Francesca Santucci

Il mio mondo felice

 (dall'antologia AA.VV.,  "BrEvi Autori - volume 3", Braviautori.com 2017)

 

 

Dolore di bambino

Mia madre gemette, mio padre pianse,
nel periglioso mondo balzai,
impotente, nudo, lamentandomi forte,
come un fantasma nascosto in una nube.

Lottando nelle mani di mio padre,
agitandomi contro le bende che dovevano avvolgermi,
legato e stanco, ritenni la cosa migliore
il ripiegarmi sul petto di mia Madre.

William Blake

 

 

Me lo ricordo bene com’era vivere lì: vi abitai nove mesi.
Culla, giaciglio, nido, tana, riparo, rifugio, lì non v’era l’avvicendarsi delle stagioni, non era mai alba, non era mai tramonto, non faceva mai freddo, non faceva mai caldo, nessun temporale veniva a sferzare, nessun vento ad agitare, la luna non transitava alta nel cielo a fiocamente illuminare, il sole non abbruciava con il suo fuoco, tutto sempre tiepido e mite: era, quello, il mio mondo felice, era il soffice ventre di mia madre.
Nessun cruccio, nessun inganno, nessun affanno, nessun dolore, saldamente aggrappata come il fusto alla radice, come il fiore al suo gambo, me ne stavo beata, acquattata in quella sospensione protettiva e tenera, senza mai dover allungare i piedi ad affrontare il duro selciato, senza mai dover spiccare salti o correre, nessun andare, solo dolcemente stare, ruotando e facendo capriole col mio tenero corpo in boccio, dondolandomi fra acque tiepide mai tumultuose, fonte di protezione e nutrimento, ora allungando un braccino ora l’altro, ora aprendo e chiudendo una manina, ora l’altra, timidamente bussando- per palesare anch’io la mia presenza- alle protettive pareti di quel corpo meraviglioso di cui percepivo il ritmico battito del cuore pulsante all’unisono col mio cuoricino.
Accolta, protetta, nutrita, crescevo vigorosa, succhiando di continuo il pollice per allenarmi al momento meraviglioso in cui avrei direttamente succhiato il suo nettare mielato.
E nuotavo, nuotavo, mai stancandomi di ascoltare i suoni e i rumori, che mi arrivavano ovattati, smorzati i rari segnali di disturbo, e le voci, tante, fra cui ben distinguevo, in misteriosa comunicazione da mesi, la voce femminile, tenera, amorevole, rassicurante, dolce, che si tramutò in fortissimo grido quando quelle pareti che per mesi mi avevano protetta si serrarono contro di me e fortemente spingendo, mi catapultarono all’esterno. Gridai anch’io, di paura e di dolore, ma quando mi sentii teneramente accolta sul suo seno, mi abbandonai al ritmo del suo respiro e al battito del suo cuore: nacque, allora, l’Amore.

 

 

 

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