Francesca Santucci

LA FIGLIA DELLA LUNA

(dall'antologia AA.VV., L'Aviatore delle Fiabe, Montegrappa Edizioni  2018)

 

 

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Era così bella la figlia della Luna, nata dall’incontro fra il Sole e la Luna, una volta che il Signore del Cielo aveva avuto pietà del loro impossibile amore ed aveva acconsentito che trascorressero un giorno e una notte insieme.  Si sa, il Sole e la Luna abitano lo stesso cielo, ma al Sole è concesso il giorno, alla Luna la notte, il Sole è il padrone della luce, la Luna la regina del buio, dunque sono destinati a non incontrarsi mai, ma come furono belli quegli unici momenti trascorsi insieme!
Il Sole condusse la Luna nel suo Palazzo d’oro, traboccante di serre con meravigliosi fiori arancioni e colonne tempestate di stupendi opali dorati luccicanti intermittenti ai suoi raggi luminosi; la Luna condusse il Sole nel suo Castello d’argento, ombroso all’esterno, all’interno tappezzato di bianchi diamanti così rilucenti da illuminare tutte le stanze.
Dopo aver elogiato i rispettivi mondi e ringraziato il Signore del Cielo per aver permesso loro d’incontrarsi, innamorati e felici trascorsero le ore, finché non giunse il tempo del distacco: allora si congedarono con la tristezza nel cuore, promettendo di amarsi per l’eternità.
Dall’unione di quel giorno nacque una figlia, che fu chiamata Selen, vocabolo che nella lingua celeste significa “la risplendente”. E Selen risplendeva davvero di vivida bellezza!  Il suo viso era pallido, con le gote appena appena rosate, gli occhi di un azzurro cupo, i lunghi capelli corvini, le mani sottili. Con grazia fluttuava nelle lunghe vesti intessute per lei alla luce delle Stelle dalle mani amorevoli di sua madre, nelle interminabili notti in cui sospirava sul suo sposo che mai più avrebbe potuto incontrare.
La figlia della Luna non era sottoposta alla notte o al giorno come sua madre e suo padre, poteva muoversi sia di giorno sia di notte, sicché, diventata grande, per lei fu approntata una casetta fra le nuvole, così da poter vedere suo padre, sia quando si ridestava sia quando si coricava, ma anche incontrare, riparata dai suoi raggi, la madre quando andava a farle visita.
Selen amava la sua casetta fra le nuvole ma, eccezion fatta per le visite dei suoi genitori e delle Stelle, era sempre sola, per questo intristiva.
Un giorno sporse la testa dalle nuvole e cominciò a guardare verso il basso: lì c’era la Terra. Bene non distingueva, troppa era la distanza, ma la curiosità verso quel mondo lontano aumentava ogni giorno, ancor più dopo che, sia il Sole che la Luna, che da secoli la conoscevano- il Sole perché la illuminava di giorno, la Luna perché tenuamente la rischiarava di notte- le raccontarono di come fosse e come vivessero gli abitanti. Così le nacque in cuore di desiderio di andarci: ma era possibile? Si confidò con i suoi genitori, che decisero di chiedere al Signore del Cielo, il quale accordò il permesso, ma solo per un giorno, dall’alba al tramonto. Selen sarebbe stata trasportata sulla terra dal primo raggio di Sole del mattino e ritrasportata su in cielo, nella sua casetta fra le nuvole, dal primo raggio di Luna della sera al tramonto.
Dopo mille raccomandazioni da parte di tutte le creature del Cielo, Luna, Sole, Stelle, Pianeti, la fanciulla si sporse dalle nuvole e via, discese verso il basso.
Com’era bello sentire l’aria sfiorarle il volto come una carezza, e quanti profumi portava con sé! Selen era felice, e discese, discese, discese, finché non planò dolcemente su un prato, tutto verde, puntellato di fiori meravigliosi, sul quale volteggiavano farfalle multicolori: sulla Terra era primavera, la stagione più bella, e tutta la natura volgeva al suo massimo splendore.
Lentamente Selen cominciò ad esplorare quel mondo ignoto che tanto la incuriosiva, guardando in ogni direzione.
E ammirò la bellezza dei monti e delle colline, dei laghi del colore dello smeraldo, quando intorno li circondava la vegetazione, celestini, quando vi si specchiava solo il cielo, e poi scoprì gli uccelli con i loro canti melodiosi e le farfalle variopinte che in tondo giravano sulle infinite varietà dei fiori, e le creature dei boschi, scoiattoli, pernici, lepri… Infine arrivò ad una distesa che le parve infinita, dalle colorazioni fra l’azzurro e il verde: sembrava il cielo del mattino capovolto, ma era il mare! Che splendore! E che profumo! E che belli quei candidi uccelli dai versi striduli che felici volteggiavano sfiorandolo di tanto in tanto per poi risalire di corsa verso l’alto: erano i gabbiani.
Selen timidamente si avvicinò a quella distesa, prima affondando delicatamente i piedi sulla sabbia dorata, poi sostando sugli scogli affioranti qui e là, infine, d’impulso, si calò nell’acqua e d’istinto cominciò a nuotare: che sensazione di benessere, mai si era sentita così leggera e felice, nemmeno quando aveva volato per approdare sulla Terra! Ma, oh, ecco che la sua lunga veste cominciò ad infastidirla, le si arrotolò intorno alle caviglie, cominciava a mancarle il respiro, annaspava, ma due braccia robuste l’afferrarono, la portarono fuori dell’acqua e gentilmente la adagiarono su uno scoglio. Tornata a respirare, placato l’affanno, Selen levò i suoi begli occhi chiari a guardare il suo salvatore per ringraziarlo, ma già lui era svanito, inabissandosi nella verde-azzurra distesa, però ricordava bene il suo volto, anche se lo aveva visto solo per qualche istante: era così bello!
Delusa per non averlo potuto ringraziare, Selen si accomodò su uno scoglio e comincio a ravviarsi i lunghi capelli, intonando una dolce melodia che le avevano insegnato le Stelle: era la più bella che mai fosse stata udita dalle mute creature del mare che, a frotte emersero, restando sospese a mezz’acqua estasiate ad ascoltarla: fra loro c’era anche il suo salvatore. Selen lo riconobbe subito e gli rivolse la parola, ma lui non poté rispondere perché, come tutte le creature marine, era muto, però i suoi occhi parlarono per lui, e a gesti le fece intendere di essere il figlio del mare. Tese la mano a Selen, che subito comprese che lui voleva che la seguisse senza paura: si fidò di lui e raccolse l’invito. Insieme s’inabissarono e, senza mai lasciarle la mano, lui la portò in esplorazione del suo meraviglioso mondo d’acqua. Le mostrò i pesci più bizzarri e dai colori più disparati, i più bei rami di corallo e le conchiglie dalle forme più strane, le madrepore e le stelle marine, e tutti gli altri tesori nascosti fra anfratti e rocce. Non c’era bisogno di parlare, parlavano da sole le bellezze del mare e parlavano gli occhi di Selen e del figlio del mare.
Selen era felice, nuotava con naturalezza in quel mondo affascinante, come se le fosse sempre appartenuto, accanto a quella creatura soave dagli splendidi occhi verdi che mai la lasciava, solo, però, di tanto in tanto doveva riemergere, non potendo nuotare a lungo sott’acqua essendo sprovvista dello strumento adatto al nuoto, cioè, la coda, perciò ben presto si stancava.
Il giorno, poi, trascorse, il tempo stava per scadere: Selen doveva tornare alla sua casa nel Cielo. Insieme felice e affranta riemerse dall’acqua, si accoccolò su uno scoglio a guardare il Cielo in attesa del raggio di Luna per il ritorno, ma non voleva tornare a casa, e il figlio del mare con i suoi occhi le diceva di restare. Allora scoppiò in un pianto dirotto ed invocò l’aiuto della Fata del Cielo, che subito accorse e le chiese il motivo del suo pianto. Selen le confidò di essersi innamorata di quel mondo e del figlio del mare che ricambiava esattamente il suo sentimento: anche se non poteva parlare, lui era riuscito ugualmente a farsi capire! Allora la Fata del Cielo, quando Selen si fu calmata, le disse che era in suo potere farla vivere in mare con quello che sarebbe diventato il suo sposo, però non sarebbe mai più potuto tornare indietro, su nel Cielo e, in cambio della coda per nuotare, avrebbe perso per sempre l’uso della parola. Selen non esitò nemmeno un istante, accettò, e, dopo un ultimo abbraccio alla Fata, che subito si affrettò a dotarla di una lunga coda, s’inabissò in mare con il suo innamorato. Ma Selen non dimenticò i suoi genitori, e mai mancò di emergere un istante dalle acque, all’alba,per salutare sua madre la Luna quando si ritirava dal Cielo, e al tramonto, per rivolgere uno sguardo a suo padre il Sole quando si congedava dal giorno, che, felici della gioia della loro unica figlia, si rassegnarono a guardarlo dall’alto, continuando ad amarla da lontano.

 

 

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