Francesca Santucci

 

NATALE DELLA MIA INFANZIA

 

(dall'antologia AA.VV., “ Accadde a Natale”,   Opera indomita 2020)

 

 


 

 

Un tempo erano gli zampognari, pastori che calavano giù dai monti, del Sannio, dell’Irpinia o dell’Abruzzo per la novena dell’Immacolata, per guadagnare un po’ di denaro per il sostentamento delle loro famiglie, ad annunciare il Natale a Napoli.Erano in due, sulle spalle portavano mantelli di pelle di capra, ai piedi calzavano ciocie, uno suonava la zampogna, l’altro la ciaramella.
Nelle case era già pronto il presepe e gli zampognari, in cambio di qualche soldo, andavano di casa in casa a fare la novena, affascinando e commuovendo con le loro melodie.
Entravano salutando “Sia lodato Gesù Cristo”, poi, solenni, si fermavano presso il presepe: uno gonfiava l’otre della zampogna, l’altro con la bocca addomesticava il becco della ciaramella, finché, di colpo, sgorgavano le dolci melodie, terminando la novena con la frase “Sia lodato Gesù Cristo”, cui si rispondeva in coro: “Sempre sia lodato!”
Allora le strade pullulavano di bancarelle con le statuine per il presepe, i fili colorati, le luci multicolori, ma anche di quelle che vendevano fuochi d’artificio, giocattoli e dolciumi, mentre sempre ci s’imbatteva in qualche Babbo Natale che proponeva una fotografia con i bambini, sotto lo sguardo benevolo della venditrice di caldarroste, con lo scialle doppio adagiato sul cappotto rattoppato, le mani inguainate in pesanti mezzi guantoni di lana che lasciavano scoperte parte delle dita violacee per il freddo.
I mercatini rionali, con i banchi addobbati di luminarie, si riempivano di prelibate leccornie natalizie. I venditori di pesce, nel chiasso delle voci, lanciavano il grido di vendita, Pesce,’o pesce frisco sta ccà!, la cosiddetta “chiamata”, per invogliare all’acquisto dei frutti di mare e dei pesci disposti come quadri di secentesche nature morte, mentre nelle tipiche vasche azzurre illuminate a giorno si contorcevano le anguille e i capitoni che, talvolta, seminavano il panico riuscendo a fuggire e rifugiandosi contro la ruota di una macchina in sosta o in un angolo di marciapiede, prima di essere riacciuffati e trovare ingloriosa fine nella padella d’olio bollente.
Non senza aver fatto rifornimento in notevole anticipo anche di tricchi tracchi, bengala e botte varie, si approdava al Natale, con l’immancabile letterina sotto al piatto e l’inevitabile poesia cantilenata dal bambino di turno, in compagnia di amici e parenti, in allegria e sincera disposizione d’animo alla bontà, tra il poetico presepe animato dalla Sacra natività, dagli angeli e dai vari personaggi, fornito di cascatelle di vera acqua, dovute agli ingegnosi effetti speciali del nonno (la pompetta seminascosta tra il muschio) e l’albero dai fili d‘oro, d’argento e multicolori, le catenelle incrociate e le luci occhieggianti tra i rami.
Infine si faceva onore alla tavola con il ricco e vario menù natalizio napoletano. Immancabile e fondamentale era la presenza del capitone.
Avete presente quella specie di grossa anguilla femmina, che può raggiungere un metro e mezzo di lunghezza e sei chili di peso, lunga, nera, strisciante, dalle movenze sinuose come quelle di un’odalisca, ondeggiante nelle vasche azzurre, suggestivamente illuminate di notte, in vendita nei mercatini? Ebbene, a Napoli era un vero e proprio rito, da ripetere puntualmente ogni anno perché nelle case se ne doveva sentire l’odore…altrimenti non sembrava Natale. Nei giorni precedenti la festa praticamente la città pullulava, nei mercatini rionali e nelle botteghe,di questo pesce- serpente che si arrotola, guizza, sguscia e si contorce, che doveva giungere ancora vivo nelle mani delle casalinghe, che lo tagliavano a pezzi, lo infarinavano ed infine gli davano la morte friggendolo nell’olio d’oliva bollente, dove quello, poverino, continuava ancora a dibattersi in un ultimo slancio vitale.
E dopo il cenone si giocava a tombola. Accompagnato da risa e sorrisi, da grida e gridolini, battimani dei più piccini ed euforia degli adulti, nell’allegria generale si prendeva posto, si stendeva il cartellone, si preparavano le cartelle, si faceva la conta dei soldi, si disponevano i mucchietti di bottoni, fagioli e ceci secchi, pezzetti di coccio e di ceramica dei piatti rotti durante l’anno, adibiti all’uso di segna numeri, e, agitando magicamente ‘o panariello, si cominciava a dare i numeri.Venivano estratti 22 ‘o pazzo, 77 ‘o carcerato, 85 l’aneme ‘o Priatorio, 25 Natale, 47 ‘o muorto e 48 ‘o muorto che parla, per cercare di realizzare, passando per la trafila dell’ambo, del terno, della quaterna e della cinquina, la sospirata tombola che avrebbe fruttato un modesto gruzzoletto e una piccola soddisfazione.
Infine i festeggiamenti familiari cedevano il posto a quelli religiosi e s’andava in chiesa tutti in pace, per assistere al magico momento in cui, sotto gli occhi stupiti e un po’ assonnati dei bambini, ma anche degli adulti, il Bambino sarebbe stato collocato nella mangiatoia del presepe.
Meravigliosi ricordi del Natale della mia infanzia! 

 

 

 

 

 

 

 

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