La fortuna di Charlotte

di Francesca Santucci

(dal notiziario Brontë, ottobre 2004)

 

Delle tre sorelle Brontë, anche se poi similmente drammatico a quello dei suoi fratelli ebbe l’epilogo della vita,  fu Charlotte, la maggiore, nata a Thornton il 21 aprile 1816, la meno sfortunata e quella che riuscì ad avere un’esistenza più serena, riuscendo ad evadere dalla chiusura delle pareti domestiche recandosi con Emily, nel 1842,  a perfezionarsi nella lingua francese prima in Belgio e poi nel pensionato Héger di Bruxelles, attraversando la Manica in un viaggio che per entrambe, figlie di un austero pastore, fu atto di coraggio ed avventura meravigliosa ed esaltante, conseguendo fama con le sue opere e trovando, pur se solo per nove mesi, anche serenità nel matrimonio, con un uomo buono e premuroso.
Felice fu anche il periodo che trascorse al pensionato belga, diretto dal professor Héger e da sua moglie, quando vi ritornò da sola nel 1843 come insegnante d’inglese, concependo un intenso amore per l’uomo, gentile, saggio, buono e religioso, secondo la descrizione di Elizabeth Gaskell, biografa dei Brontë, che, nel suo famoso libro, “La vita di Charlotte Brontë”, riportò anche un brano della lettera scritta da una signora francese residente a Bruxelles  che sottolineava la considerazione in cui il professore era tenuto:
Non conosco personalmente Monsieur Héger, ma so che pochi caratteri sono tanto nobili, tanto ammirevoli come il suo. E’ uno dei più zelanti membri della locale Confraternita di San Vincenzo di Paola, di cui ti ho già parlato e, non contento di servire i poveri e gli ammalati che gli sono affidati, dedica loro anche le serate. Dopo una giornata tutta presa dai doveri della sua professione, raduna un gruppo di bisognosi e di operai e fa loro scuola senza richiedere alcun compenso, e trova modo di farli divertire mentre li istruisce. Questa sua dedizione ti farà chiaramente capire quanto Monsieur Héger sia religioso. Ha modi franchi e avvincenti, si fa voler bene da tutti quelli che lo avvicinano, specialmente dai bambini. Ha la parola facile, possiede a un alto grado l’eloquenza, del buon senso e del buon cuore. Non è scrittore. Uomo pieno di zelo e di coscienza elevata, si è dimesso poco tempo addietro dall’incarico onorifico e lucrativo di Prefetto agli Studi, perché non ha potuto far introdurre nel programma scolastico, come aveva sperato, l’insegnamento religioso. (E. Gaskell, La vita di Charlotte Brontë, cap.XI).
Charlotte, tornata in Inghilterra, scrisse ad Héger alcune lettere dalle quali, pur non parlando mai d’amore,  emergono il rispetto, l’ammirazione, la venerazione, la devozione per quest’uomo maturo considerato alla stregua d’un Pigmalione, circondato da un alone di prestigio che lo rendeva, ai suoi occhi di fanciulla assetata d’amore, simile ad una divinità:
…Vogliate perdonarmi dunque, signore, se decido di scrivervi ancora. Come posso sopportare la vita se non cerco di alleviarne le sofferenze?
So che vi spazientirete leggendo questa lettera. Direte ancora che sono un’esaltata, che ho pensieri cupi, eccetera. E sia pure, signore, non cerco di giustificarmi, accetto ogni rimprovero, io so soltanto che non posso, che non voglio rassegnarmi a perdere interamente l’amicizia del mio maestro, preferisco subire i più terribili dolori fisici piuttosto che avere il cuore lacerato da cocenti rimpianti. Se il mio maestro mi priva interamente della sua amicizia perderò ogni speranza, se me ne dà un poco-molto poco- sarò contenta- felice, avrò un motivo per vivere, per lavorare.
…Dirò francamente che nell’attesa ho cercato di dimenticarvi, poichè il ricordo di qualcuno che si crede di non dover più rivedere e che tuttavia si stima molto tormenta troppo lo spirito, e quando si è stati vittime di tale inquietudine per uno o due anni si è pronti a tutto per ritrovare il riposo. Ho fatto di tutto, ho cercato di occuparmi, mi sono rigorosamente proibita il piacere di parlare di  voi anche a Emilie, ma non ho potuto vincere i miei rimpianti né la mia impazienza -è molto umiliante-non saper dominare i propri pensieri, essere schiave di un rimpianto, di un ricordo, schiave di un’idea fissae dominante che tiranneggia lo spirito. Perché non posso avere per voi soltanto l’amicizia che voi avete per me-né più né meno?Allora sarei tranquilla, libera-potrei restare in silenzio sei anni senza sforzo.
(traduzione di A.L Zazo, in Elinor Childe e John G. Pinamonte, L'amore al femminile, Mondadori 1990).
La romantica passione nutrita per il suo maestro di francese le ispirò il racconto autobiografico “Il professore”, pubblicato postumo, nel 1857, perché non trovò editori, una delicata vicenda sentimentale rivelatrice delle sue doti di scorrevole narratrice, che aveva già avuto modo di estrinsecare in una copiosa produzione giovanile, il “ciclo di Angria”, scritto in parziale collaborazione col fratello Branwell, in cui aveva elaborato melodrammatiche fantasie.
A darle il successo fu, però, il suo secondo romanzo, “Jane Eyre”, “Jane Eyre, An Autobiography”, in realtà il primo in ordine di pubblicazione, pubblicato nel 1847 con lo pseudonimo di Currer Bell, pseudonimo che poteva nascondere sia un uomo che una donna  (volutamente Charlotte, Emily ed Anne  avevano scelto di chiamarsi Currer, Ellis e Acton Bell;  riferì la stessa Charlotte: non volevamo dichiararci donne, perché avevamo la vaga impressione che le scrittrici siano soggette a esser guardate con pregiudizio), che, però, non ingannò il critico G. H. Leves del “Fraser’s Magazine“, che riconobbe subito la mano femminile e lo recensì favorevolmente:
A scrivere è chiaramente una donna; e, se non prendiamo un abbaglio, una nuova stella della letteratura…La storia non ha soltanto un interesse singolare, sviluppato con naturalezza fino all’ultima pagina, ma  concentra la nostra attenzione e non ci abbandona. L’incantesimo continua anche dopo aver chiuso il libro.
Jane Eyre diede a Charlotte immediata popolarità, e l’incantesimo effettivamente durò, come asserito dal critico, se, sessant’anni dopo, così ancora commentava Virginia Wolf:
L’esaltazione ci sospinge lungo tutto il libro, senza lasciarci il tempo di pensare, senza lasciarci alzare gli occhi dalla pagina. Così intenso è il nostro assorbimento che, se qualcuno si muove nella stanza, il movimento sembra aver luogo non nella stanza ma nello Yorkshire. La scrittrice ci tiene per mano ben stretti, ci obbliga a percorrere la sua strada, ci fa vedere quello che lei vede, non ci lascia neppure un istante né ci consente di dimenticarci di lei.  Alla fine siamo presi del genio, della veemenza, dell’indignazione di Charlotte Brontë.
 “Jane Eyre” narra la storia di una giovane orfana che, dopo una squallida infanzia trascorsa in un collegio orribile, dove vige una severissima disciplina, rafforzata nel carattere dalle dure prove che subisce, anche la perdita della cara amica, dapprima resta nel collegio come insegnante e poi diviene istitutrice della figlia del signor Rochester, gentiluomo di ricca famiglia.
Rochester, il padrone di casa, è attratto dalla sua umile grazia e vorrebbe sposarla; Jane acconsente, ma scopre che l’uomo è già sposato e che la moglie, pazza, è rinchiusa in una soffitta della casa. Disperata, fugge. Rochester perde la vista nel tentativo di salvare la moglie da un incendio che lei stessa ha appiccato, e la donna, malgrado l’eroico gesto del marito, non riesce a salvarsi e muore. Jane ode, di notte, la voce dell’uomo che l’implora, errando per la campagna; corre da lui e lo sposa.
Catalogato come gotico per le ambientazioni cupe e la presenza dell’elemento sovrannaturale (la moglie pazza di Rochester), in realtà è  romanzo d’introspezione psicologica, peculiarità del romanzo moderno, rivelando, attraverso lo scambio di battute fra i due protagonisti, Jane e Rochester, i caratteri, i pensieri ed i sentimenti dei personaggi.
In  “Jane Eyre”  la protagonista racconta in prima persona la sua autobiografia, e indubbiamente molti punti di somiglianza ci sono con Charlotte, perciò non poche vicende dovettero essere più memorie che fantasie dell’autrice, e la forza d’animo e lo stesso coraggio “virile”, in contrasto con i languori della femminilità del tempo, riflettono il carattere dell’autrice maturato nell’ambiente Brontë.
Charlotte fece della sua Jane non la figura di una rivoluzionaria che rivendicava per sé un nuovo reale, ma quella di una donna che, consapevole dei propri limiti, affermava il diritto di esprimersi e  di non piegarsi all’arroganza o alla falsa condiscendenza degli uomini solo perché in posizione subordinata, solo perché donna.
Il libro suscitò critiche non lusinghiere per l’arditezza del personaggio ( il recensore J. G. Lockhart definì Jane rather a brazen Miss, una signorina piuttosto sfacciata) che travalicava i limiti imposti alla donna nell’età vittoriana, ma la scrittrice nella seconda edizione rispose per le rime con una prefazione:
…Intendo parlare di quelle persone-poche, come ho detto, -pavide o incontentabili, che giudicano equivoco lo spirito di un libro come Jane Eyre; ai cui occhi tutto quanto è inconsueto appare errato; le cui orecchie intendono in ogni protesta contro il bigottismo, parente del male, un insulto alla devozione, espressione di Dio sulla terra.
Nel giro di due anni la vita di Charlotte fu, poi, attraversata da tre gravi lutti: tra il  ’48 e il 49 mancarono Branwell, Emily ed Anne.
Restò, così, in solitudine a custodire i ricordi, e, ormai famosa,  a far conoscere ai visitatori che arrivavano nel villaggio per visitare i luoghi in cui era ambientato “Jane Eyre” anche l’opera dei fratelli.
Scrisse ancora due romanzi, “Shirley”, nel 1849, e “Villette”, nel 1853 e, divenuta una piccola celebrità, numerose cominciarono ad arrivarle le proposte di matrimonio, tutte rifiutate per non lasciare la cara Haworth.
Infine  sposò, nel 1854, non più giovanissima, un coadiutore del padre, residente nella canonica, il reverendo Nicholls, uomo che le fu, secondo le sue stesse parole, d’affettuoso sostegno e conforto,  buono, gentile, che mi vuol bene; e di giorno in giorno il mio attaccamento per lui aumenta, ma, fragile di costituzione, debilitata come le sue sorelle dalla malattia polmonare, morì, dopo nove mesi di matrimonio, prima di riuscire a dare alla luce il figlio che attendeva, ad Haworth, in quella brughiera tanto amata dai Brontë, che fu per tutti loro insieme vita e morte: era il 31 marzo del 1855. Si concludevano, così, la sua esistenza e la breve stagione felice della sua vita.
Questo il racconto commovente di Elizabeth Gaskell,  biografa ed amica personale di Charlotte, degli ultimi giorni:
Lunghe giornate e lunghe notti trascorsero: sempre la stessa nausea ostinata, la stessa debolezza sopportata con fiduciosa pazienza. Verso la terza settimana del mese di marzo si produsse un cambiamento; la dominò un lento vaneggiante delirio nel quale chiedeva costantemente cibo e perfino stimolanti. Ora inghiottiva avidamente, ma era troppo tardi. Uscendo per un istante dallo stupore, scorse il viso del marito distrutto dal dolore e percepì il suono di alcune parole che imploravano Dio di risparmiarla. Oh, sussurrò- ?Non sto per morire, vero? Non ci vorrà separare, siamo stati così felici…?
Il 31 marzo, di prima mattina, i solenni rintocchi della campana a morto della piccola chiesa annunciarono agli abitanti del villaggio che l’avevano conosciuta quando era una bimbetta che essa non c’era più e i loro cuori si strinsero al pensiero dei due uomini che sedevano soli e desolati nella vecchia Canonica grigia.

 

 

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