Francesca Santucci

 

MAI PIÙ NELL’OSCURITÀ

 

(recensione al libro di Maddalena De Leo “La madre di Jane Eyre" Neapolis Alma edizioni dicembre 2013)

 

MAI PIÙ NELL’OSCURITÀ

 

Talmente famosa è la vicenda personale della leggendaria famiglia Brontë (le tre sorelle, Charlotte, Emily e Anne, il fratello Branwell e il padre Patrick), talmente abbagliante quella letteraria, soprattutto di Charlotte ed Emily, rispettivamente autrici di due capolavori, i romanzi “Jane Eyre” e “Wuthering Heights” (meno eclatante, ma pur valida, la produzione di Anne), da oscurare la presenza della madre, Maria Branwell, quasi come se, similmente ad Atena che il mito vuole nata dalla testa di Giove, i figli fossero stati generati dal padre. Figura di fugace apparizione, alla quale soltanto di sfuggita, brevemente, in genere si accenna quando si parla dei Brontë, e sulla quale poco è stato scritto, evanescente come le nebbie di quell’affascinante ma fosco paesaggio nel quale andò precocemente a morire, la brughiera di Haworth, nello Yorkshire, nel nord dall’Inghilterra, lei che proveniva dal luminoso sud della Gran Bretagna, Maria fu creatura pulsante di vita, non bella ma spiritosa, elegante nel vestire, vivace, curiosa, intelligente, attenta, osservatrice, e pia e devota.  Aveva anche un carattere mite, come il clima della graziosa cittadina in cui da genitori metodisti, Thomas Branwell, facoltoso mercante, e Anne Carne, era nata il 15 aprile 1783, Penzance, in Cornovaglia, terra che un tempo fu dei Celti, caratterizzata da splendidi scenari, circondata per due terzi dal mare, con le affascinanti High Cliffs, le scogliere a picco sul mare, le dolci colline, gli antichi castelli, i caratteristici villaggi dei pescatori.
Donna indipendente, pur se rispettosa delle convenienze, Maria fu anche “mente letteraria”, amante della poesia e autrice, oltre che delle lettere scritte al marito durante la fase di corteggiamento (sentimentali come quelle della protagonista di un romanzo epistolare), di un saggio, mai pubblicato, “The Advantages of Poverty in Religious Concerns”, in cui asseriva i vantaggi tradizionali della povertà, ed è da lei (oltre che dal loro padre, il reverendo Patrick, scrittore di mediocre talento) che le famose figlie ereditarono amore per la lettura e inclinazioni e suggestioni letterarie.
Fu nel 1812 che Maria Branwell conobbe Patrick Brontë, ecclesiastico della chiesa d’Inghilterra. Dopo un breve corteggiamento, uniti da un sentimento profondo e sincero, il 29 dicembre 1812 si sposarono. Vissero insieme nove anni ed ebbero sei figli, ma l’unione si spezzò drammaticamente a meno di un anno dalla nomina di Patrick a vicario di Haworth, paese sperduto tra le brughiere dello Yorkshire,  nella cui canonica avevano traslocato. Per un cancro alle ovaie, dopo aver patito per sette mesi e mezzo atroci sofferenze, il 15 settembre 1821, a soli trentotto anni, Maria morì: le erano accanto suo marito, sua sorella e i suoi figli, Maria, la figlia maggiore, aveva otto anni, Anne soltanto venti mesi.
Soverchiata dalla straordinaria fama delle figlie, relegata per secoli nell’ombra, finalmente, a trarla dall’oblio in cui era precipitata, a sollevare il velo che l’ha oscurata al mondo, giunge la nuova pubblicazione della famosa studiosa, scrittrice e traduttrice brontëana Maddalena De Leo, “La madre di Jane Eyre” (Neapolis Alma edizioni, dicembre 2013), un romanzo in cui, con prosa agile e veloce, ricostruisce la vicenda umana della madre delle sorelle Brontë, attraverso la stessa Maria che, in forma di diario, narra i momenti salienti del suo quotidiano, del suo esser donna nella società del tempo.
Con felice intuizione, Maddalena De Leo immagina che Charlotte legga le nove lettere di sua madre consegnatele dal padre (cosa che nella realtà effettivamente avvenne quando, nel febbraio 1850, consegnò alla figlia, ormai rimasta priva di tutte le sue sorelle, la corrispondenza ricevuta da quella che ancora allora non era la sua sposa, ma la fidanzata) e decida di scrivere un nuovo romanzo eleggendo a protagonista sua madre che redige resoconti annuali, proprio come nella realtà facevano Emily ed Anne che, a partire dal 24 novembre 1834, tennero dei diari di compleanno, pagine in cui, ogni quattro anni, nel giorno del compleanno di Emily, annotavano il loro quotidiano, lo stato dei familiari e degli animali di casa.
Il libro, corredato in appendice della splendida traduzione (per la prima volta integrale in Italia) di Maddalena De Leo di nove lettere d’amore indirizzate da Maria al suo Patrick al tempo del corteggiamento (nell’estate –autunno 1812), in ricchezza inventiva, ma con riferimenti e riflessioni aderenti alla realtà storica fedelmente seguita dall’Autrice, è articolato in due parti, Cornovaglia e Yorkshire, seguendo il viaggio di Maria da Penzance ad Haworth, dalla luce al buio, dalle aspettative al crollo delle illusioni con lo straziante epilogo.
Nella prima parte, che muove dal 15 aprile 1803 e coincide con gli anni lievi della felice verde età, spensierata come pur sempre si addice a una giovinezza, nonostante non manchino i dispiaceri (i lutti familiari), la penna di Maria annota eventi leggiadri, registra avvenimenti lieti, l’occhio a scrutare intorno a sé, nella sua cerchia familiare e sul luogo in cui è nata e vive, fra entusiasmi, desideri, sogni, ansie.
Più intima lascia snodare Maddalena De Leo la seconda parte (il cui ultimo resoconto, brevissimo, è stilato ad Haworth il 15 aprile 1821), introdotta da una bella immagine in chiaroscuro di Charlotte che ripiega gli occhiali e si allontana dalla lettura avvedendosi solo allora che, concentrata com’era nella lettura che stava illuminando la figura sfocata di sua madre (donna vivace e coraggiosa che si era inventata una vita diversa andando ad abitare per sempre in una terra nuova, perché aveva creduto con tutte le sue forze nell’amore, disvelandola, finalmente, non più negli sfumati contorni ma nell’esatto plasticismo) non si era accorta che le ombre della sera si erano impossessate della stanza e che la luce debole del crepuscolo non penetrava più nemmeno dalle finestre del parlour della canonica. Ma tante immagini suggestive l’Autrice offre nel libro, sia quando si sofferma sulla descrizione dei luoghi, delle leggende, delle tradizioni, sia quando indugia sugli stati d’animo della protagonista.
Garbata, briosa, ma anche ossequiosa credente, come doveva essere una giovinetta del tempo che viveva fra casa, chiesa ed eventi sociali, Maria, attraverso la scrittura di Maddalena De Leo, ci offre il resoconto della sua vita anno dopo anno, fra gioie e dolori. Trasmettendoci l’esatto stupore giovanile che doveva avere negli occhi quando guardava al suo piccolo mondo, ci racconta della meravigliosa terra celtica della Cornovaglia, delle origini della sua città natale, dei luoghi suggestivi, come il St. Michael's Mount, omonimo del Mont Saint Michel francese, ma più piccolo, raggiungibile a piedi dalla strada con la bassa marea e con la barca quando la marea è alta, dei miti e delle leggende della sua Penzance (Cormoran, il gigante di Marazion, sconfitto da un ragazzo, Jack; gli spriggans, i nani cattivi che rapiscono i neonati; i piskies, i nani buoni dal berretto rosso e le calze verdi che aiutano gli anziani, ma pure fanno dispetti). E parla del sovrannaturale (le fate, i fantasmi, le apparizioni di carrozze trainate da cavalli senza testa o bare dirette al cimitero), delle superstizioni e dei presagi (i pettirossi forieri di sventura, i bambini nati fra la vecchia e la nuova luna dalla vita breve), delle tradizioni (l’usanza di porre un pezzetto di torta nuziale sotto il cuscino per trovare marito), delle attività locali (i pescatori, il contrabbando), dei riti (le tipiche pasties, dolci o salate, con inciso sopra il nome del destinatario, preparate in casa dalle mani amorevoli delle madri).
Nella seconda parte le annotazioni di Maria si soffermano sul trasferimento da Penzance a Woodhouse Grove, dopo la morte dei genitori, presso la casa degli zii, sull’innamoramento per il “tempestoso” Patrick, pronto ad accendersi, da bravo irlandese, anche per piccole cose, ma che lei ben presto impara a rabbonire e al quale si unisce in matrimonio dandogli subito dei figli. Concentrata, ora, sui suoi ruoli di sposa e madre, le sue riflessioni gravitano intorno alla vita matrimoniale, ai figli, all’attività pastorale del suo sposo, gentile, affettuoso e che le dedica persino dei versi, ai traslochi, alle nuove amicizie, mai mancando, però, di rivolgere lo sguardo agli avvenimenti politici e sociali del paese e al nuovo territorio in cui è ora immersa, l’ultimo fatale approdo, Haworth, affiorando qui e là anche nostalgie, rimpianti, piccole inquietudini, cupi presagi, fino al tragico finale, la morte per cancro, dopo sofferenze che possiamo solo lontanamente immaginare quanto atroci e solo blandamente lenibili, se non addirittura impossibile da alleviare a quei tempi!
Specchio di quello che certamente dovette essere lo stato d’animo di Maria, malata da quasi tre mesi, sofferente, presaga dell’imminente fine precoce, donna devota, madre consapevole che stava per abbandonare irrimediabilmente i suoi piccoli, che sarebbero cresciuti senza avere accanto l’affetto e il calore della loro mamma, con sensibilità squisitamente femminile i pensieri dell’ultima pagina di diario (Haworth, 15 aprile 1821) che Maddalena De Leo attribuisce a Maria sono per Dio e per i suoi figli, le ultime parole che affida alle sue labbra sono due esclamazioni: Gracious Father e Oh God, my poor children!
Via via che si procede nella lettura agevole e scorrevole del romanzo, come fosse un pittore che muovendo dall’abbozzo della forma, proceda, poi, gradualmente a imprimere il colore, la scrittura di Maddalena De Leo restituisce consistenza alla figura di Maria, che prende corpo, si anima, s’illumina, a nuova vita rinasce, proprio come se, similmente ad Orfeo che trascinò via dal buio degli Inferi la sua Euridice, la prendesse per mano e la guidasse verso la luce.
Del resto è proprio questo l’intento che ha guidato sin dall’inizio l’Autrice nel suo lavoro, trarre Maria Branwell dall’ombra e dall’oblio divulgando la sua vicenda così poco nota, affinché il mondo, finalmente, la conosca non più solo come l’evanescente madre delle sorelle Brontë, ma come donna nella sua interezza, perciò perfetta mi pare la degna chiusa del romanzo, in cui, autorevolmente, consegna a Charlotte il suo pensiero:
Dopo aver descritto con parole sue la vita di sua madre, poteva esser certa che solo in questo modo Maria Branwell negli anni a venire, non sarebbe rimasta mai più nell’oscurità.
Importante si pone, dunque, il vibrante omaggio di Maddalena De Leo a Maria Branwell, perché contribuisce ad arricchire le conoscenze sul mondo brontëano e perché aggiunge un importante tassello al mosaico dell’universo femminile perciò, superfluo dirlo, è vivamente da apprezzare e caldamente consigliare in lettura, non solo agli appassionati del mondo Brontë.

 

Francesca Santucci, marzo 2014

 

 

 

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