Francesca Santucci

L'indigestione

(dall'antologia "Racconti d'estate", Edizioni Ensemble 2014)

Capsicum: cos’è? È il peperone, ortaggio estivo il cui nome latino, capsicum, deriva da capsa (scatola), per la particolare forma che ricorda proprio una scatola con dentro i semi. Pianta erbacea annua della famiglia delle Solanacee, ha fusti eretti, verdi, angolosi, foglie ovali o ellittiche, acuminate o a margine intero, di colore verde scuro, lucenti, di dimensioni variabili; i fiori sono piccoli e bianchi, i frutti sono bacche carnose, cave all’interno, divise da setti in due o tre/quattro loculi, di forma, colore e sapore diverso nelle varie coltivazioni. Proveniente dall’America meridionale (alcuni pensano che derivi dal Brasile, altri dalla Giamaica), il peperone giunse sulle tavole europee intorno al XVI secolo, importato prima in Spagna e poi in Italia.
Farciti, essiccati, sott’olio, sott’aceto, sciroppati, in peperonata, in padella, in salsa, al naturale, in salamoia, in vario modo concludono il loro viaggio i peperoni; a Napoli, poi, per l’inclinazione che il suo popolo ha sempre avuto per la buona cucina, fin da quando la città si chiamava Neapolis o Parthenope (pare, infatti, che il culto partenopeo per la gastronomia derivi dai progenitori greci), vengono differentemente preparati, ma trovano la loro esaltazione soprattutto imbottiti, con un impasto di pane, acciughe spinate a pezzettini, capperi finemente tritati, origano, aglio, olive nere, sale e pepe (facoltativamente anche con pezzetti di melanzane, secondo alcune scuole di pensiero, e, addirittura, il marchese di Campolattaro li faceva riempire di maccheroni), richiusi, poi, con il torsolo, disposti in una teglia con un bel filo d’olio e messi in forno, oppure fritti.
Gialli, rossi, verdi, coloratissimi e bellissimi a vedersi, i carnosi, dolci o piccanti, peperoni, che contengono pure sostanze medicamentose, vitamine, provitamine, antiossidanti, piacciono a tutti, ma non tutti li gradiscono, a causa della capsicina, sostanza difficile da digerire.
Anche a me piacciono, ma non li gradisco perché non li digerisco: è stato sempre così.
Allora, faccio un salto, indietro nel tempo, e vado a raccontare.
Tempo d'estate, stessa spiaggia, stesso mare, ogni anno ci recavamo a Castelvolturno, al centro del litorale domizio, fra Pozzuoli e Gaeta, fra Napoli e Roma. Levatacce di primo mattino, puntualmente ogni domenica a partire da giugno, mia madre a cucinare già dalla sera prima carne al ragù, pasta al forno, parmigiana di melanzane, peperoni in padella o ripieni, patate al forno e salsicce (lungo la strada, poi, sarebbero stati acquistati pure mozzarelle di bufala, taralli sugna e pepe, enormi cocomeri rossi... hai visto mai che si dovesse patire la fame!… e blocchi enormi di ghiaccio da spezzettare, per refrigerare vini di campagna e bibite metropolitane); si andava con zii, zie, cugini, cugine, una tribù, insomma, tutti insieme per prendere anche in affitto vicino le cabine (hai visto mai che ci si dovesse perdere a non stare tutti stretti stretti!).
Io stavo male tutto il tragitto, soffrivo di chinetosi (mal d'auto), ogni viaggio per me era un travaglio, arrivavo in spiaggia stravolta, pallida, e pure al ritorno, a casa, sempre cerea in volto come un cadavere (già allora mi trovavano sensibile…. cominciavo a quel tempo a scrivere timidamente poesie!... ma ero anche sensibile di stomaco, e tutti sembravano sottovalutarlo).
Di pomeriggio, per smaltire il pranzo pantagruelico, le donne chiacchieravano, costrette negli attillati costumi neri col modellatore interno, gli uomini giocavano a carte, in espressioni corrucciate, tenendo fra le labbra le sigarette di traverso, i bambini tramestavano allegri, con i secchielli e le palette, sotto gli ombrelloni.
Io, invece, smaltivo il pranzo (che mal sopportavo, ma che ero costretta a subire, insieme ai peperoni!) osservando i giochi di luce dei raggi sull’acqua, perdendomi con lo sguardo all’orizzonte, lì, dove cielo e mare parevano congiungersi, e, mentre la pelle fremeva, riscaldata al caldo sole dell’estate, fantasticavo, leggevo un libro, mi annoiavo, sognavo... sognavo il principe azzurro sul bianco destriero… Sarebbe arrivato cavalcando sulla spiaggia?... Sarebbe disceso dalle alture?... E in quale idioma si sarebbe espresso?... In francese?  Lo sognavo francese… ouimon coeur mon amourmon princeje t’aime… e se, invece, avesse parlato in vernacolo napoletano?... Certamente non lo avrei voluto siciliano!... I siciliani avevano troppi capelli ricci e i baffi, e i baffi pungono… no, siciliano proprio non l’avrei voluto… nemmeno se m’avesse detto giuiuzza bedda, ducizza fina
e ti vogghiu beni amuri.
Ma quell’estate, entrata in amicizia con un gruppo, mi presi la cotta per Alfio (più grande di me), occhi obliqui del colore delle olive di Gaeta, capelli ricci del colore dell’ala dei corvi... e siciliano!
Alfio frequentava l'Istituto navale ed era bello come un Dio, come il capitano Ulisse, e s'interessava a me.
Un pomeriggio riuscii ad avere il permesso di allontanarmi dalle "nostre" cabine; si era sulla spiaggia, a giocare il gioco della bottiglia. A turno, ogni "puntato" dalla bottiglia pagava un pegno, e il pegno consisteva nel raccontare qualcosa di sé.
Venne il mio turno; per attirare maggiormente l'attenzione di Alfio, quando mi fu chiesto se avessi mai avuto un fidanzatino (mai avuto!) dissi di sì, mentii spudoratamente, e dissi pure che era durata pochi mesi la storia perché “lui” era morto in un incidente stradale. In verità avevo avuto un assiduo, petulante, asfissiante corteggiatore, non francese, napoletanissimo, che si chiamava Ciro e, mesi addietro, aveva avuto un incidente di moto, “obbligandomi” moralmente a fargli visita ogni giorno, facendomi strada fra la folla di parenti che s’accalcavano intorno al suo letto d’ospedale... ma si era ben ripreso. Sulla sua morte mentii, chissà, forse perché inconsciamente,  pur di liberarmene, avevo desiderato che morisse per davvero, oppure, si vede che già in me germogliava la vocazione per la trasfigurazione degli eventi che mi avrebbe condotta a coltivare le mie fantasie e a scriverle.
Appena detta la bugia (gli sguardi di tutti compassionevoli su di me), girai la testa e abbassai lo sguardo, intanto che Alfio mi sussurrava dolce:
-Guardami, giuiuzza bedda, ducizza fina
, altrimenti come faccio a dirti: ti vogghiu beni amuri?-
Scappai via di corsa, arrivai al gruppo delle "nostre" cabine, m'imbattei in mia madre, il tempo di dirle "sto male", mi appartai in un angolo e, mentre lei mi teneva ben salda la mano fresca  sulla fronte, mi liberai dei maledetti peperoni che m'erano rimasti sullo stomaco!
Dopo circa un’ora venne a cercarmi signor Antimo, un professore, l'anziano del gruppo  (anziano, mo’, avrà avuto una trentina d’ anni, ma per me allora era anziano), io mi ero rannicchiata sulla sdraio (no, non a pensare alla dichiarazione d’amore di  Alfio, ma, con lo stomaco ancora in mezzo subbuglio,  al viaggio di ritorno che m'attendeva: il mio incubo, sarei stata di nuovo male!). Nell'assopimento sentii confabulare mia madre e signor Antimo che, da vero signore, non scese in dettagli svelando, così, alla mia mamma, la mia bugia (il fidanzatino morto in moto!), e mia madre, da vera signora, non parlò dei peperoni (che aveva subito compreso essere stata la causa del mio malessere!), comunque li sentii concordare sulla mia sensibilità.
Poi quel giorno passò, in pallore cadaverico ritornai a casa, riapprodando fra le braccia protettive della nonna, che ben conosceva la mia debolezza di stomaco (e pure era al corrente della mia insofferenza per  Ciro e della mia cotta per Alfio), e, dopo un po’,  mi ripresi.
… Ah, volete sapere di Alfio? Quell’estate, poi,  ci scambiammo dei bacini (di nascosto)... ma non mi piacquero; si vede che con l'indigestione m’era passato pure l’amuri.

 

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