Francesca Santucci

 

LUI

Ad Annamaria

(Antologia AA.VV., Quello che le donne raccontano, Casa Editrice Kimerik  2022)


 

 

Non sono un uccello; e non c’è rete che possa intrappolarmi:

 sono una creatura umana libera, con una libera volontà.
(Charlotte Brontë)

 

Quando LUI si svegliava al mattino subito urlavafurioso contro il mondo intero, contro di lei, e lei restava paralizzata più dall’incredulità  che dalla paura.

LUI gridava, la insultava,  la ridicolizzava, le diceva che non valeva nulla e che la sua vita era  inutile, la asfissiava, la tormentava, e  lei nella sua mente convertiva le grida di  LUI in una sonata di Beethoven, in un preludio di Chopin, in una rapsodia di Listz, in un walzer di Strauss, in un’allegra e scanzonata tarantella di Rossini, e si consolava ripetendosi i versi d’amore di Elizabeth Barrett Browning: Se devi amarmi, per null’altro sia che per amore.

LUI imprecava e lei dentro di sé trasformava le sue bestemmie, i suoi improperi, i suoi ingiustificati rimproveri, in dolci preghiere, in rassicuranti litanie, e sottovoce le cantilenava.

Più LUI immotivatamente o per futili motivi si irritava, alzava la voce e più lei si rifiutava di essere trascinata all’inferno reagendo con la violenza alla sua violenza psicologica e verbale, ancora più dolorosa di quella fisica perché  i colpi invisibili sanno fare molto più male.

Ostinata taceva e immaginava di trovarsi non in una selva buia irta d’insidie, tra fitti boschi malamente illuminati da un fioco chiarore, che debolmente fra i rami filtrava e che nessun raggio di sole arrivava a riscaldare pienamente, ma lungo una luminosa  riva di mare, dove placide le onde si allungavano dolcemente sfiorando i suoi piedi che, tranquilli, nella tiepida sabbia affondavano.

Più LUI era aggressivo, più lei docile, più LUI violento, più in silenzio lei restava, ma la sua non era debolezza o passività, la sua era forza, la forza dell’attesa, fiduciosa che il cambiamento della situazione sarebbe arrivato.

Lei non voleva essere come LUI, non lo sarebbe stata MAI.

Per mortificarla, LUI arrivava a dire che lei non faceva funzionare il cervello, quando, invece, l’illogico era LUI.

E più LUI era inconcludente, più lei ragionevole, più LUI  l’avviliva, più lei arretrava nel sogno, nella speranza, nell’attesa.

Il mondo fuori non si accorgeva dei maltrattamenti psicologici e fisici che lui le infliggeva, silenziosi e rumorosi, comunque volti a  distruggerla, isolandola dagli altri, controllandola,  disprezzandola con parole degradanti, gesti osceni, rivolgendole offese gratuiti, sguardi gelidi o ironici o cattivi, minacciandola di continuo, trattandola come una marionetta piegata ai suoi istinti, cercando di sottometterla, farla sentire una nullità, addirittura facendola dubitare di se stessa, sentire in colpa, infliggendole  tracce e ferite invisibili, nell’anima e sulla pelle, che il tempo a fatica avrebbe lenito, cancellato mai.

LUI cercava di schiacciarla come fosse una formica, ma lei si sentiva come una farfalla colorata, come una Vanessa Atalanta libera di andare di fiore in fiore, contro un cielo terso solcato da nuvole candide come colombe, e cominciava a vedere LUI come un piccolo uomo, ogni giorno sempre più minuscolo. Un giorno, ne era sicura, sarebbe diventato talmente piccolo da dissolversi ai suoi occhi, evaporare come il fumo di una sigaretta, come il fumo del suo sigaro,  fino a sparire.

Ormai non erano più né innamorati né amanti né amici, ma due cani legati alla stessa catena: uno rabbioso, l’altro succube.

…poi c’erano giorni in cui LUI cercava di farsi perdonare, con un sorriso, un fiore, un profumo, una carezza. La stringeva e le diceva ambiguo: “Vorrei ucciderti di baci”. Ma lei non dimenticava l’orco che abitava in LUI, e il suo sorriso le appariva smorfia, il suo riso ghigno, la sua carezza percossa, il suo fiore una frusta, e il suo profumo emanava un nauseabondo olezzo di morte.

…e poi c’erano altri giorni altrettanto duri, quelli in cui la sua violenza assumeva toni peggiori: diventava violenza.

E certo, le doleva il corpo quando la raggiungeva una sua percossa, e le doleva la guancia quando arrivava un suo colpo, e faticava a celare col trucco i lividi, ma resisteva, certa che un giorno sarebbe riuscita a liberarsi di LUI: intanto volava con la fantasia.

Per fortuna non tutti i giorni erano uguali, capitavano anche quelli di requie: allora LUI non l’aggrediva verbalmente, non la colpiva fisicamente, ma se ne stava seduto in posa scomposta sul divano, con una gamba a cavalcioni su un bracciolo, l’altra ben piantata a terra, limitandosi a fissarla con sguardo torvo, sbuffando provocatorio,  in aria o contro di lei, il nauseante fumo del suo sigaro. Erano, quelli, momenti di bonaccia, pareva proprio di navigare su un tranquillo mare senza vento, però lei era consapevole che la calma era solo apparente, preludio allo scatenarsi di una nuova tempesta.

E pensava alle altre donne che vivevano la sua stessa situazione, assediate dal dolore, dallo sconforto e dalla paura, accanto a uomini prepotenti, arroganti, violenti, donne che non si ribellavano e sopportavano, chi per non privare di una famiglia i figli, chi per debolezza, chi per inerzia, chi perché non sapeva a chi chiedere aiuto,  e diceva a se stessa che era profondamente sbagliato, che bisognava trovare la forza di reagire, sempre, al primo segnale, perché l’aggressività aumenta in un crescendo subdolo, diventa rabbia, prepotenza, sopraffazionee prende il posto dell'amore, diventando furia incontrollata  che acceca e può rendere assassini.

E pensava che non bisognava permettere che gli uomini opprimessero, brutalizzassero, segregassero, imprigionassero, picchiassero, sgozzassero, uccidessero, non bisognava consentire che, in un modo o nell’altro, annientassero, che bisognava imparare a reagire per tempo, non essere Cenerentola in attesa di un principe liberatore, ma spezzare da sole le avvilenti catene della sopportazione, della sottomissione.

E avrebbe voluto  precipitarsi in strada e correre di casa in casa e dire alle donne di non votarsi al martirio, di togliere i veli dalle teste, le bende dagli occhi, di squarciare il silenzio e ribellarsi. E avrebbe voluto  urlare loro: Donne più non tacete! Donne più non subite! Donne denunciate!

Ma restava in silenzio e attendeva…sapeva che sarebbe arrivato un giorno che non sarebbe stato né peggiore né migliore degli altri, ma sarebbe stato un giorno importante: LEI (ora, in riconquistata consapevolezza di sé,  non più “lei” ) avrebbe scoperto che lui (ora non più ai suoi occhi “LUI” ), insopportabile insignificante uomo, era definitivamente evaporato dal suo cuore e che, tra poco, sarebbe svanito anche dalla sua vita.

Magari sarebbe accaduto in un giorno di primavera.

Avrebbe guardato il cielo azzurro, gli alberi già ingemmati, i fiori in boccio che, nel giro di poco, sarebbero esplosi in mille colori e profumi.

Avrebbe guardato un pettirosso posarsi sul ramo del tiglio, l’uccellino avrebbe risposto al suo sguardo, come per volerla salutare, dirle che tra poco non avrebbe più fatto parte del paesaggio, finito, ormai, l’inverno, come a volerla invitare a volare insieme. Poi, in un attimo, avrebbe spiccato il volo. Con lo sguardo  lo avrebbe seguito per un poco, finché non sarebbe scomparso alla sua vista.

Sarebbe accaduto tutto in un attimo. Scoperta dentro di sé una forza inarrestabile, senza esitare, avrebbe aperto la porta e, rapida, spiccato  il volo come quel pettirosso. Senza voltarsi indietro nemmeno una volta, sarebbe andata a denunciarlo, in riconquistata libertà, protesa verso il nuovo percorso, verso una nuova vita  che le si prospettava bianca come una  pagina che attende di essere scritta, ma non in nero, a caratteri colorati come variopinte ali di farfalla.

 

 

 

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