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Menzione
Speciale alla IV edizione del Concorso Letterario Nazionale
“San
Valentino: poesie, racconti e lettere d’amore”
maggio 2007
Lettera d'amore

Aniello Scotto, E andammo a
ritagliar le stelle, incisione (acquaforte)
www.anielloscotto.it

Mio Amato,
per tutta la notte qui, stanotte, ha imperversato la tempesta,
con raffiche di vento così impetuose che sembrava di essere in
uno di quei paesi del nord dell’Europa continuamente sferzati
dalla furia dell’elemento, e la pioggia che, imperterrita,
picchiava contro i vetri, anche nei momenti di requie, argentina
non era, ma lugubre lamento ostinato, simile ad un canto
intonato dai morti sotto le bianche croci dei cimiteri, e
m’intristiva e m’immalinconiva, perché ad ogni suo battere
sembrava volermi ricordare che tu sei lontano ed io sono sola
senza te.
Tra fulmini e tuoni e pioggia battente, mentre fuori la Natura
si scatenava, anche i pensieri nel mio cervello hanno cominciato
a vorticare veloci come lampi, in sospensione tra passato e
presente, sempre, poi, riconducendomi al presente, orribile,
perché sono, questi, i giorni della disperazione, che vivo come
fossi una condannata: il mio reato amarti, la pena starti
lontana.
Di nuovo stanotte, come ogni notte, il mio Sentimento ha
abbattuto la barriera temporale ed il Pensiero ha sconfinato
oltre, ricongiungendomi a te nel sonno, nel sogno.
Distintamente ho udito la tua bella voce, ascoltato le tue
parole d'amore, ancora mi sono lasciata avvolgere dai tuoi
abbracci: ero felice!
Poi le luci dell'alba m'hanno inferto la ferita mortale, ho
tentato di oppormi al risveglio, serrando forte le palpebre per
non accogliere la luce (che è, poi, tenebra, tu mancando!): ma
nulla, vano ogni tentativo, quelle m'hanno ridestata
riportandomi alla vita, che vita non è senza te, è morte, e
l'altra dimensione, quella che è simile alla morte, il sonno che
mi porta il sogno e te, quella, invece, è per me la vita.
Anche questa notte l’ho trascorsa così, piangendo pensandoti
mentre fuori pioveva, fantasticando, sognando, nell’attesa che
il temporale passasse per poterti scrivere e spedire questa
lettera.
Ed anche ora, intanto che scrivo, il cielo
permane grigio, nuvoloso, triste, ma da diversi giorni, ormai, è
così, grigio, nuvoloso, triste; quando piove (ad eccezione
della notte appena trascorsa), non è mai temporale improvviso,
violento, passeggero, bensì pioggia fitta, sottile, persistente,
che non sgombra il cielo, ma sempre più lo opprime di cupi
nembi, che s'ingrossano, s'incalzano l'un l'altro, si gonfiano,
si gonfiano, fino ad esplodere.
Talvolta un raggio di sole nascosto s'insinua, riesce ad aprirsi
un varco, per qualche istante pare irradiare una luce ed un
calore incredibili, insospettabile per un raggio così debole,
così fievole, allora sembra quasi che riuscirà a spazzare via
definitivamente quei nuvoloni, ma è solo l'illusione d'un
momento: il cielo resta grigio, nuvoloso, triste, perché quel
raggio di sole non è il sole, troppo debole, mai riuscirà a
sconfiggere l'opprimente tenebra. Forse il raggio arriva tardi,
forse non è abbastanza forte, forse troppe sono le nuvole che lo
ostacolano, forse ancora non è la sua stagione, oppure non lo è
più.
Ora sono le 5 del mattino, il cielo comincia a schiarirsi. Non è
più notte eppure è ancora notte, ancora non è giorno, eppure è
quasi giorno. Odo in lontananza le prime voci della natura e
degli uomini che si ridestano, gli echi dei passi dei rari
passanti occasionali.
Rabbrividisco all'aria fresca e leggera del primo mattino che
s’insinua dall’imposta socchiusa, allontano lo sguardo dal
foglio e scruto il cielo che, pian piano, muta il suo colore
livido, intanto che la luna violetta progressivamente
impallidisce e scialba (tra poco, infine, si occulterà del
tutto).
Scorgo in cortile qualche gatto già a caccia, che scova tra le
foglie dei rossi gerani, madidi di pioggia, un insetto, in lotta
sul selciato con l'incauta formichina che ha sconfinato nel suo
territorio.
Mi piace starmene qui a quest'ora, lasciare che il vento
leggero del primo mattino s’insinui e sfiori il mio viso come la
carezza consolatrice d'una madre, d’un innamorato; mi piace
indugiare, contemplare, fantasticare. In questi lunghi momenti
di transizione fra la notte e il giorno riesco persino a
rilassarmi, svuotando la mente d'ogni pensiero; li scaccio
tutti, tranne uno: il pensiero di te, lontano, distante.
Rabbrividisco e t'Amo, e t'amo ora più di quanto t'amassi ieri.
Il chiarore, ormai, avanza, mi ridesto dall'incanto della
sospensione, mi dico che è tempo di andare, di affrontare il
nuovo giorno, che sarà eguale a ieri, perché sarà un nuovo
giorno senza te; ancora la casa
tacerà, ed il silenzio, mare profondo in cui mi sembrerà
d'annegare, urlerà la tua assenza; ancora m’arderà dentro il
desiderio di te.
Triste consolazione: ti spedirò questa mia lettera d’amore.
Francesca Santucci
Cara Francesca,
ho letto la tua lettera, così fiabesca nella sua
sospensione tra notte - sogno - alba, eppure così vera nel
rendere lo strazio dell'assenza (di ogni assenza: quella nello
spazio reale e quella dell'altrove sconosciuto e vagheggiato ed
irreale ...); l'atmosfera è per il lettore anch'essa sospesa
fuori dal tempo, anche se io ho immaginato un'antica, romantica
dama, senza telefono e posta elettronica, solo con il suo
scrittoio, la carta e la penna e tutto il tempo che richiedono
le lettere di carta e di penna.
Grazie e a presto, Eleonora
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