Francesca Santucci

 

LUNA PIENA NELL’ESTATE

(dall'antologia AA.VV., “Racconti a tavola”, edizioni  Historica 2018)

 

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Me pare ‘a luna chiena ‘int ’a l’estate

quanno sponta, redenno, a primma sera.

 

 Amedeo Mammalella1

Quell'anno tutto il quartiere, tutta la città, tutta l'Italia, tutta l'Europa, tutto il mondo, probabilmente anche tutto il cosmo, a meno che l'evento non fosse stato trasmesso dalla Terra in differita, aspettava di assistere in diretta ai mondiali di calcio.
Ovunque fervevano i preparativi, si ripassavano gli inni, si vendevano palloni e gadgets a tutto spiano, si facevano pronostici, si accettavano scommesse sulla squadra vincente, si ipotizzavano formazioni, si esprimevano pareri sui calciatori giudicati più in forma, e tutti si scoprivano allenatori e nazionalisti, perché mai come in quell'occasione si stringevano intorno alla patria bandiera, esponendo al vento dei balconi gli stendardi lasciati ad ammuffire dall'ultimo mondiale.
Anche Salvatore non restava estraneo all'euforia generale, anzi, già tifoso sfegatato del Napoli, quando giocava l'Italia impazziva letteralmente.
- Salvatore, tu tieni troppo la testa nel pallone - dicevano gli amici - E se te lo diciamo noi che ti siamo amici, ci puoi credere! –
- Pensi  troppo al pallone e poco a tua moglie! - lo avvertivano gli uomini più anziani del quartiere, che lo conoscevano fin da piccolo e con i quali l'uomo s'intratteneva volentieri, di sera, a fare un giro di carte.
-La tua signora è troppo  una bella giovane! Tiene il nome di Sofia Lorén e come lei tiene pure la bellezza. Cerca di avere un occhio di riguardo... e non lasciarla troppo sola per pensare al pallone.-
-Ma voi che dite? Noi siamo giovani moderni, abbiamo bisogno e di una distrazione, sia io che lei. E poi ci vogliamo bene, ma se qualcosa andasse storto ora ci sta il divorzio... Ma io non farei mai un torto a lei... e nemmeno lei a me! -assicurava Salvatore sentenziando a cuor leggero, sicuro del fatto suo.
Sua moglie Sofia era davvero una gran bella donna, altezza, fisico, innato portamento elegante, capelli ramati lunghi e ondulati, occhi verdi e pelle alabastrina come solo le rosse hanno. E poi era affabile, socievole, seria, generosa, buona moglie e brava madre di due maschietti, adorata dai genitori e rispettata dai vicini, amata dagli scolari e stimata da tutto il personale scolastico, insomma una vera perla. Aveva, però, una debolezza, se così possiamo chiamarla, che le proveniva dal passato e che sovente le faceva commettere un piccolo peccato veniale: era golosa di pizze, di tutti i tipi, indistintamente, margherite e marinare, calabre e diavole, ai frutti di mare e ai peperoni, quattro stagioni e capricciose, a calzone farcito, con i ciccioli, la ricotta e il salame piccante, ai funghi, salsicce e friarielli, ma anche semplicemente fritte, in bianco, diciamo, quelle che un tempo si chiamavano a ogge a otto perché si pagavano otto giorni dopo essere state mangiate, uso invalso nel periodo di crisi del dopoguerra quando persino la pizza era un lusso.Come non comprendere questa sua debolezza per la più originale creazione dell’estro partenopeo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi e sono legate addirittura agli dei dell’Olimpo? Narra, infatti, il mito, che un giorno il potente dio del fuoco Vulcano, arrivato molto affamato nella sua fucina che, come tramandato dagli scrittori latini Virgilio, Marziale e Svetonio, si trovava nelle viscere del Vesuvio, chiese alla divina consorte Venere cosa gli avesse cucinato di buono. La dea dell’amore, però, impegnata tutto il giorno a intrattenersi con uno dei suoi amanti, si era completamente dimenticata di preparargli da mangiare. E così, costretta ad arrangiarsi, prese un pezzetto di pasta per la focaccia, lo ridusse in un disco sottile, lo guarnì con pezzetti di formaggio di capra, saporite bacche e profumate erbe e lo mise a cuocere su una pietra rovente appena uscita dalla bocca del Vesuvio. In men che non si dica l’impasto fu cotto: era nata la pizza! A Vulcano la pizza piacque così tanto che espresse alla moglie il desiderio di mangiarla più spesso.
E pure Sofia la mangiava spesso. Infatti, appena aveva del tempo libero, la sua insaziabile passione la spingeva, come in pellegrinaggio a un santuario, a recarsi dai suoi genitori nella modesta "Pizzeria Vulcano" di loro proprietà, dove aveva trascorso gli anni felici dell'infanzia e dell’adolescenza, potendo alimentare, e non solo in senso metaforico, questa sua passione.
Anche se aveva voluto studiare e diventare maestra, nel cuore le era rimasta immutata la nostalgia per i bei momenti trascorsi ad aiutare la madre, soprattutto quando ancora non
nel basso dove abitavano, una misera stanzuccia a livello stradale,
senza finestra, ove difettavano spazio e luce, ma che era rischiarata dall’amore dei suoi cari e dai soavi effluvi della familiare cucina casereccia.
D'estate l'attività veniva trasferita all'esterno, sul marciapiede, altrimenti il basso sarebbe diventato un inferno dantesco, ed era allora che Sofia piccolissima si divertiva davvero, osservando con gli occhioni sgranati le abili mani materne preparare il morbido impasto, convertirlo in bianchi pani da disporre ben allineati e poi trasformarli uno ad uno, quasi come per magia, in invitanti schiacciate da tuffare nell'olio bollente del pentolone nero, dal quale estrarre, come per magia, pizze dorate e fragranti.
Sua madre allora era un’abile venditrice perché, per richiamare la clientela, “dava la voce” a gola spiegata, adattando al passante il grido di vendita; ad esempio, se per strada vedeva una suora, oppure un prete, gridava "pizza santa", se uno scapolo "pizza zitella", se una grassona o un grassone "pizza dimagrante", se, invece, una tisica o un tisico “pizza d' ‘a salute", se passava una vedova il richiamo era un po' più lungo: "pizza che rinfresca l'anima dei morti e pure il corpo dei vivi”.
E poi, siccome conosceva le tendenze politiche di tutti gli uomini del quartiere, con il rosso dei pomodori, il verde del basilico, il bianco della mozzarella, il nero delle olive, e via dicendo con tutte le diverse sfumature di colore degli ingredienti aggiunti, di volta in volta la pizza cambiava pure colore politico, in un excursus alimentare dello schieramento parlamentare del tempo.
Sofia aveva conosciuto Salvatore un giorno in cui aiutava sua madre in pizzeria. Lui le si era avvicinato guardandola attentamente dalla cima dei capelli alla punta dei piedi, passando per gli occhi verdi come il basilico, la bocca carnosa e rossa come il pomodoro, la pelle bianca come la mozzarelle di bufala, i seni alti e pieni come i pani di pasta. L’aveva fissata dritta dritta negli occhi e poi aveva ordinato:
- Un calzone ripieno ricotta e salame!
La giovane si era sentita avvampare, sbiancare e fremere contemporaneamente, lo aveva subito servito e poi si era messa ad osservarlo.
Da come l'uomo aveva addentato la pizza calda e profumata, dall'espressione appagata e soddisfatta mantenuta fino all'ultimo morso, dal tono imperioso con cui le aveva ordinato un altro calzone, Sofia aveva capito che quello era l'uomo della sua vita, e quando, pochi mesi dopo, lui si era dichiarato, senza esitazioni gli aveva detto “sì”.
Ormai erano sposati da diversi anni, lei amava lui, lui amava lei, lei amava ancora  appassionatamente le pizze, lui le amava un po' meno perché aveva trasferito molto del suo ardore sul pallone.
A volte la moglie lo rimproverava bonariamente, e Salvatore rispondeva schernendola:
 -Che fai, Sofia, sei gelosa del pallone? - E lei scrollava le spalle e ci rideva su amaramente.
Da qualche tempo, però, Sofia non glielo rimproverava più, ma in lei permanevano ugualmente un
senso d'insoddisfazione per quel matrimonio nel quale erano in tre, lui, lei e il pallone, ed una grande rabbia verso il marito che sembrava non accorgersi della sua delusione.
Tra poco, poi, sarebbero cominciati pure i mondiali! In giro non si parlava d'altro, persino i bambini della sua classe trascuravano la storia e la geografia per imparare a memoria non solo la formazione della squadra italiana ma anche quella delle squadre straniere, e suo marito si era già organizzato con un gruppetto d'amici per vedere insieme tutte le partite.
- Non ti avvilire, bella  di mammà- la confortò sua madre quando Sofia le confidò il disagio per le belle settimane che le si preparavano- Tu lascia a casa a vedere le partite tuo marito, i tuoi figli e gli amici, e vienitene qua, in  pizzeria. Aiuti un poco a me e ti mangi tutte le pizze che vuoi...Sei pure  fortunata che puoi mangiarne quante vuoi senza ingrassare!-
E Sofia accettò.
Suo marito già teneva la testa nel pallone, i figli lo stesso, perché avevano ereditato dal padre l'identica passione per il calcio, gli amici pure, e così la donna, con il beneplacito di tutti, al fischio d'inizio della prima partita, aprì la porta di casa e se ne andò dalla madre.-Sofia, non ti ho detto che  teniamo un nuovo aiutante...Tu mettiti un poco alla cassa, ogni tanto poi io  vengo a darti il cambio, e tu vai a aiutare all'aiutante.-
L'aiutante si chiamava Giuseppe  ed era un bel ragazzone di Aversa, alto e muscoloso, con un ampio torace villoso, i bicipiti forti e le mani massicce. Con grande sapienza picchiettava l'impasto sul marmo, lo faceva roteare, lo lanciava verso l'alto, lo riprendeva a volo, lo lavorava ancora, l'allargava ben bene ai bordi,  lo schiacciava sprimacciandolo come un cuscino, lo guarniva con i diversi ingredienti, versava sopra l'olio a filo a filo, ed infine, adagiatolo con gentilezza sulla pala di legno dal lungo manico, lo riassestava amorevolmente e, al grido di iammo c' ‘a pala,2 lo sospingeva nella bocca infiammata del forno a legna.
Ai movimenti decisi ma mai bruschi, sicuri ma delicati del nuovo aiutante, Sofia restò come incantata, presa da una strana fascinazione che aveva provato solo in un ' altra occasione: quando aveva visto suo marito per la prima volta … E  non poteva impedirsi di cercare continuamente con lo sguardo quello del pizzaiolo.
Il pomeriggio passò, l'Italia pareggiò e Sofia si congedò dalla madre e tornò a casa più turbata che mai. 
La notte dormì poco e male, e l'indomani a scuola pensava continuamente al giovane che la sera precedente l'aveva salutata con un " Ci vediamo domani!", pronunciato in tono sicuro come di chi sa il fatto suo. Di tanto in tanto dalla lavagna sparivano le divisioni che stava facendo eseguire ai suoi alunni per gli esami e compariva l'immagine del pizzaiolo, vestito di bianco, con i capelli neri, gli occhi scuri, la faccia infarinata, una capricciosa piegata a libretto tra le mani. Lisciandosi i baffetti, le faceva l'occhiolino e, sporgendosi verso di lei, con un sorriso ammiccante chiedeva:  
-Favorite? - e poi addentava voluttuoso la pizza.
Sofia si recò in pizzeria per tutto il periodo dei mondiali, durante i quali l'Italia fu sconfitta, pareggiò, vinse e addirittura arrivò in finale, ed entrò sempre più in confidenza con Giuseppe. Lungamente ed eroicamente resistette alla tentazione, che era grande e che sempre più la spingeva verso il giovane del quale, col passare dei giorni, aveva avuto modo di apprezzare non solo l’abilità
di pizzaiolo,  ma anche altre qualità.
L'ultima sera, quando l'Italia si giocava il tutto per tutto nella partita finale, la donna aveva quasi  deciso di non andare in pizzeria, ma fu proprio suo marito a insistere.
-Vai, Sofia, approfittane!-sostenuto dagli amici che rincararono: - Sì, sì, approfittatene!-
Per la “Pizzeria Vulcano” era giorno di chiusura, ma Sofia sapeva che non le sarebbe stata fatta mancare la pizza.
Quella sera la luna si mostrava grande, piena, luminosa. Sofia indossò una gonna rosso tramonto, una candida camicetta dalla scollatura profonda che valorizzava il suo décolleté, raccolse a coda i bei capelli ramati, calzò alti sandali bianchi con tacchi a spillo, infilò al dito un anello con smeraldo, si profumò generosamente col suo profumo preferito alla tuberosa, "Feu brûlant", e andò incontro al suo destino.
Sua madre, che aveva capito ma non disapprovava, anzi, la lasciò sola con Giuseppe, nella pizzeria deserta, nel quartiere deserto, nella città deserta, spopolata proprio a causa della partita conclusiva che teneva tutti incollati alla televisione.
Gli unici segni di vita in quel locale erano il fuoco del forno riscaldato dalle fiamme degli sterpi secchi e i battiti accelerati dei cuori di Sofia e di Giuseppe.
Fu lei ad avvicinarsi per prima a lui, ma il giovane prontamente la strinse a sé, le sciolse i bei capelli, li accarezzò, le sfiorò il viso con una mano e, con voce appassionata, le sussurrò:
-Da quando ti conosco, mi sento la testa nel pallone. Sei bella, più bella della luna piena nell’estate quando spunta sorridendo a prima sera! Che dici,  la vogliamo fare questa pazzia? –
La sventurata annuì.
E così, tra i bianchi pani di pasta e i pomodori veraci sommariamente schiacciati nell'insalatiera (“pommes d’amour”, così nell’Ottocento i Francesi chiamavano i pomodori), la mozzarella candida tagliata a dadini e il piccante salame napoletano spezzettato, tra la ricotta immacolata e la sugna vellutata, l'origano secco e le acciughe salate, inebriata dalle forme, dagli odori, dai colori e dai sapori familiari, tutti i sensi coinvolti  (occhio, orecchio, olfatto, udito e tatto, nessun senso escluso), con il sottofondo dello scoppiettio della legna  nel forno caldo e rosso come l’inferno, soggiogata dal fascino del pizzaiolo, Sofia, vinta, cedette al fuoco della passione … e  la scintilla si trasformò in feroce incendio. 
Dopo quel momento di pazzia lui preparò due belle pizze margherite, con succosi pomodori rossi San Marzano, freschissima mozzarella di bufala, profumate foglioline di basilico e purissimo olio extravergine, e lei apparecchiò un tavolino per due.
Le consumarono lì, a saracinesche abbassate, accompagnate da un buon bicchiere di Gragnano, in un romantico e silenzioso tête a tête interrotto solo dal boato che si levò in tutto il quartiere, in tutta la città, in tutta la nazione, in tutto il mondo, in tutto il cosmo, quando  l'Italia segnò il goal della vittoria.

 

                                                                     

 

1)Mi sembri la luna piena nell’estate/quando spunta sorridendo a prima sera: versi finali della  poesia ‘A pizza, di Amedeo Mammalella (1889-1968), diplomatico e docente di Letteratura italiana all'Università di Curityba in Brasile, poeta ed esponente del Gruppo 'O sciaraballo (La diligenza).

2)  Andiamo con la pala.

 

 

 

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