Francesca Santucci

Il perduto amore

(dall’antologia AA.VV., "Perle d'amore", Apollo edizioni, 2017)

A mia madre

 

 Quando si arriva a Natale, Jessie Willcox Smith (1863-1935)

Appena sveglia mi colpì uno strano silenzio, come se la casa fosse deserta, eppure sapevo che non lo era. Non una voce, un passo, un suono, un profumo, un rumore, nemmeno gli aromi familiari del latte e del caffè.
A piedi nudi, sul pavimento freddo, rabbrividendo, andai in cucina per cercare mia madre… non c’era, e non era nemmeno nelle altre stanze che avevano le porte spalancate, tutte tranne una: la camera dei miei genitori. Abbassai la maniglia, cercai di aprirla, ma era chiusa con la chiave, che nella toppa non c’era.
Nel salotto, dalla persiana semi abbassata dalla quale filtravano i primi sbiaditi raggi di luce del mattino, trovai mio padre. Seduto sul divano, immobile, senza l’abituale sigaretta del mattino fra le dita, dietro gli occhiali fissava un punto nel vuoto. Lo vidi stranamente invecchiato, con delle rughe intorno agli occhi che non avevo mai notato prima.
-Papà? - chiamai con voce bassa e querula, sul punto di piangere, perché mi spaventavano l’assenza di mia madre, il silenzio e quella stanza chiusa a chiave.
Si riscosse e, sempre fissando quel punto nel vuoto, mi chiese di chiamare i miei fratelli, ma di lasciar dormire il più piccolo. Eseguii all’istante.
Poco dopo, con lo sguardo in direzione della stanza dall’accesso proibito, con voce grave ci annunciò che la mamma ci aveva lasciati, per sempre.
Concluse dicendo:
-Ora siamo noi la famiglia e dobbiamo andare avanti. Siate forti, bambini, affronteremo insieme la vita con coraggio!-
Sentii mille scintille scoppiarmi nella testa. Bugie! Bugie! Bugie! Non eravamo più una famiglia, ma una cosa monca, mutilata, come un corpo senza una gamba, che può ancora camminare, ma sorreggendosi a un bastone. Con gli occhi colmi di lacrime, bambina che vive un dramma troppo grande per i suoi pochi anni, guardai l’albero…
Era venuto proprio bene l’albero quell’anno! I fili d’oro alternati a quelli d’argento, i blu ai rossi e ai multicolori, le catenelle che s’incrociavano e si reincrociavano in allegra fuga in verticale, in obliquo e in orizzontale, i globi colorati sapientemente disposti per differenti dimensioni e tonalità, i due angeli vestiti di raso celeste e bianco posti quasi alla sommità, le luci fisse e intermittenti occhieggianti tra i rami, e infine il bel punteruolo blu, quasi contro il soffitto.
Ricordai che era Capodanno, il primo giorno di un nuovo anno.  Soltanto il giorno prima mia madre c’era, e si preoccupava per noi e ci curava e ci proteggeva e ci amava, e sorrideva al profumato giacinto azzurro fiorito nella caraffa di cristallo che con tanto garbo aveva coltivato.
Dov’era il sorriso di mia madre? Guardai il bulbo fiorito, guardai le punte dei miei piedi scalzi e di nuovo mi sfiorò una sensazione di freddo. Dov’eri, mamma, dov’eri, ora?… E perché eri andata via?… Cosa avremmo fatto oggi, domani, dopodomani e il resto della vita senza di te?
Mille interrogativi, mille dubbi ai quali il tempo avrebbe dato delle risposte (consolazione mai!): ma intanto?
Stavo per crollare, già sentivo le lacrime pungermi gli occhi, quando avvertii un pianto sommesso e continuo: il più piccolo dei miei fratellini si era svegliato e voleva la mamma.
Mi precipitai in camera, lo presi in braccio e, cullandolo, gli sussurrai:
- Non piangere, la mamma tornerà presto!-
Invece non tornò più, e noi imparammo a vivere da mutilati, rimpiangendo per tutta la vita il nostro perduto amore.

 

 

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