini infantili per lui insopportabili, si precipiterà in strada. Allora agiremo.” -
Ci fu, così, un incredibile passaparola, da un luogo all’altro della città e, il giorno e l’ora convenuti i bambini arrivarono sotto la casa del malvagio, accompagnati dai genitori, che prima stettero in disparte a sorvegliarli e poi li aiutarono. Presente la Fata della Speranza con gli oggetti necessari, si disposero in cerchio e, girando in tondo in tondo, cominciarono a urlare: Esci fuori, signor Virus Corona, esci fuori, signor Virus Corona... Quello, attirato dallo strepito, si precipitò fuori e tutti i bambini cominciarono a soffiare così forte ma così forte da scatenare una violentissima tempesta di vento che scaraventò a gambe all’aria il cattivone, e più i bambini soffiavano e più quello restava imprigionato nel vortice, finché non andò a finire nel fosso dove, con il pronto aiuto della Fata e dei genitori, fu immobilizzato, legato e sospeso alla fune del pallone. Allora la fata agitò la bacchetta e, ad alta voce, nell’antico linguaggio delle fate, pronunciò una formula magica con la quale chiedeva la collaborazione degli alberi affinché convogliassero le loro energie attraverso i rami protesi verso il cielo, contribuendo, così, a spingere verso l’alto il pallone:

Beth, uat, duir,

straif, ruis, muin,

bala et balòss (liugach!), 

hraffon.

 

Betulla, biancospino, quercia,

prugnolo, sambuco e vite,

palla e birbone (persona deprecabile!),  

strappa con violenza.

Il pallone si sollevò trascinando con sé il malfattore, sempre più in alto, sempre più in alto, finché, raggiunta un’altezza vertiginosa, entrambi si disintegrarono.
Tutti restarono ancora un po’ con il naso all’insù, poi scoppiarono in pianti e risa di gioia e liberazione.
E, così, pian pianino, la vita ritornò alla normalità, e dove prima c’erano stati la tristezza e il dolore, tornarono a regnare la gioia e l’amore.
Questa storiella vuole insegnare che non c’è nessun male che non possa essere sconfitto e che i bambini, se ben guidati, hanno un potere enorme: sono la forza positiva del domani.

 

Non era per niente una brava persona

quel tale signor Virus Corona

che nell’ombra acquattato

ogni giorno tramava l’agguato.

 

Anzi, era proprio un mascalzone,

perciò meritava una punizione.

Fu d’accordo anche una gazza

richiamata da un pianto in lontananza.

 

Un consiglio diede alla bambina:

invocare tre volte una fatina.

Quella lesta si sarebbe mossa

e in suo aiuto sarebbe accorsa.

 

Così fu. La fata arrivò

e il suo consiglio prodigò:

radunare tutti i bambini del mondo

per liberarsi del truce manigoldo.

 

Arrivati tutti i bambini del mondo,

disposti in giro girotondo,

soffiarono forte a più non posso

e lo scaraventarono in un fosso.

 

Poi a un pallone lo legarono bene

e lo spinsero in alto su nel cielo.

Per un po’ quelli insieme vagarono

finché, infine, non si disintegrarono.

 

Liquidato il malfattore,

tornata libera la città dal terrore,

sorridendo contro il sole,

i bimbi ripresero a giocar fra le aiuole.

 

 

 

 

 

 

 

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