Francesca Santucci

 

LA DIVINA COMMEDIA

 

(Rivista libro "Penna d'autore", anno V, autunno 2000)

 

Nella notte del Giovedì Santo, fra il 7 e l'8 aprile del 1300, anno del Giubileo, il poeta immagina di ritrovarsi in una selva oscura nella quale, però, bene non sa come vi sia entrato, e dalla quale ne uscirà alla mezzanotte del giovedì 14, dopo aver compiuto un viaggio d'espiazione attraverso i tre regni ultramondani: l'Inferno, luogo della dannazione eterna, il Purgatorio, luogo d'espiazione temporanea, e il Paradiso, regno della beatitudine.
E' nell'Epistola a Cangrande della Scala, cui è dedicato il Paradiso, che Dante spiega il motivo per cui ha denominato il suo poema «Commedia»: perché è scritto in lingua volgare e in stile comico, cioè modesto, volendo egli parlare di tutti gli uomini, anche di quelli di poco conto, della cronaca del suo tempo.L'aggettivo «Divina» fu poi assegnato dal Boccaccio che ne iniziò per primo la pubblica lettura.

Dalla stessa epistola risulta anche con estrema chiarezza lo scopo educativo dell'opera: allontanare l'umanità dallo stato di miseria in cui vive e condurla allo stato della felicità, e, dunque,  «La Divina Commedia» si pone come il racconto d'un viaggio, ed il viaggio del poeta non è altro che la rappresentazione del cammino dell'anima che, attraverso l'intervento salvifico della ragione umana, rappresentata da Virgilio, e della ragione divina, la Teologia, rappresentata da Beatrice, emerge dal peccato e perviene alla conversione, cioè alla beatitudine eterna.

Le tre cantiche in cui è strutturata l'opera sono come i tre atti di un dramma mistico in cui l'Inferno mostra le estreme conseguenze della materia, il Purgatorio la lotta fra materia e spirito, il Paradiso la comprensione piena della Verità. Il significato allegorico non è, tuttavia, l'unico aspetto del poema, possiamo individuare anche quello morale, cioè l'insegnamento impartito ai cristiani di come sia facile essere indotti dalle passioni a sopire la coscienza con una vita all'insegna del peccato, e come sia difficile, ma non impossibile, ritornare alla vita virtuosa; ed un aspetto analogico, l'umanità preda dell'anarchia dalla quale uscirà con la protezione divina seguendo nelle cose temporali l'Impero e nelle spirituali la Chiesa.

Notevoli sono poi le simmetrie presenti nel poema: in omaggio alla Trinità domina il numero 3 e il numero 9, ma è presente anche il 10 come simbolo di perfezione. Tre sono le cantiche, tre i regni ultramondani, 33 i canti, i peccati dell'Inferno sono divisi in tre grandi classi, 99 i canti che narrano il viaggio. Cento, quadrato di 10, è il numero totale dei canti, in dieci parti ciascuno sono divisi l'Inferno, il Purgatorio e il Paradiso.
Grandi figure poetiche sono plasmate dal poeta in questo viaggio, soprattutto quelle descritte nell'Inferno che, per l'orrore e il dolore del luogo, risaltano drammaticamente, ma ve ne sono anche altre alle quali è legato da simpatia o con cui ebbe familiarità o vincoli affettivi o di sangue, figure che si ergono vigorose e che sono tuttora ben presenti nell'immaginario collettivo: Farinata Degli Uberti, Francesca Da Rimini, il Conte Ugolino, Brunetto Latini, Cacciaguida, Pier della Vigna, Ulisse, Piccarda Donati.

Dante dovrà discendere fino all'Inferno, smarrirsi ed esitare, commuoversi e turbarsi, stupirsi ed indignarsi, guardare fino in fondo l'orrore del male, pentirsi e poi, attraverso la faticosa ascesa della montagna del Purgatorio, di cielo in cielo approderà all'Empireo, per contemplare la bellezza della ritrovata Grazia divina.

Rinnovato nello spirito, come una giovane pianta risplendente di fronde recenti, potrà ritornare tra gli uomini per svolgere il suo compito profetico e ricordare al «mondo che mal vive» che esiste la certezza della Beatitudine divina, giacché è «L'amor che move il sole e l'altre stelle”.

 

 

 

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