Francesca Santucci

 

 

MORGIA SANT’ANGELO

 

(AA.VV., "Racconti dalla natura", Historica edizioni 2022)

 

 

C’è un luogo del sud, incastonato in uno scenario stupendo, che, in intreccio di natura e storia, molto mi emozionava da bambina, che ha continuato nel tempo a esercitare su di me l’intatto suo fascino e che mi piace qui ricordare.

Spesso, in occasione di gite festive o domenicali (soprattutto nella bella stagione, raramente in inverno, ma, quando capitava, era uno spettacolo muoverci fra la neve!) la mia famiglia ed io ci mettevamo in viaggio in auto da Napoli di buon’ora per dirigerci al Matese, un complesso montuoso dell’Appennino Sannita situato fra Campania e Molise.

Il paesaggio, di rara bellezza, incantato si snodava dinanzi ai miei occhi stupiti di bambina “cittadina”. Ammirata contemplavo le verdi vallate puntellate dai monti, i fiumi e i ruscelli cristallini, le allegre cascate e le tenebrose grotte, e poi la grande varietà di alberi, cerri, lecci, carpini, betulle, ginepri, castagni e faggi svettanti contro il cielo azzurro, e le radure, con boschi e sottoboschi colorati da ciuffi di genziana, digitale, sambuco, euphrasia, trifoglio, tanaceto, garofanine, ravvivati dalle presenze sfuggenti di volpi, lepri, marmotte, tassi, ghiri, picchi e allocchi.

Giungendo dal lato di Benevento, approdavamo a Cerreto Sannita (il cui nome deriva dal latino cerrus, ossia “cerro”, una specie di quercia presente in zona), paese collinare situato alle porte del parco regionale del Matese, attraversato dal fiume Titerno e da diversi torrenti, ricco di aree naturali.

Terminata la strada asfaltata, abbandonata l’auto, iniziavamo il percorso montano, compiendo un lungo cammino fra pascoli erbosi intervallati da sorgenti e torrenti e ammassi di rocce, luoghi impervi e selvatici ove un tempo si nascondevano i temibili briganti che mettevano in pericolo le loro vite pur di raggiungere gli obiettivi di libertà e indipendenza, uomini e anche donne, come l’indomita Michelina De Cesare, combattente insieme al suo compagno, Francesco Guerra, entrambi ferocemente trucidati, e Maria Maddalena de Lellis, che fu catturata, imprigionata e condannata a venticinque anni di lavoro forzato.

Superate le ripide e paurose "Ripe del Corvo", enorme muraglia dalle pareti rocciose, approdavamo alla “Morgia Sant’Angelo”, un suggestivo macigno di pietra calcarea alto 35 metri, i cui dintorni, come testimoniato dai reperti archeologici, furono abitati sin dalla preistoria.

 

 

Definito anche “Leonessa”, è un “masso erratico”, cioè una grande roccia staccatasi dalla montagna e trascinata in pianura dai ghiacciai, poi ritiratisi. Dai superstiziosi è ritenuto il “masso delle streghe”, del resto Benevento, fondendosi la leggenda con gli echi dei misteriosi riti orgiastici dei Longobardi (che questa città avevano eletto a capitale del loro regno) sin dai tempi antichi ha avuto fama di essere il paese delle streghe, e da mia nonna appresi la cantilena popolare che, pare, fosse la formula magica che ripetevano durante i processi:

Unguento unguento

portami al noce di Benevento

sopra l'acqua e sopra il vento

e sopra ogni altro maltempo.

Posta in alto, domina tutto l’orizzonte, offrendo un punto di vista spettacolare sull’alta valle del Titerno e sull’intera valle Telesina.

Visione d’incomparabile bellezza, maestosa e solitaria, questa roccia, nel corso dei secoli, ha subito dagli elementi atmosferici un’erosione fisica, chimica e meccanica che le ha conferito le sembianze di un grosso felino accovacciato. Inoltre alla base c’è una suggestiva grotta, originata da un insieme di eventi naturali, quali l'azione erosiva delle acque, il cedimento del terreno franoso e la fessurazione dello strato calcareo.

Frequentata dall’uomo sin dall’età preistorica, questa grotta fu utilizzata come strategico punto di avvistamento a difesa dei lori territori dai Sanniti, trasformata in luogo di culto per San Michele Arcangelo dai Longobardi, che vi edificarono la chiesa di Sant’Angelo a Sasso, usata, poi, finita la loro dominazione, per scopi profani, come il ricovero delle greggi, e anche luogo di sepoltura del vescovo di Telese nel 1524 e abitazione di un eremita.

Ecco, è questo l’affascinante luogo naturale che nell’infanzia accendeva la mia immaginazione, la Morgia Sant’Angelo, apparendo ai miei occhi fiabesco, quasi magico, scatenando la mia fantasia di bambina, fingendo di essere una principessa imprigionata in una torre o rapita dai pirati o vittima di un sortilegio o la figlia del vento intrappolata in una grotta o una brigantessa combattente per la libertà, e dove ancora sono ritornata da adulta ritrovando intatte le sue suggestive e straordinarie bellezze naturali.

 

 

 

 

 

 

 

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