Francesca Santucci

 

NAPOLI:

LA CITTÀ DELLA SIRENA

 (dall'antologia AA.VV., Metropolis, Ensemble edizioni 2017)

 

Gaetano Esposito ( 1858 – 1911) Marina di Napoli con Palazzo Donn'Anna sullo sfondo (Firenze, Galleria d’Arte moderna).

 

 

Napoli, città fra le più antiche dell’occidente, preellenica, greca, sannita, romana, bizantina, normanna, sveva, angioina, aragonese, spagnola, borbonica, variamente nei secoli governata, chiamata Partenope, Palepoli, Neapolis, Novapolis, anche Sebeta (dal nome del fiume, oggi sotterraneo, ma che in tempi lontanissimi scorreva con forza, infatti il suo nome deriva dal greco Sepeithos, traducibile come "andar con impeto”), probabilmente fondata verso il 1055 a. C. da emigranti greci provenienti da Calcide (capitale dell’Eubea), racchiude tutta la sua malìa già nei numerosi miti delle origini risalenti alle più remote antichità, dove sempre è presente lei: la mitica sirena.
Il mito più accreditato, tramandato dagli antichi storici greci e romani, collega la leggenda della nascita di Napoli alla semidea marina, la bellissima sirena Partenope che, con le sorelle, abitava fra i frastagliati scogli delle Sirene (Seirenoussai, probabilmente i tre isolotti de “Li Galli”, di fronte alla costa di Positano) contro i quali, attratti dal loro melodioso canto, i marinai dell’antichità andavano a schiantarsi con le loro navi. Non essendo riuscita ad ammaliare col suo canto Ulisse- il re di Itaca, che, durante il suo viaggio di ritorno in patria, per resistere alla lusinga, e salvare la sua nave dal disastro, si era fatto legare dai compagni all’albero della nave ed aveva ordinato loro di turarsi le orecchie con la cera- fu condannata a precipitarsi in mare per lasciarsi morire insieme alle sue sorelle, Leucosia e Ligea, le cui melodie pure erano rimaste inascoltate dai compagni dell’astuto capitano. Secondo la leggenda, infatti, le sirene sarebbero vissute solo fino a quando fosse durato il loro potere di seduzione.  Come narra Licofrone, il corpo di Leucosia finì a capo Licosa, presso Paestum, e quello di Ligeia presso Terina, sulle coste del Bruzio, la Calabria meridionale. Il corpo di Partenope, invece, trascinato dai flutti marini, approdò fra gli scogli che circondano l’isoletta di Megaride, fra il Borgo marinaro e Castel dell’Ovo; gli abitanti del luogo raccolsero il suo corpo, le dedicarono un sepolcro e la omaggiarono, oltre che con sacrifici e cerimonie, dando al villaggio tra Megaride e Pizzofalcone il nome di Parthenope. Secondo Stazio e Licofrone, invece, il nome e l’origine della città sarebbero da collegare alla figlia di Eumelo, re della Tessaglia, Partenu-Opsis (dal greco “sembianze di vergine”), che morì dopo essere sbarcata sul litorale, e qui seppellita dalla sua stessa gente: in suo onore sarebbe nata la città.
Leggenda quella dell’ammaliante semidea marina, sì, di certo i flutti non hanno mai sospinto a questo lido il corpo morto della sirena, ma veramente una magica seduzione è diffusa e persiste in quest’angolo di Paradiso, dove cielo e mare paiono confondersi nelle stesse tonalità d’azzurro e gli scogli sembrano candidi confetti baciati e ribaciati dalle onde, e irretisce e affascina e possiede chi giunge a Napoli, che dispiega il suo incanto nel luminosissimo beato golfo dove, da Posillipo, tra parchi e marine, a Sorrento, alta sulle acque dal suo terrazzo di tufo, a Massalubrense, tra gli agrumi e gli ulivi, immersi in un’effusa prodigiosa bellezza, ogni cruccio sembra dissolversi.
Nelle acque terse, a dominare c’è il Vesuvio, che, contro il cielo d’immacolato azzurro, si profila e bonario sonnecchia, mentre ai suoi piedi le città scheletrite, Pompei, Ercolano, Stabia, da sempre ammoniscono che è pur sempre il formidabil monte sterminator Vesevo e che la sua collera può risvegliarsi ad ogni istante cieca e distruttrice: incombente perenne minaccia di morte all’orgogliosa vita che intorno sfoggia tutte le bellezze e tutte le seduzioni! Ma poco importa se è concesso vivere sulle rive del golfo, circondati dalle acque colore del cobalto, o sulle meravigliose isole, simili a gemme disseminate nel mare trasparente: Ischia, l’isola verde, le cui benefiche acque termali erano già apprezzate nell’antichità dai primi coloni Euboici (VIII secolo a.C.); Capri, l’isola azzurra, magia di rocce e di grotte-come gli spettacolari Faraglioni e la celeberrima Grotta Azzurra di Anacapri, con un’apertura, parzialmente sommersa dal mare, dalla quale filtra la luce esterna che dona all’acqua una suggestiva colorazione di un intenso azzurro. E poi Procida, l’isola montuosa, una piccola meraviglia che esaltò anche la scrittrice Elsa Morante che, nel libro “L’isola di Arturo”, così annotò:

Ah, io non chiederei di essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei di essere uno scorfano, ch'è il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell'acqua.

Il famoso detto, ” Vedi Napoli e poi muori”, sta a significare proprio l’assoluta bellezza di questi luoghi: infatti, una persona che abbia ammirato l’incanto naturale del più bel golfo del mondo, non ha altro di bello da vedere. E sulle sue rive, nel grande arco disegnato dalla punta Campanella, per la penisola sorrentina, per i gioghi appenninici, fino a capo Miseno- quasi un immenso anfiteatro naturale- tra gli innumerevoli splendori, la verdeggiante pianura, i dolci colli, le isole vaporose, il mare sfavillante, il Vesuvio e il cielo azzurro, si dispiega la città, in cui festosa, fantasmagorica, pur se con i suoi inevitabili chiaroscuri, pulsa la vita del popolo napoletano.
Patria della Sibilla, di Stazio, del Sannazzaro, di G.B.Marino, di Giordano Bruno, di Salvator Rosa, del Bernini, Filangieri, Vico, De Sanctis, Settembrini, Serao, Caruso, Napoli è tra le più illustri e pittoresche città d’Italia, e sin dall’antichità sempre ha attratto per la felice posizione geografica, per il clima dolce, i suggestivi panorami, il benefico influsso della splendida natura, tanto che la plutocrazia romana non esitò a costruire qui lussuose dimore, le cui vestigia ancora oggi si ammirano. Lucullo e Pollione fecero edificare ville e fiorire giardini a Posillipo (luogo che, come dice il suo stesso nome, Pausyilypon, “calma il dolore”), a S. Lucia (castro Luculliano, oggi Castel dell’Ovo) e sul Pizzofalcone, dove, relegato dal barbaro Odoacre, si spense l’ultimo imperatore romano: Romolo  Augustolo.
Inoltrandoci nella città con una vaga ansia nel cuore, nell’intrico fitto degli edifici e delle vie- umili viuzze e strade famose, come via Toledo, via Chiaia, via Caracciolo, via Spaccanapoli (un budello di strada che davvero taglia in due la città!), dai mille colori, mille profumi, mille suoni, in cui echeggiano voci di varia umanità chiassosamente affollante e risuonano melodie antiche e moderne (fortemente partecipando, in modo quasi carnale, i napoletani alla musica), fra scorci caratteristici che affascinarono anche un illustre visitatore come Caravaggio- che proprio qui concepì due fra le sue opere più straordinarie: le Sette opere di misericordia e il Davide con la testa di Golia- scopriamo che, oltre alla cornice delle bellezze naturali e dei vicoli pittoreschi, Napoli trabocca d’insigni monumenti e luoghi artistici d’incomparabile suggestione. Scopriamo palazzi, chiese, chiostri, musei, castelli, fontane, giardini lussureggianti come quelli dell’Orto Botanico e come il parco della Floridiana, luoghi e opere che rievocano le vicende del glorioso passato, come il Palazzo Reale, dove si avvicendarono Angioini, Aragonesi e Borboni.
Mille i percorsi da intraprendere, i luoghi da visitare, assolutamente impossibile tralasciare la famosa Cappella Sansevero, cappella patronale della famiglia de’ Sangro, straordinario esempio napoletano di scultura barocca omogenea dell’arte settecentesca, il cui vero fondatore fu Raimondo de’ Sangro, principe di Sansevero e di Castelfranco, duca di Torremaggiore e Grande di Spagna, che ai suoi tempi si distinse per gli studi, la cultura e l’amore per l’arte e l’alchimia. Scrigno prezioso, questa cappella racchiude, oltre ai famosi scheletri (macchine anatomiche suggestivamente conservate in una cavea sotterranea, alla quale si accede tramite una ripida scaletta) opere straordinarie come il celebre "Cristo Velato" o "Cristo morto"- del 1753, di Giuseppe Sammartino su bozzetto del Corradini- di eccezionale espressività, rappresentazione scultorea del cadavere del Cristo giacente su un materasso di marmo bianco, con il capo leggermente reclinato a destra, adagiato su due guanciali. L’intera sua figura è coperta da un velo leggero e trasparente che lascia trasparire la muscolatura del corpo e perfino i fori dei chiodi alle mani e ai piedi. Meraviglia e stupore per questa realizzazione straordinaria che esaltò persino il Canova e che così descrisse la scrittrice Matilde Serao nelle sue “Leggende napoletane”:

Sta ai piedi dell'altar maggiore, a sinistra. Sopra un largo piedistallo è disteso un materasso marmoreo; sopra questo letto gelato e funebre giace il Cristo morto. È grande quanto un uomo, un uomo vigoroso e forte. Nella pienezza dell'età. Giace lungo disteso, abbandonato, i piedi diritti, rigidi, uniti, le ginocchia sollevate lievemente, le reni sprofondate, il petto gonfio il collo stecchito, la testa sollevata sui cuscini, ma piegata, sul lato diritto, le mani prosciolte. I capelli sono arruffati, quasi madidi del sudore dell'agonia. Gli occhi socchiusi, alle cui palpebre tremolano ancora le ultime e più dolorose lagrime. In fondo, sul materasso, sono gettati, con una spezzatura artistica, gli attributi della Passione, la corona di spine, i chiodi, la spugna imbevuta di fiele, il martello. Sul piedistallo, sotto i cuscini, questa iscrizione: Joseph Sammartino, Neap., fecit, 1753. E più nulla. Cioè no: sul Cristo morto, su quel corpo bello ma straziato, una religiosa e delicata pietà ha gettato un lenzuolo dalle pieghe morbide e trasparenti, che vela senza nascondere, che non cela la piaga ma la molce, che non copre lo spasimo ma lo addolcisce. Sopra un corpo di marmo, che sembra di carne, un lenzuolo di marmo che la mano quasi vorrebbe togliere. Niente manca, dunque, in questa profonda creazione artistica: e vi è il sentimento che fa palpitare la pietra, turbando il nostro cuore, e v'è l'audacia del creatore che rompe ogni regola, e v'è il magistero di una forma eletta, pura, squisita.

Immancabile anche una visita alla Chiesa di San Gregorio Armeno, collocata nell’omonima via che celebra il trionfo del Natale a Napoli, con le botteghe dei pastori di terracotta fabbricati durante l’anno per il Presepe, espressione di artigianato che conserva la tradizione presepiale: altra attività dei napoletani che rientra nel colore della città degna di menzione. La chiesa, secondo alcuni fondata da Sant’Elena, madre dell’Imperatore Costantino, con annesso un monastero, è detta anche di Santa Patrizia perché nel 1864 vi furono trasferite le reliquie di Santa Patrizia, il cui culto è vivissimo ancora oggi. Era in questa chiesa che un tempo si portavano i bambini alla nascita: una monaca collocava il neonato su una ruota, lo pesava e, quanto era il peso, tanta cera veniva offerta dalla famiglia. Nell’antico forno del refettorio le monache di San Gregorio, eccelse nell’arte dolciaria, sfornano ancora oggi, con leggendaria bravura, delle sfogliatelle veramente divine.
E, per omaggiare il Patrono di Napoli, San Gennaro, non si può non recarsi al Duomo dove, dal 1389, anno in cui l’evento si verificò per la prima volta, come annotato sulle pagine del "Chronicon Siculum", ogni anno tre volte l’anno, il 19 settembre, il giorno in cui fu decapitato, la prima domenica di maggio, in memoria della traslazione delle reliquie, e il 16 dicembre, in ricordo di una terribile eruzione del Vesuvio, esortato dalla folla di fedeli che lo acclama e lo implora, lo supplica ed anche lo rimprovera (quando il santo tarda all’appuntamento l’appellativo più usato dalle “sue” pie donne, le cosiddette “parenti”, è faccia ‘ ngialluta, faccia ingiallita), puntualmente si ripete il miracolo della liquefazione del sangue conservato in due ampolle.   Nel Duomo è possibile ammirare anche la sontuosa "Cappella del Tesoro",
gioiello di arte e architettura barocca che racchiude marmi, affreschi, dipinti dei migliori artisti dell’epoca, fatta edificare dai napoletani nel 1646, dopo la pestilenza del 1527 e i miracoli straordinari compiuti da San Gennaro. La cappella custodisce il sangue in due teche-ampolle in argento e le reliquie del Santo: le ossa e il cranio rinchiuso in un busto argenteo fatto scolpire da Carlo II d’Angiò ed esposto alla venerazione del popolo per la prima volta il 30 aprile 1305.  Il busto reliquiario è vestito con un piviale e una mitra in seta e oro adornata da ben tremilanovantaquattro pietre preziose tra diamanti e smeraldi del XVIII secolo. Via via nel tempo ogni sovrano ha aggiunto qualcosa a quello che, poi, ha formato il "Tesoro di San Gennaro": Carlo III di Borbone nel 1609 la base in argento, Carlo III nel 1734 una croce in brillanti, la consorte Maria Amalia un'altra nel 1738, Maria Cristina di Savoia foglie preziose, Maria Carolina d'Austria una croce, Francesco I un grosso gioiello, Giuseppe Bonaparte una collana d'oro, Gioacchino Murat una pisside d'oro, Ferdinando II e Pio IX calici, Umberto e Margherita di Savoia una croce di brillanti e di smeraldi.
Dal sacro al profano ricordiamo anche la cucina napoletana che, per ragioni storiche, in parte risente di quella degli antichi greci, degli spagnoli e dei francesi, decisamente eccellente perché geniale e fantasiosa, umile e sontuosa, varia, piena di aromi, ricca di verdure (“mangiafoglie” erano chiamati i napoletani!). Fra le specialità gastronomiche il re della tavola è indubbiamente ‘o rraù, il ragù domenicale dall’inconfondibile effluvio, trionfo del pomodoro (rigorosamente di varietà San Marzano) dove, adagio adagio, la carne cuoce cedendo tutto il suo sapore al sugo, col quale condire i maccheroni, ma la regina è di certo la pizza, alimento emblema di Napoli, diffuso, ormai, in tutto il mondo, in cui l’accoppiata pomodoro e mozzarella - nominata in più di un testo sin dal XV secolo- si rivela decisamente vincente. Il suo consumo davvero investe tutti i cinque sensi: la vista è catturata dai colori (il rosso del pomodoro, il bianco della mozzarella, il verde delle foglie di basilico), l’olfatto dal profumo, il gusto dal sapore, l’udito dallo scoppiettio del forno a legna in cui cuoce, il tatto quando la si stringe fra le mani. Ma da lodare c’è anche un altro tradizionale piatto partenopeo, la menesta 'mmaretata (la “minestra maritata”), così chiamata perché la verdura "si sposa" con la carne; simile alla podrida spagnola, è un bollito misto, un brodo in cui cuociono vari tipi di carne, osso di prosciutto, cotiche, formaggio e verdure. Probabilmente di origine aragonese, preparata con intatto successo dal Cinquecento ad oggi, fu decantata con colorito ed elaborato linguaggio locale persino nel suo “Viaggio in Parnaso” dallo scrittore Giulio Cesare Cortese (considerato il padre della letteratura dialettale napoletana d’arte) (O foglia doce, o foglia saporita, / De nuie autre rechiammo e calamita!  […] O foglia mia, fenice de sapore, / Chi dice lo contrario, che s'appicca!- O foglia, o foglia saporita/ Di noi altri richiamo e calamita!/ O fenice mia, fenice di sapore,/ chi dice il contrario, che s’impicchi!  ) e dal poeta napoletano marchese Giovan Battista del Tufo nel “Pignato maritato”:

Dhe, se provaste mai, donne mie care,
certo altro buon mangiare
che noi con studio assai lo solem fare
d'una dolce pignata,
d'un pezzo riposata,
da poi che è cucinata,
detta a Napol, tra noi la maritata,
fatta di torsi, d'ossa mastre e carne,
lascereste faggian, pernici e starne;
dove entra un pezzo di presciutto vecchio
per far meglio apparecchio,
salcizon, sopressata e boccolare,
col suo finocchio e formaggio dentro,
che il sapor vadi a penetrar nel centro
.

E per il dolce c’è solo l’imbarazzo della scelta, l’amletiano dilemma se tuffarsi prima in un babà al rum o assaltare direttamente le zeppole con la crema e la marmellata di amarene, se assaggiare prima la sfogliatella riccia o addentare sua sorella, la frolla, ma, davvero dulcis in fundo, a Pasqua sulla tavola sicuramente non può mancare la pastiera, dolce prettamente napoletano, biondo, cremoso, profumato di vainiglia e cannella, a base di grano ammollato cotto nel latte, ricotta, uova, farina, zucchero, canditi e acqua di fiori d’arancio. E sulle origini della pastiera ritorna la sirena. Leggenda vuole, infatti, che sia stata proprio la sirena Partenope a creare questo dolce, impastando, alla presenza degli dei, gli ingredienti che aveva ricevuto in dono da sette fanciulle inviate dagli abitanti di Neapolis per ringraziarla dei melodiosi canti con i quali allietava il luogo, emergendo dalle acque ogni primavera: la farina e il grano (i frutti più significativi della terra), le uova (simbolo della vita che si rinnova), la ricotta (omaggio dei pastori), l’acqua di fiori d’arancio, le spezie e lo zucchero simbolo dei profumi e delle dolcezze della primavera.

 

Bibliografia essenziale

Gleijeses V., “Feste, farina e forca”, SEI Napoli 1977.
Gleijeses V., “La storia di Napoli”, S.E.N. Napoli 1974.

Consiglio A. curatore, Antologia dei poeti napoletani, Mondadori editore, Milano1973.

De Sangro O., Raimondo De Sangro e la cappella Sansevero, Bulzoni Roma 1991.

CalvesiI M., Arte e alchimia, inserto redazionale allegato al n.4 luglio/agosto 1986 di Art e dossier, Giunti, Firenze 1985.

Giorgi R., "Santi", I parte, Electa Gruppo Editoriale l’Espresso, Roma 2004.

Serao M., Leggende napoletane, Newton & Compton, Roma 1995.

Cortese G. C., Viaggio in Parnaso, Viaggio di Parnaso, curatore Malato E.,Napoli,Fiorentino, 1963.

Santucci F., Suggestioni e meraviglie, Kimerik, Patti 2009.

 

 

 

 

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