Francesca Santucci

 

MONTEVERGINE

 

 

 

(AA.VV., "Storie e leggende della Campania",  Rudis Edizioni  2023 )

 

Natura e cultura, storia e leggenda, spiritualità e devozione popolare, riti e tradizioni, sacro e profano, s’incontrano e si fondono in questo suggestivo luogo dell’Irpinia, molto caro ai napoletani, Montevergine, frazione di Mercogliano, in provincia di Avellino.
Qui si erge il famoso Santuario, a 1270 metri sul livello del mare, collocato su una vetta della catena montuosa del Partenio, territorio aspro, con il suolo formato per buona parte da materiali piroclastici provenienti dal vicino complesso vulcanico del Somma, percorso da una rete di piccoli torrenti e sbalzi d’acqua,  arricchito da querce, lecci, castagni, faggi, pioppi, ontani, carpini, presenti numerose specie di fiori d’interesse naturalistico, come il garofano selvatico, la vola tricolore, l'asfodelo, il narciso, altre bellezze floristiche del territorio come il giglio martagone e, per quanto riguarda la flora rupestre, sassifraghe, campanule, valeriana, dafne, pimpinella e orchidee.
Caratterizzato da numerose grotte sulla montagna tagliata a picco, abitato dal picchio rosso e dal picchio verde, sorvolato dal volteggiare di grandi rapaci come la poiana, il corvo imperiale, il falco pellegrino e il gufo reale, il luogo in ere lontane aveva un tempio dedicato a Cibele, la “Magna Mater”,
dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici, per questo veniva chiamato Monte di Cibele, dove  i coloni Greci salivano per onorare con canti, suoni e danze la divinità, anche con riti orgiastici.
Sui resti di questo tempio sorse il Santuario, la cui storia, però, si collega direttamente al fondatore del monastero di Montevergine, Guglielmo da Vercelli, un monaco eremita vissuto tra l'XI e il XII secolo, attratto dai pellegrinaggi nei luoghi della cristianità, che, dopo essere stato assalito dai banditi a Taranto, mentre tentava di raggiungere Gerusalemme, in quell’evento vide un segno della Provvidenza divina.
Abbandonata l’idea di attraversare il mare, si diede alla ricerca di un luogo nell’Italia meridionale dove condurre una vita eremitica. Fu, così, che nel 1118 giunse sul monte Partenio, dove visse da solo, in una situazione climatica difficile,  in  condizioni penitenziali, in una piccola cella, dedicandosi alla preghiera e all’esercizio della carità verso i poveri.
Diffusasi la fama delle sue virtù, sul monte cominciarono ad accorrere diversi discepoli desiderosi di servire Dio sotto il suo magistero. Via via, per ospitare i monaci eremiti,  furono costruite altre celle e fu edificata anche una chiesa dedicata alla Madonna, consacrata nel 1126, assecondando la profonda devozione che Guglielmo aveva per la Vergine. Ben presto i monaci di Montevergine si riunirono in una congregazione detta Verginiana, cominciando ad attuare opere di evangelizzazione e cura dei malati, ma Guglielmo riprese i viaggi apostolici che già in gioventù aveva praticato, dedicandosi  a impiantare altri monasteri nel sud d’Italia e disseminando miracoli che attirarono l’attenzione di principi e potenti locali, che si adoperarono nella fondazione dei nuovi monasteri dotandoli di beni e privilegi.
Gugliemo morì nel 1142 presso il Goleto, uno dei monasteri da lui fondato
, dopo una vita trascorsa al servizio di Dio e degli altri, e nelle sue comunità  subito si cominciò a venerarlo come santo. Alcuni vescovi autorizzarono anche il culto pubblico, poi esteso a tutta la Chiesa nel 1785. Nel 1807  il suo corpo venne traslato dal Goleto a Montevergine, dove si trova tuttora. Nel 1942, in occasione dell’ottavo centenario della sua morte, papa Pio XII lo proclamò Patrono Primario dell’Irpinia.
Il
Santuario di Montevergine, una delle Porte sante della Campania, nei secoli si è arricchito di numerose opere d'arte, grazie alle offerte  generose di feudatari, papi e sovrani. Cuore del Santuario è la cappella della Madonna, che custodisce l’immagine su tavola, di fattura bizantina, della Vergine,  che credenza popolare vuole eseguita da san Luca Evangelista.
Così il poeta Raffaele Viviani la descrisse:
Na scumma argiento, na Madonna nera
cu ll’uocchie che te guardano, addo vaje.
Overo Santu Luca se spassaje:
nun ‘a puteva fa ‘e nata manera.
Te miette e lato e a guarde, ‘a stessa cera!
Pecchè succede chesto, nun ‘o saje
te scuorde ca è pittata, pare overa.
E tuorne a gghì pa cchiesa, ‘a tiene mente,
e Chella sempe fissa ca te guarda.
E il Santuario ospita pure una sala con degli ex voto, la mostra del presepe nel mondo, un museo con dipinti del barocco napoletano, icone orientali, e altri oggetti d’arte di grande valore che hanno reso possibile dichiararlo monumento nazionale.
Inoltre, durante la Seconda guerra mondiale, a Montevergine è stata custodita la Sacra Sindone. I Savoia, che allora ne erano i proprietari, per proteggerla in tempo di guerra pensarono di affidarla al Vaticano, che individuò nel Santuario il luogo più sicuro per custodirla.
Si può dire che, da quando san Gugliemo si stabilì sul monte e attirò tanti discepoli,  l’ascesa non si si sia mai arrestata. Ancora oggi folle di fedeli, ma anche solo di curiosi, di ogni estrazione sociale e dei luoghi più disparati, arrivano sul Partenio per testimoniare la loro fede. Ai piedi del grande dipinto della Madonna i fedeli depongono fotografie e lettere con richieste di grazie, lasciano ex voto per ringraziare di averla ricevuta, chiedono unione familiare, fede, salute per un familiare, per un amico, per sé stessi. 
I
napoletani considerano la Vergine la loro Madre celeste, e la chiamano  “Mamma Bruna” o “Mamma Schiavona”, perché il dipinto la mostra con un colorito scuro, tanto simile a quello degli schiavi  nord-africani, perciò è considerata la protettrice degli ultimi, dei diseredati, degli emarginati. Secondo la tradizione, infatti,  le Madonne erano sette, sei bianche e una nera, quest’ultima era considerata  la più “brutta” delle sorelle per il colore della pelle, perciò, risentita, decise di isolarsi e andò a rifugiarsi sulla punta del monte Partenio (“Mons Parthenius" appunto "Monte Vergine"), da qui l’appellativo “ Schiavona”, cioè “straniera”.
Il pellegrinaggio a Montevergine richiama da sempre un forte afflusso di pellegrini napoletani, che in passato arrivavano con ogni mezzo, in carrozza, a cavallo, con i carri, a piedi, con macchine in affitto talvolta scoperte per poter esibire la gioia del viaggio, spesso organizzando carovane di auto decorate con festoni floreali di carta dello stesso colore degli abiti dei viaggiatori, tutti similmente vestiti o di rosa o d’azzurro color manto di Madonna. Queste gite si organizzavano con notevole anticipo, le famiglie più disagiate mettevano da parte i soldi per l’escursione un po’ per volta e ogni settimana gli incaricati dei vari quartieri passavano a ritirarli. La partenza per Montevergine era ricca di folklore, chiassosa, rumorosa, preceduta da spari di botti nei vari quartieri e accompagnata dai suoni dei tamburelli allegramente agitati.
Fra i pellegrini non mancavano di farsi notare i famigerati guappi, le “zi maeste”, popolane autorevoli che coglievano l’occasione per esibire i loro vistosi abiti e gioielli, e le ragazze  costrette a praticare la prostituzione, che si recavano dalla Madonna per farsi perdonare della loro vita o chiedere la grazia di cambiarla. Ai pellegrini si univano anche i venditori di torrone, nocciole secche e taralli.
Secondo la tradizione si recavano al Santuario donne sposate per ringraziare la Madonna di aver loro procurato un marito, o ragazze che la pregavano affinché glielo facesse trovare. Durante la salita al monte le nubili intrecciavano dei rami di ginestra, promettendo alla Vergine di ritornare l'anno successivo e di sciogliere il nodo in compagnia dello sposo. E salivano al Santuario, scalze, anche  ragazzine che andavano a ringraziare la Vergine per conto di terzi.
Appena arrivati al Santuario subito i pellegrini entravano in chiesa, chiedevano la grazia, mettevano gli ex voto ai piedi della Madonna e lasciavano soldi tra le inferriate della cappella di san Guglielmo. Durante la discesa, poi, le donne intonavano canti popolari e gli uomini facevano una corsa su carri chiamata recanata, e tutti si preoccupavano di divertirsi con pranzi, canti e danze.
Ancora oggi il rito del pellegrinaggio, il giorno della festa della Madonna di Montevergine, l’8 settembre, ma anche per il resto del mese,  puntualmente si ripete, commovente testimonianza di fede ma anche occasione festosa.
E il 2 febbraio, il giorno della Candelora, c’è un’altra tradizione legata a Montevergine molto sentita soprattutto nel napoletano, la juta (andata) dei femminielli, figure legate al mondo greco pagano, risalenti agli antichi ermafroditi, che nell’antica Grecia erano considerato sacri poiché ritenuti figli della dea della Bellezza e del dio dell’Amore, e contenenti la dualità del creato, cioè la parte maschile e quella femminile. Verso di loro il popolo partenopeo ha sempre avuto rispetto e considerazione,  dimostrando grande apertura mentale, in riconoscimento  prima di altri dei diritti umani di tutti.
L’origine della devozione dei “femminielli” per la Madonna di Montevergine, che considerano loro patrona, si fa risalire a un’antica leggenda, secondo la quale, nel 1256, durante una bufera di neve, una coppia di amanti omosessuali, scoperta dalla gente del posto mentre si baciava, fu imprigionata contro un albero sul monte con delle lastre di ghiaccio. Per intercessione della Vergine, un raggio di sole colpì il ghiaccio, lo sciolse e i due innamorati poterono salvarsi.
Questa è la leggenda, ma l’ascesa dei “femminielli” al Partenio per omaggiare la loro Madonna, Mamma Schiavona,  si collega al fenomeno del “travestitismo” già presente nell’antichità ed è di lunga data, come testimoniato dal ritrovamento,
riferito dall’abate Gian Giacomo Giordano nelle sue “Croniche di Montevergine” (1642), di corpi di huomini morti vestiti da donne, e alcune donne morte vestite da huomini, dopo un incendio, nel 1611, nell’ospizio annesso al Santuario riservato all’accoglienza dei pellegrini.

 

 

 

 

 

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