Francesca Santucci

 

LA FORMA DELL’ACQUA:

UN POETICO SOGNO

(dall'antologia AA.VV., Le forme della violenza. Cinema e dintorni, Efesto Edizioni 2018,

presentata il  6 settembre  nello spazio della Regione Veneto Hotel Excelsior al Lido di Venezia,

 nell’ambito della 75 edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica “La Biennale di Venezia”)

 

 

 

 

Ha conquistato il Leone d’Oro per il miglior film alla 74ª Mostra d’arte cinematografica di Venezia il film sulla diversità e sull’amore “La forma dell’acqua,” del regista messicano Guillermo Del Toro, sostenuto da un cast d’eccezione e da fotografia e colonna sonora splendide, un fantasy con elementi horror assolutamente originale, poiché, nonostante gli evidenti richiami ad altri celebri film (‘Il mostro della Laguna nera’ di Jack Arnold, 1954;’L’Uomo Anfibio’ di G. Kasanskij e V. Cebotariov, 1961;’Big Fish’ di Tim Burton, 2003, e ‘Il favoloso mondo di Amelie’, di J.P. Jeunet, 2001), introduce, senza nulla togliere all’incanto della fiaba, un nuovo ingrediente: non più solo l’ammirazione di due esseri diversi o l’amore ideale, ma l’unione totale, di anima e corpo, e a muovere il primo passo verso il congiungimento carnale è la donna.
Il film è ambientato nei primi anni ’60, quelli della Guerra Fredda fra Usa e Urss, dell’esaltazione dell’America per le nuove invenzioni e innovazioni tecnologiche e, parallelamente, del suo disprezzo per le categorie più deboli della società: i neri, i disabili e gli omosessuali.
Semplice e lineare la trama. A Baltimora, in un laboratorio governativo di ricerca scientifica, dove vengono effettuati degli esperimenti atti a contrastare la Russia durante la guerra fredda, lavorano come donne delle pulizie Elisa Esposito (il cognome è quello dei bambini abbandonati alla nascita), ritrovata in un fiume, muta a causa della recisione delle corde vocali da bambina, e Zelda, un’afroamericana, voce di  Elisa, che, casualmente, diventano testimoni dell’arrivo nel laboratorio segreto di una misteriosa cisterna piena d’acqua, nella quale è stata trasportata una creatura anfibia, prelevata a forza da un fiume della foresta amazzonica, dagli indigeni adorata come un dio.
Mentre i servizi segreti americani e russi discutono sull’eccezionale ritrovamento scientifico e si contendono il destino finale del “mostro”, intanto barbaramente trattato e sottoposto a sanguinosi esperimenti, Elisa comincia ad avvicinarsi a lui (comunica nella lingua dei segni, gli porta del cibo, gli fa ascoltare della musica), tanto che nel suo cuore l’amore entra come una forza sovvertitrice, strappandola alla solitudine e all’emarginazione della sua vita quotidiana, rischiarata solo dai sogni regalati dai film e dalla musica.
Spinta dall’amore, oltre che dal senso di giustizia per quell’essere così crudelmente trattato, con la complicità del suo vicino, Giles, della sua amica Zelda e dello scienziato Dimitri (che, affascinato dall’intelligenza e dalla sensibilità del “mostro”, non vorrebbe farlo sopprimere) riesce a sottrarlo al destino di morte che l’attende (la vivisezione), facendolo evadere dal laboratorio e tenendolo in vita nella vasca da bagno della sua casa, in attesa di poterlo liberare
quando le piogge allagheranno un canale che potrà condurlo al mare.
La storia è decisamente fiabesca. C’è un “mostro”, una principessa senza voce che riesce a stabilire con lui una relazione e se ne innamora, ricambiata, uomini cattivi che impediscono l’amore, ma infine, proprio come nelle fiabe, subentra il cambiamento, gli ostacoli vengono rimossi e arriva il lieto fine: il mostro non si rivela tale, i veri cattivi vengono puniti e i due innamorati possono vivere insieme felici e contenti.  Come recita all’inizio del film la voce fuori campo: è storia di amore e perdita e sul mostro che voleva distruggere ogni cosa.
Ma è subito chiaro che il mostro, trascinato dal fango di un fiume, condotto nel laboratorio per essere sottoposto a esperimenti, non è la creatura anfibia, definita dal violento colonnello americano Strickland: un affronto anche se sta su due gambe.
Come in ogni fiaba che si rispetti, il film vede schierati da un lato i “mostri” (in questo caso i fuori dalla norma sono Elisa- la muta-, Giles -l’omosessuale-, Zelda-la nera e, ovviamente, l’uomo-anfibio); dall’altra i “normali”, cioè il barista, Strickland (il colonnello), e i funzionari dei servizi segreti russi. Ma il barista allontana dal locale la coppia di neri e si scandalizza al gesto di tenerezza dell’omosessuale Giles, al quale intima di non tornare perché il suo è un locale per famiglie; l’Urss ricatta e uccide i suoi emissari; Strickland, con famiglia e figli, pur timorato di Dio, profondo conoscitore della Bibbia di cui recita i passi a memoria, prende la moglie come un violentatore (Non parlare, voglio che tu stia in silenzio, le dice mentre fanno l’amore), non degna d’uno sguardo i suoi bambini, tratta gli altri con arroganza, arrogante persino quando espleta i suoi bisogni sprezzante della presenza delle due donne, Elisa e Zelda, brandisce il manganello elettrificato torturando la “creatura” che, invece, dovrebbe proteggere, e tortura con estremo sadismo, nel finale, lo scienziato Dimitri. Dunque, chi è il vero mostro? Sicuramente non la creatura del fiume, che non ha nulla di mostruoso, la sua sagoma è umana, le branchie e i suoni gutturali che emette non impressionano, e gli occhi, quando la membrana interna mobile si scosta e li mette  in evidenza, sono buoni e dolci (e stupefatti e increduli: potenza dell’apparecchiatura protesica e dello straordinario mimo e attore che interpreta la creatura anfibia!). E se diventa violento è solo quando viene attaccato, poi, per il resto, permane la vittima.
No, quel mostro non è una creatura orrenda, e per gli indigeni è anche un dio, dotato di un potere straordinario: quello di poter sanare col suo tocco le ferite. E risana le ferite di Giles e di Elisa, ,della quale cura anche il vuoto d’amore che lei, fino a poco prima d’incontrarlo, cercava di colmare ogni mattina ricercando un solitario piacere nell’acqua della sua vasca da bagno, oppure fantasticando.
Il film è disseminato di simboli, due i fondamentali: l’acqua e l’uovo.
Sin dall’inizio, mentre una voce fuori campo narra il prologo, e fino alla fine, l’acqua contrassegna il film, con la casa e tutti i suoi oggetti sott’acqua, in cui ogni cosa fluttua e i pesci nuotano, e poi le gocce di pioggia sul finestrino dell’autobus, la pioggia, le lacrime, i rubinetti aperti, la piscina del laboratorio nella quale la creatura è tenuta legata, la vasca piena d’acqua in cui s’immerge la protagonista ogni mattina, nella quale immergerà l’essere anfibio per tenerlo in vita e dove, poi, lo raggiungerà per compiere il rito dell’unione.
L’acqua, l'elemento più presente sul nostro pianeta, fonte di vita, perciò associata al femminile, che lava, trasforma, genera e rigenera: non a caso in diverse tradizioni culturali e spirituali è anche simbolo di purificazione, purezza, candore. L’acqua è rapportata pure all’erotismo, perché l’immersione dei corpi nell’acqua, esponendo meno la fisicità, isolando dal resto del mondo, libera dagli stimoli inutili e consente ai corpi maggiore intimità e libertà. E il rapporto tra l’acqua, la purificazione del corpo e l’erotismo è espresso sin dai primi secoli anche nell’arte: basti ricordare La Fontana dell’Amore di Ambrogio e Cristoforo De Predis, una delle più celebri illustrazioni del trattato astronomico-geografico De sphera (XV secolo).
L’acqua è terapeutica, infonde vigore sessuale negli amanti, ridona vitalità ai corpi delle persone anziane, ma ricorda anche il fonte battesimale, tramite per l’ingresso in una nuova forma esistenziale, simbolo di conoscenza e saggezza.
Nei Vangeli, simbolicamente, l'acqua della conoscenza spirituale, quella che Cristo promette, è quella che disseterà per sempre, perché consente l'entrata nella Vita Eterna, è il simbolo di una conoscenza che abbiamo dentro di noi e che il messaggio di Cristo, in qualche modo, riporta in vita.
Infatti nel Vangelo di Giovanni leggiamo:
Rispose Gesù: “Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna.”
(Giovanni, 4, 13-14).
E l’acqua sarà il tramite della conoscenza fra i due esseri diversi, Elisa e la creatura: nell’acqua avverrà, infatti, l’unione dei corpi.
L’altro elemento di grande simbolismo è l’uovo. Elisa bolle le uova, le mangia, le divide con la creatura, anche il suo timer da cucina è a forma di uovo.
A
ssociato al Femminile, perché è la Donna a produrre l'ovulo il quale, fecondato, darà origine alla nuova vita, sin dalle epoche remote è stato considerato simbolo dell’archetipo primordiale, dell’essere in gestazione, cellula che contiene in germe la molteplicità degli esseri, del cosmo  immaginato a forma sferica, dell’utero e della matrice, della fertilità,della nascita e della conoscenza: dall’involucro fortemente serrato emergerà la nuova creatura la cui forma sarà maturata nel tempo.
Tutto il film, poi, è caratterizzato dalla tonalità del verde, che ricorda la colorazione del mare e quella del polmone verde della Terra, l’Amazzonia dove, in un fiume, di certo verde rispecchiando la vegetazione intorno, la misteriosa creatura, pure verde, è stata catturata. E verde è
il colore dominante di ciò che regna nella casa della timida ma determinata Elisa, che all’inizio del film indossa camicia da notte e vestaglia di questo colore, ed anche le divise da lavoro che indossano lei e Zelda sono verdi, così come gli ambienti del laboratorio. Verde è l’acqua salmastra in cui deve vivere lo strano essere anfibio, verde è il colore delle torte al lime preferite da Giles, verdi sono le caramelle continuamente masticate dall’aguzzino Strickland, verde è la nuova macchina,una Cadillac, che quest’ultimo acquista, anche se il concessionario precisa essere: turchese tenue!
Quando pensiamo a questo colore è quella di un bel prato la prima immagine che, probabilmente, viene in mente a tutti: verde è, infatti, il colore della natura, del mondo vegetale, fertile, abbondante, perciò la sua simbologia rimanda all’equilibrio totale, fatto di armonia e amore. E questo colore, oltre ad avere un effetto calmante, infonde senso di giustizia e grandezza d’animo, ed è collegato al chakra del cuore, quindi dei sentimenti e dell’amore puro, della tenacia e perseveranza nel seguire i propri progetti: in ciò, dunque, ben rappresenta Elisa che ama e persevera nel suo progetto di amore e liberazione.
Ma il colore verde, nella sua connotazione negativa, rappresenta anche quell’energia “in più”, che porta alla tendenza di voler controllare gli altri, incuranti del loro reale volere: dunque è anche il colore del vero “mostro” del film,
Strickland, il cui pensiero si può riassumere nella battuta finale: Io non fallisco, io risolvo.
La forma dell’acqua
della fiaba contiene molti elementi, ma, nonostante certe scene troppo truculente (nell’intento del regista di certo utilizzate per esaltare la vera malvagità, che non è quella della creatura dell’acqua), è decisamente una storia d’amore, finalizzata sin dall’inizio all’unione, al congiungimento (Io e te insieme: così “dice” ad Elisa nel finale l’essere anfibio!), ma è anche un omaggio al grande cinema musicale degli anni ’40 e ’50, per le atmosfere retrò, le splendide musiche e i numerosi inserti dei films in cui appaiono “mostri” sacri del tempo come Shirley Temple, Betty Grable, Alice Faye e Carmen Miranda.
Se l
'acqua può assumere molte forme, decisamente in questo film Del Toro ha consegnato agli occhi dello spettatore quella di un poetico sogno nel quale perdersi e, come nella romanticissima scena finale (in cui sott’acqua ondeggiano abbracciati l'uomo anfibio ed Elisa, le cui cicatrici sul collo sono state da lui trasformate in branchie che permetteranno loro di vivere per sempre insieme) soavemente fluttuare, accarezzati dai versi (ritrovati dal regista in un libro di poesia islamica, in una libreria frequentata qualche giorno prima di girare il film) recitati da Giles nel finale, sui titoli di coda:

Incapace di percepire la tua forma

ti trovo ovunque intorno a me.

La tua presenza mi riempie gli occhi con il tuo amore.

Il mio cuore si fa piccolo,

perché tu sei ovunque.

 

 

 

 

 

  @

 

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