Francesca Santucci

LA BAMBINA DALLE TRECCE ROSSE

(dall'antologia AA. VV. "Qualcosa di rosso",  Alcheringa  edizioni 2016)

 

 

 

In quella classe i bambini avevano tutti i capelli corti e grigi, perciò si stupirono moltissimo quando arrivò fra loro una bambina dalla pelle color del latte e le minuscole lentiggini sul bel volto, sempre sorridente, incorniciato da capelli rossi fiammeggianti acconciati in due lunghissime trecce e con un bel fiocco verde sul capo. Di curioso per loro, però, quella bambina non aveva solo il colore dei capelli, ma anche l’abbigliamento che la faceva assomigliare ad un piccolo clown: una tunica azzurra a maniche lunghe con stampate delle margheritone di colore arancio, rosso e giallo, calzoni di due differenti fantasie e colori, una a righe giallo e arancio, l’altra interamente viola, e le scarpine blu.
E poi anche il suo nome, che strano, non si chiamava Anna, Maria o Francesca, ma Ivy, nome adespota, cioè non portato da nessuna santa, dunque non aveva un giorno personalizzato in cui festeggiare l’onomastico, ma doveva aspettare Ognissanti per celebrarlo. Per tutti questi motivi Ivy non fu ben accolta dai suoi compagni di classe, che la evitavano o, addirittura, la deridevano.
Ivy sgranava stupita i suoi begli occhioni verdi quando la prendevano in giro, tirandole le trecce e facendo le linguacce, proprio non capiva perché la canzonassero. Per un po’ resisteva, ma poi caldi lacrimoni le rigavano le guance, e allora si isolava, sia in classe, nelle ore di lezione, che durante la ricreazione, e a casa non raccontava nulla, tenendo per sé il suo grande cruccio, finché un giorno la maestra non si accorse di tutto. Allora, a voce alta, chiamò all’attenzione la classe, si avvicinò ad Ivy, gentilmente la prese per mano e la scortò al centro dell’aula dove, senza mai lasciarla, rivolta ai suoi alunni, così parlò:


-“Cari bambini, dovete perdonarmi se non vi ho ben presentato la piccola Ivy, che ci ha fatto l’onore di scegliere la nostra classe per venire a studiare. Lei proviene da un paese lontano, che  vanta storia e tradizioni antiche e illustri quanto quelle del nostro paese. I suoi genitori hanno voluto darle questo nome perché alla nascita già aveva i capelli intrecciati, come l’edera, e nella loro lingua “edera” si traduce con “ivy”: un bel nome, non vi sembra? Ma Ivy ha anche tante altre particolarità ad esempio, ciò che balza subito agli occhi, cosa rara da noi, ma diffusa nel suo paese, ha i capelli rossi. Memorizzate questo nuovo termine, “rutilismo”: così si chiama la caratteristica delle persone che hanno i capelli rossi.”-

E la maestra continuò per un bel po’ a parlare di Ivy e del rutilismo, e parve aver convinto i suoi alunni ad essere scevri da qualsiasi pregiudizio nei confronti della nuova arrivata, ma sanno essere feroci, spietati, talvolta, i bambini, non perché portati dalla loro indole, ché naturalmente tutti si nasce buoni, ma perché suggestionati dai preconcetti, che assimilano acriticamente, di certi adulti, per questo dopo un po’ cominciarono nuovamente a prendere in giro la nuova arrivata, finché un giorno la bambina non resse più e, all’ennesimo sberleffo, approfittando dell’assenza dell’insegnante, scappò via dalla classe e dalla scuola, addirittura si allontanò dal paese.
Piangendo disperata s’infilò nel bosco e, appena la sua attenzione fu catturata da una piccola pietra aguzza, un pensiero fulmineo le balenò nella mente: la raccolse da terra e, senza esitare, con questa tagliò le sue lunghe trecce. Poi corse e corse e corse, finché, stremata, si sdraiò sotto una quercia e, al riparo sotto il suo imponente tronco e le sue fitte fronde, si addormentò.
Si svegliò che era buio, infreddolita, sola, con l’unica compagnia degli insetti volanti notturni e delle creature più misteriose della notte, i gufi che, dai loro buchi negli alberi, cupi e sinistri bubolavano guardandola con i grandi occhi fosforescenti.
Anche se aveva paura di affrontare il bosco da sola di notte, Ivy capì che doveva tornare a casa. Allora si rialzò, e, pur se a malincuore, lasciò il suo albero. Per un po’ vagò smarrita e spaventata, finché alta non brillò la luna che, insinuandosi con i suoi raggi fra i cespugli, riverberò sulle trecce fiammeggianti lasciate a terra. La bambina da lontano vide la chiara luce delle sue trecce abbandonate, rosate al debole chiarore lunare, la seguì, e, grazie alle sue trecce illuminate, che le ricordarono la strada percorsa, la rifece tutta all’indietro, e si diresse verso il paese.
In prossimità della sua casa si sentì come invasa da una forza nuova, che scacciò via la sua fragilità di prima. Rinvigorita e resistente come la quercia che aveva da poco lasciato, si disse che se era riuscita a sopportare di stare al buio in un bosco, da sola, più nulla e nessuno avrebbero potuto spaventarla, e così non ebbe paura né di affrontare i giusti rimproveri dei genitori, né i suoi compagni che, promise a se stessa, d’ora in poi mai più l’avrebbero presa in giro in giro.
E così Ivy tornò a scuola, lasciò ricrescere le trecce rosse e continuò a indossare belle vesti colorate e, pur dimostrandosi rispettosa dei genitori e degli insegnanti, socievole e affettuosa verso i suoi compagni, non permise mai più a nessuno di offenderla.
Ma la cosa più bella fu che, dopo qualche tempo, non solo la classe di Ivy, ma tutta la scuola cominciò a colorarsi di testoline dai capelli della lunghezza e dei colori più disparati, viola, blu, verdi, gialli, neri, rosa, bianchi, perché, incoraggiati dall’esempio di fierezza di Ivy, i bambini si rifiutarono di farsi tagliare e tingere di grigio i capelli per essere tutti uguali, come fino ad allora era accaduto, e fecero capire ai loro genitori (che, talvolta, devono essere loro ad imparare dai figli!) quanto fosse bello essere diversi gli uni dagli altri. E, da quel momento in poi, tutti si rispettarono, più nessuno prese in giro l’altro e l’intero paese risuonò sempre delle grida festose dei bambini.

 

 

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