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dal libro di Francesca Santucci
Napoli di ieri

edizioni A.L.I.
Penna d'Autore, 2005
139
pagine-
Prezzo: 10,00 euro
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Natale a
Napoli
Mò vene Natale e nùn tengo denare
‘o meglio
pizzo è ‘o fuculare.
Mò vene
Natale ‘e renza ‘e renza,
‘o putecaro
me fà ‘a credenza,
‘o canteniere
me dà ‘o vino
facimme
Natale n’grazia ‘e Ddio.
Mò vene
Natale e nùn tengo denare
me fum ‘na
pippa e me vaco a cuccà.
A mezzanotte
sparano ‘e botte
me metto o'
cappotto
e me vaco a
vede’.1
Un
tempo erano i pastori che arrivavano dal Sannio, dall’Irpinia
o dall'Abruzzo per la novena dell’Immacolata, con le ciocie ai
piedi ed i mantelli di pelle di capra, generalmente in due,
uno che suonava la zampogna e l’altro la ciaramella, ad
annunciare il Natale a Napoli.
Nelle case era già pronto il presepe e gli zampognari, in
cambio di qualche soldo, entravano ed affascinavano con la
loro melodia sia gli adulti che i bambini, terminando la
novena con la frase “Sia lodato Gesù Cristo”, a cui si
rispondeva in coro: “Sempre sia lodato!”
Nelle strade c’erano le bancarelle con le statuine per il
presepe, il muschio, il pungitopo, i fili colorati, le luci
multicolori, la neve artificiale, ma anche quelle che
vendevano fuochi d’artificio, giocattoli e dolciumi, mentre
sempre ci s’imbatteva in qualche Babbo Natale che proponeva
una fotografia con i bambini, sotto lo sguardo benevolo della
venditrice di caldarroste con le mani inguainate in pesanti
mezzi guantoni di lana, che lasciavano scoperte parte delle
dita violacee per il freddo, e lo scialle doppio adagiato sul
cappotto rattoppato.
I mercatini rionali, con i banchi addobbati di festoni e
luminarie, si riempivano di prelibate leccornie natalizie,
come i salumi, i sottaceti, i fichi secchi, le mandorle, i
panettoni ed i dolci tipici locali.
I venditori di pesce, nel chiasso delle voci, lanciavano il
grido di vendita, Pesce, ‘o pesce frisco sta ccà!,
la cosiddetta “chiamata”, per invogliare all’acquisto dei
frutti di mare e dei pesci misti disposti come quadri di
secentesche nature morte, mentre nelle tipiche vasche azzurre
illuminate a giorno, o nelle tinozze piene di acqua corrente,
nuotavano e si contorcevano le anguille e i capitoni,che
talvolta seminavano il panico riuscendo a fuggire e
rifugiandosi contro la ruota di una macchina in sosta o in un
angolo di marciapiede, prima di essere riacciuffati e trovare
ingloriosa fine nella padella d’olio bollente.
E così, tra i regali e le spese alimentari, non senza aver
fatto rifornimento in notevole anticipo di tricchi tracchi,
bengala, girandole e razzi vari, si approdava al Natale, con
l’immancabile letterina sotto al piatto e l’inevitabile poesia
cantilenata dal bambino di turno, in compagnia dei nonni e
dei parenti, in allegria e sincera disposizione d’animo alla
bontà, tra il poetico presepe animato dalla Sacra natività,
dagli angeli e dai vari personaggi, fornito di cascatelle di
vera acqua, dovuti agli ingegnosi effetti speciali del nonno
(la pompetta seminascosta tra il muschio) e l’albero dai fili
d‘oro, d’argento e multicolori, le catenelle incrociate e le
luci occhieggianti tra i rami.
Infine si faceva onore alla tavola con il ricco e vario menù
natalizio napoletano, con piatti antichissimi e semplici come
la minestra maritata2, il brodo di gallina, i
vermicelli con le vongole o con le cozze, la pizza con le
scarole, l'insalata di rinforzo con i sottaceti e le olive
bianche e nere, i broccoli al limone, il baccalà fritto, i
raffinati dolci di pasta di mandorle, rococò, raffioli,
susamielli, nasprati, mostaccioli, e i deliziosi struffoli
imbevuti di miele con confetti allegramente colorati.
Immancabile e fondamentale era la presenza del capitone.
Avete presente quella specie di grossa anguilla femmina, che
può raggiungere un metro e mezzo di lunghezza e sei chili di
peso, simile ad un serpente come il pitone, lunga, nera,
strisciante, dalle movenze sinuose come quelle di un’odalisca,
ondeggiante nelle vasche azzurre, suggestivamente illuminate
di notte, in vendita nei mercatini?Ebbene, a Napoli era un
vero e proprio rito, da ripetere puntualmente ogni anno perché
nelle case se ne doveva sentire l’odore…altrimenti non
sembrava Natale.
Nei giorni precedenti la festa praticamente la città
pullulava, nei mercatini rionali e nelle botteghe,di questo
pesce- serpente, che si arrotola, guizza, sguscia e si
contorce, che doveva giungere ancora vivo nelle mani delle
casalinghe che lo pulivano bene, lo tagliavano a pezzi, lo
infarinavano ed infine gli davano la morte friggendolo
nell’olio d’oliva bollente, dove quello, poverino, continuava
ancora a dibattersi in un ultimo slancio vitale.
Il capitone era talmente importante che un anno Carmine,
impossibilitato a tornare a Napoli da Bergamo, dove si era
trasferito (ahimè, emigrante!), fu costretto a consumarlo
d’estate, il 28 agosto, in piena calura estiva, perché suo
padre, pur di celebrare il rito col figlio, non aveva esitato
a congelare mesi addietro il capitone, scelto personalmente
con molta cura tra migliaia e migliaia.
A Carmine, arrivato col caldo canicolare, dopo gli abbracci, i
baci, le lacrime e la commozione, con un guizzo furbesco negli
occhi il padre assestò una pacca sulla spalla e, tra mistero
e complicità, annunciò:
- Carminiè, tengo ‘na sorpresa!-
E così, dalla cucina della popolare via Arenaccia di Napoli,
in piena estate, si sentì sprigionarel’inconfondibile effluvio
del capitone fritto, che si diffuse per tutta la casa, s’
insinuò attraverso le
fessure e gli interstizi ed invase tutto il palazzo,
probabilmente l’intera città, e, volendo esagerare, attraversò
la penisola fino ad arrivare addirittura a Bergamo. Trionfante
suo padre lo portò a tavola e quando, pur se riluttante, sotto
lo sguardo commosso del padre, Carmine stava per addentarlo,
lui lo bloccò, gli strappò la forchetta col boccone e, con la
solennità di un sacerdote al momento della conversione del corpo
eucaristico, la sollevò in alto e sentenziò:
- Aspetta, assaggio prima io!-
Miracolosamente la lunga congelazione non aveva intaccato la
bontà del prodotto ittico, e allora ordinò:
- E’ buono. Mangia! Mangiamo! -ma, mentre si accingevano a
consumare il rito, arrivò l’inopportuna bussata di porta
dell’immancabile vicino impiccione che chiese:
-Nhe, ma che è Natale? Io sento addore d’ ‘o capitone!-
A Carmine, già riluttante, per poco il capitone non andò di
traverso ma, da bravo figlio, abbozzò un mezzo sorriso
al padre e al vicino e poi, d’un colpo solo, per amore del
padre, e per quiete familiare, eroicamente lo mandò giù senza
battere ciglio.
***
E dopo il cenone si giocava a tombola: nonni, genitori,
nipoti, zii, cugini, fratelli, sorelle, amici e conoscenti,
tutti riuniti intorno al grande tavolo, prontamente sgomberato
dalle mani femminili, precedentemente imbandito di ogni ben di
Dio, dove, in commistione di sacro e profano, accanto al
presepe splendente, preparato con tanta cura per celebrare la
nascita del Bambino, tra un Quant’è bello ‘o bambeniello
, e un Sento addore d’o capitone, era stato consumato
il rito dell’abbuffata.
Accompagnato da risa e sorrisi, da grida e gridolini,
battimani dei più piccini ed euforia degli adulti
un poco su di giri per
l’effetto dell’asprino fresco e del limoncello gelato,
nell’allegria generale si prendeva posto, si stendeva il
cartellone, si preparavano le cartelle, si faceva la conta dei
soldi, sidisponevano i mucchietti di bottoni, fagioli e ceci
secchi, pezzetti di coccio e di ceramica dei piatti rotti
durante l’anno, adibiti all’uso di segna numeri, e, agitando
magicamente ‘o panariello, si cominciava a dare i
numeri.
Ed allora, con il cartellone ben spianato sulla tavola, la
personalità più autorevole della famiglia accompagnava
l’estrazione con battute e “smorfia”, cioè l’interpretazione
del sogno e sua espressione numerica; tra risate e commenti,
estraeva il numero dal sacchetto e guidava all’ambo, al terno,
alla quaterna, alla cinquina e all’agognata tombola.
Venivano estratti 22 ‘o pazzo, 30 ‘e palle d’ ‘o
tenente (immancabili a questo punto le finte proteste
scandalizzate delle mamme più ammodo che esclamavano: Ce
stanno ‘e creature annanze!), 77 ‘o carcerato…no
‘e corne, 85 l’aneme ‘o Priatorio, 25 Natale,
47 ‘o muorto e 48 ‘o muorto che parla, per cercare
di realizzare, passando per la trafila dell’ambo, del terno,
della quaterna e della cinquina, la sospirata tombola che
avrebbe coperto tutti i numeri delle cartelle ed avrebbe
fruttato un modesto gruzzoletto ed una piccola soddisfazione.
Legata da sempre alla scienza della smorfia, la tombolata
collettiva natalizia diventava pure l’occasione per
abbandonarsi a confidenze e raccontare un sogno particolare;
uno diceva:
-Stanotte ho sognato un gatto.-
E qualcuno rispondeva:
-Domani giocatevi il 3, se miagola 72 e se è nero 17, ma se
gioca con il topo vi dovete giocare il 31 e se, invece, gioca
con la gatta allora è 44. E poi
c’era l’immancabile litigio, bonario s’intende, per la
quaterna mancata per un soffio oppure perché, durante
l’estrazione, le voci dei commensali avevano coperto
l’annuncio, e infine, quando la cosa sembrava un pochino
degenerare, vuoi per gli alcolici che cominciavano a produrre
l’effetto, vuoi per la stanchezza e per il sonno incipiente,
ecco che arrivava qualche donna col caffè ed esortava gli
animi a calmarsi e a prepararsi per la Santa Messa. Immancabile, a questo punto, l’uscita
dell’intellettuale del gruppo, magari lo zio che era arrivato
a finire il liceo, che, facendo sfoggio di cultura dotta e di
cultura popolare, concludendo declamava:
Roma se santa sei, perché crudel sei tanta, se dici che sei
santa, certo bugiarda sei... Jamme bello, appena apre il
bancolotto fatevi ‘sta giocata: 66,70,16,60 e 6. Sono numeri
sicuri!"
La tombola finiva e, riconfortati nello stomaco, corroborati
dall’ottimo vino, rallegrati dalla buona compagnia e
rincuorati nello spirito, perché quella era stato proprio una
bella serata, nell’abbraccio collettivo del calore dei parenti
e degli amici, finalmente i festeggiamenti familiari cedevano
il posto a quelli religiosi e s’andava in chiesa tutti in
pace.
E così, tra i sorrisi e gli echi provenienti dalle strade
degli spari dei fuochi d’artificio, di chi già faceva le prove
per i festeggiamenti del Capodanno, si arrivava alla
mezzanotte, il magico momento religioso in cui il Bambino
veniva collocato nella mangiatoia del presepe e nelle chiese
si celebrava la Santa Messa notturna.
Negli occhi stupiti e un po’ assonnati dei bambini, ma anche
degli adulti, allora avreste potuto davvero leggervi
l’armonia: era Napoli di ieri!
Francesca Santucci
1) ignoro la provenienza di questa canzoncina popolare che si
usava cantare ai bambini nel periodo natalizio; unica mia
fonte certa è il mio nonno materno, dal quale la appresi.
2) “menesta mmaretata” o “pignato maritato o grasso ”,
minestra antichissima a base di cavoli, prosciutto e lardo,
lodata da Giulio Cesare Cortese nel suo “Viaggio in Parnaso”
(Io faccio chello ch’aie tu ‘ncore perché le cose cchiù
secrete io spio, saccio ca tu si morto, ed allascato pe no
bello pignato mmaretato) e da Giovan Battista del Tufo
(O che pignato raro, così sempre da noi tenuto caro), ma
anche dal Del Tufo e dallo Sgruttendio. (Il
racconto dei racconti,
G. Basile).
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