Francesca Santucci

INDIVISIBILI

 (dall'antologia AA.VV.,  "Personaggi in cerca di Storie", Alcheringa Edizioni 2017)

racconto ispirato al romanzo “Cime tempestose” di Emily Brontë

 

 

[…] non riposerò fino a quando tu non starai con me. Mai!

(E. Brontë, Cime tempestose, cap. XII)

 

Gli umani credono perlopiù al mondo fisico, meno a quello spirituale, affidandosi a ciò che possono vedere con i loro occhi, spiegare con la ragione, provare scientificamente in laboratorio, mostrandosi scettici verso tutto ciò che esula dai sensi, freddamente liquidato come superstizione o fantasia o follia, ma sono in errore, è come pensare che il sole scompaia definitivamente quando le nuvole per un momento ne oscurano la vista.
Credono, gli scettici, che i morti giacciano per sempre nella requie eterna, assenti, ormai, le emozioni, placate le passioni, ma si sbagliano: quelli, divenuti spiriti, ancora si agitano inquieti se in vita sono stati creature tormentate, e tornano sulla terra, ma solo quando il canto degli uccelli diurni tace e alta la luna si leva ad inargentare il paesaggio agli spettri è concesso di tornare a vagare nel mondo, per poi svanire, proprio come i sogni, all’alba.
Anch’io, ogni notte, da anni e anni e anni, come una miserabile vagabonda torno a vagare sulla terra, in quella brughiera selvaggia a me così tanto familiare, rugiadosa di primo mattino e risonante dei canti festosi dei fringuelli e dei cuculi a primavera, agitata dal
turbinio della neve d’inverno, sferzata dall’implacabile vento del nord nei giorni di tempesta, scomposta dalle folate potenti sbuffanti fra gli abeti e i filari dei rovi nella stagione fredda, tumultuosa come il mio animo nei giorni di bufera. Torno a vagare fra quelle lande desolate che mi videro correre felice in libertà sul tappeto vellutato dell’erba, rotolarmi fra le eriche bianche e rosa in fiore, arrampicarmi sulle rupi più aspre, insieme ad Heathcliff, il mio unico perduto amore, scelto sin da bambina nel mio cuore, palpitante pensiero che ancora nel mio cielo oscuro orbita e lo illumina.
Ogni notte ritorno a tormentarlo con la mia presenza/assenza, senza mai dargli un momento di tregua, perché voglio condurlo sull'orlo della follia e portarlo con me. Fu lui a uccidermi con la sua accecante gelosia e il suo spietato desiderio di vendetta, a uccidere me che ero la sua stessa anima. Implorò sul mio cadavere di non lasciarlo solo nel suo abisso di disperazione, di tornare da lui dopo la morte sotto qualsiasi forma perché non poteva vivere senza di me, e allora io torno, guidata dall’immutato sentimento, che è insieme rabbia, rimpianto, dolore, disperazione, passione ardente.
E vago, sempre lui cercando, sempre a lui pensando, ai suoi capelli neri come l’ebano, ricciuti e ribelli, che cercavo di lisciare ma che, indomabili, non si piegavano alla mia volontà, al suo bel volto bruno dall’espressione un po’ severa che l’ improvviso sorriso rasserenava e addolciva, alle sue mani forti, abbronzate dal lavoro nei campi, che sapevano divenire gentili quando si aprivano alle carezze, alla sua aria insieme selvaggia, altera e fiera.
E mai dimentico il tempo felice e infelice della nostra appassionata stagione, quando, in un’altalena di sentimenti, come intrappolati in un vortice di follia e passione, ci amavamo e ci odiavamo: io capricciosa e mutevole come il cielo d’autunno, lui impetuoso e tempestoso come il vento del nord.  Le mie mani fra le sue, il mio volto contro il suo, le labbra unite nel bacio infinito, i cuori pulsavano all’unisono e gridavano l'identico bisogno d'amore: non contavano, allora, né il sole che sorgeva né la luna che spuntava né le stelle che in cielo a mille e a mille brillavano, esistevamo solo lui, io ed il romantico paesaggio che faceva da cornice al nostro sentimento, dai più incompreso e ostacolato, in vita soffocato, miracolosamente sopravvissuto oltre la morte.
Lui che non voleva padroni si assoggettava docilmente a me, come un cane rassegnato alla catena, come un puledro domato alla cavezza, ed anch’io, schiava d’amore, lo avevo eletto ad unico padrone del mio cuore.
Fu il mio sogno ed io fui il suo, impossibile vivere senza di lui, impossibile vivere senza di me, perciò ogni notte, consapevole che ancora mi vuole, così come io voglio lui, torno a cercarlo, e batto e ribatto contro i vetri della sua finestra sperando che mi veda, e aspetto che spalanchi la porta della nostra casa, dove ancora custodisce tutte le mie cose, i miei abiti, i miei libri, i miei disegni, e mi lasci rientrare, non per restarci, ché, questo, ormai, più non mi è concesso, ma per condurlo via in quel luogo dal quale mai più ritorneremo, dove ci basterà soltanto il nostro amore infinito ed eterno.
Vado da lui che mi attende insonne nel suo letto, ben sveglio, eppure immobile come se dormisse, come paralizzato nell’attesa della mia apparizione, pensando intensamente a me come a un sogno o ad un incubo, come fui nella realtà, suo paradiso e suo inferno, invocando ad alta voce il mio nome, struggendosi di nostalgia e di rimpianto, maledicendo il giorno in cui nacque pensando al destino crudele che ci separò, arrivando ad invocare per sé la morte. Mi cerca, mi chiama, mi supplica di tornare a casa, ed io, demone maledetto, guidata dal mio desiderio e dal suo richiamo, dal regno dei morti ogni volta accorro, mi avvicino alla finestra, e nel buio, ombra fra le ombre, con le mie invisibili dita picchio contro i vetri, e fra i singhiozzi lo scongiuro di riaccogliermi, di ricongiungersi a me, lo supplico di perdonarmi, di perdonare la mia crudeltà e il mio sciocco orgoglio, di comprendere che soltanto un capriccio mi spinse a preferirgli un altro che mai amai. E lui, fino ad allora sprofondato nel delirio di me, miracolosamente riemerge dal suo sopore, non mi vede ma percepisce la mia presenza, e m’implora di mostrarmi, e con le braccia al Cielo grida il mio nome con la stessa intensità con cui lo gridò il giorno della mia morte,
Catherine, e io grido il suo, Heathcliff, e le nostre voci disperate, che nessuno dei due ode, diventano un’unica voce che, nella tempesta dei sentimenti, invano grida.
Ah, se davvero potessi urlare gli giungerebbe la mia voce e spalancherebbe la porta di casa e mi vedrebbe e mi lascerebbe entrare, e allora avrei anche un corpo che potrebbe stringersi al suo e riscaldarlo, e mani che si prodigherebbero in carezze che lascerebbero svanire il tormento dal suo e dal mio cuore, ma più non ho voce né mani né braccia per attirarlo a me.
Nel gelo e nelle tenebre di queste notti, pure solo per un istante, vorrei risentire il calore del suo corpo, ma anche lui per me non ha braccia per stringermi né mani per accarezzarmi né labbra per lenire con i suoi baci la mia infelicità: l’uno all’altro, diversamente, invisibili. Ma, ostinata, continuo ad amarlo, e so che lo stesso è per lui,  perché  il nostro amore è forte come le rocce, perché noi siamo indivisibili, non due gocce d’acqua per caso trovatesi nello stesso mare, ma la stessa goccia d’acqua divisa in due che la sorte ha riunito, la morte ha separato, e che l’amore, più forte della morte, ricongiungerà.
Sono interminabili queste notti, e silenziose, cupe, e ancora tante dovranno trascorrerne prima di poterci riunire (così è stabilito nel percorso di espiazione delle mie colpe mortali), ancora per lungo tempo la dannazione dovrà tormentare sia il mio che il suo cuore, che bruciano ardenti come vive fiamme di focolare.
In questo mondo sotterraneo, dove non riposerò fino a quando lui non sarà con me, dove vivere separata da lui è la vera morte, rabbrividisco di solitudine e insieme ardo d’amore, e solo la certezza che il nostro legame perdurerà, sfidando il tempo e la logica, mi reca conforto e mi fa trovare la forza di continuare nel mio notturno peregrinare.
Ora sono soltanto un’ombra celata nel buio, ma non sarò da sola per sempre: ne sono certa! Un giorno più forte griderò il suo nome e, finalmente, lui udrà la mia voce, spalancherà la finestra alla quale busso e, non più l’uno all’altro invisibili, ci ritroveremo e, insieme, ci allontaneremo nella brughiera in un’eternità d’amore.

 

 

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