Francesca Santucci

 

Passione

 (dall'antologia collettiva "Obsession 3", Poetikanten Edizioni 2015)

 

 

Gustave Klimt, Love (1895).
 
 

Oh! Quali dannati istanti non vive colui che pur adora e insieme dubita,

e sospetta, e nondimeno ama con tutta la forza del cuore.

(W. Shakespeare, “Otello”, Atto III)

 

Se penso al mio passato e lo confronto col presente mi sembra tutto un sogno, o peggio, un incubo. Sì, lo amavo, ma non sopportavo la sua gelosia, autentico tormento, talmente assillante e opprimente da farmi sentire sul punto di soffocare. Lui non era il mio innamorato, era il mio carnefice. Quando era calmo cercavo di affrontare pacatamente il discorso, con dolcezza lo rimproveravo per i suoi eccessi, ingiustificati, mai che io gli dessi motivo di scatenare la sua furia, era lui a vedere ombre ovunque, sospettoso anche quando eravamo soli in casa: allora trascorreva il suo tempo dal letto alla sedia al divano sempre a torturare me e, se era fuori, insopportabile mi era il trillo del telefono che squillava ad ogni ora, mai alla stessa, per controllarmi anche da lontano.
Mi ascoltava a capo chino, mortificato, poi accarezzava piano i miei lunghi capelli più e più volte, mentre mi diceva che non poteva impedirsi di essere geloso, che io era soltanto sua, la sua ragione di vita, che ero la sua bella bambina, anzi no, la sua donna, e sempre concludeva avvilito:
-“Non posso farci niente, ti amo con tutto il mio cuore: sei la mia passione!”-
Ed era vero, ero la sua passione/ossessione, e lui era la mia.
Tutti mi mettevano in guardia, tutti mi dicevano di lasciarlo andare, che era un egoista, un pazzo, che quella storia fra noi sarebbe finita male, che il suo sentimento era malato, che l’amore è gentile, non prepotente, comprensivo, non illogico, e che se ora la sua violenza era solo verbale di certo un giorno sarebbe divenuta anche fisica.
Ascoltavo quegli avvertimenti con la stessa espressione afflitta che aveva il mio carnefice quando lo rimproveravo, poi scrollavo le spalle in segno d’indifferenza, e replicavo:
-“Non posso lasciarlo. Lo so che lui è il mio inferno, ma è anche il mio paradiso!”-
Qualche volta, quando proprio più non reggevo, facevo dei timidi tentativi di lasciarlo, mi allontanavo, ma sempre tornavo da lui che mi accoglieva con un sorriso ironico, sfrontato, come a dire:
-“Non c’era bisogno che venissi a cercarti, sapevo che saresti ritornata spontaneamente”.-
E aveva ragione, infatti sempre da lui tornavo. E se non ero io a tornare subito, era lui che veniva a riprendermi, aspettandomi per strada, fissandomi da lontano, ma, presenza incalzante, braccandomi come un lupo la preda, finché non crollavo.
Certo nessuno si sarebbe mai aspettato un epilogo tanto insano per quella storia maledetta, ma accadde, e ancora oggi io stessa ne stupisco.
Non so, davvero non ricordo quando fu che, falliti i tentativi di allontanarmi, cominciò ad insinuarsi in me il pensiero ossessivo di liberarmi di lui definitivamente togliendogli la vita, solo ricordo bene che nella mia mente passavano e ripassavano come fulmini in un cielo in tempesta immagini di morte.
La prima volta che mi trapassò il lugubre pensiero eravamo al mare. Era d’aprile, un aprile insolitamente caldo, tutti andavano al mare, le spiagge erano affollate come d’agosto, ma su quell’angolo di spiaggia solitario, dove mi aveva condotto perché nessuno potesse guardarmi, c’eravamo solo noi due. Lui mi era accanto, disteso sull’asciugamano, gli occhi socchiusi, la sigaretta spenta di traverso fra le labbra, l’espressione più che serena, appagata, io seduta sulla sdraio stringevo le mani contro il ventre e mi sporgevo col volto a guardare l’infinità del mare e del cielo nel quale, come i miei pensieri, stridendo rauchi volteggiavano i gabbiani. Pensai che avrei voluto che in quel preciso istante di sua serenità in accordo Eolo, il dio dei venti, e Poseidone, il dio del mare, sollevassero ad altezze vertiginose i flutti che, agitati dalla tempesta, portassero molto in alto e poi scaraventassero giù negli abissi il preciso rettangolo di spiaggia entro il quale lui giaceva facendolo morire annegato. Rabbrividii subito a quei pensieri malsani che la mia mente aveva concepito, e di scatto abbandonai la sdraio; tremante, andai a rannicchiarmi contro il suo corpo, subito afferrata dal suo braccio possessivo.
E pure un’altra volta pensai a Poseidone, non solo dio del mare, ma anche dei terremoti, desiderando che scatenasse un cataclisma ancora più violento del maremoto del delirio precedente, capace di staccare dal suo alveo la zolla di terra entro la quale lui poggiava i suoi piedi, con una violenza così potente da spingerla alla deriva facendola approdare in un luogo irraggiungibile agli umani, che mai, però, avrebbe visto, perché sarebbe morto prima, disseccato di sete e torturato dalla fame. La suggestione fu talmente potente che davvero mi parve accadesse, ma poi, strappatami da quella visione, raccapricciai di me stessa.
E un’altra volta ancora, suggestionata dall’arte che tanto amavo, interesse che lui non condivideva per niente, come una folgorazione davanti ai miei occhi si materializzò il quadro di Artemisia Gentileschi, “Giuditta che decapita Oloferne”, tema che la pittrice, come in una sorta di vendetta contro la prepotenza maschile, avendo subito uno stupro a diciannove anni, più e più volte aveva proposto con cruda intensità, rappresentando l’eroina biblica che, abbigliata a festa, aiutata da una serva, con un colpo di scimitarra taglia la testa del tiranno. Ecco, se avessi avuto anch’io una fantesca mia complice, insieme avremmo potuto portare a termine l’esecuzione. Lei lo avrebbe tenuto ben fermo, ed io gli avrei assestato il fendente mortale …
Ad ogni sua esplosione di gelosia, che mai sfociava in aggressione fisica, ma, subdola, ugualmente mi feriva, si susseguivano le mie fantasie, tanto che sognavo la vendetta sia di notte, in incubi dai quali sempre mi ridestavo inorridita dall’inaudita violenza che la mia mente riuscivo a partorire, sia di giorno, in allucinazioni ad occhi aperti così precise da sembrare reali.
I mesi trascorsero, aprile cedette il passo a maggio, maggio a giugno, giugno a luglio, poi venne agosto, e intenso risuonò l’ultimo canto delle cicale: l’estate, ormai, era prossima a morire.
Quel giorno, dopo l’ennesima scenata immotivata (ché quasi sempre tale è la gelosia, infondata nei sospetti, pronta a vedere ovunque mostri, a scatenarsi per un’inezia, come una belva ferita a morte che agisce d’un ultimo sussulto) scattò in me qualcosa che non saprei definire, rabbia, moto d’orgoglio, desiderio di reagire all’ingiustizia, un impulso improvviso che sentii provenirmi dal più profondo di me stessa, non dal cervello o dal cuore, ma, come in un parto, dalle viscere: decisi di spezzare la catena dell’amore malsano che mi legava a lui come una schiava al suo padrone, e la mia mano si armò da sola.
Presi un ferro da stiro e più e più e più volte lo colpii, alle braccia, alle gambe, come pervasa da una cieca furia, e quando lo vidi barcollare e indietreggiare …la mia penna quasi si schianta sul foglio raccontando cos’altro accadde … afferrai un grosso coltello da cucina …
Ora bene non ricordo quante volte affondai il coltello nel suo petto, è come se fosse calato un buio su quei feroci istanti, solo ricordo l’espressione incredula stampata sul suo volto e il ceruleo nei suoi occhi impallidire come un cielo d’autunno in un giorno di foschia, divenire sempre più scialbo, sempre più scialbo, finché non vi brillò più alcuna luce, ma ancora sembrava che mi fissassero, anche dopo morto … e non volevo, non volevo che mi guardasse ancora…allora continuai a colpire, a colpire, finché, proprio come un ferro da stiro che, esaurito il vapore, si ferma, di colpo smisi.
Non ricordo quanto tempo restai immobile, in silenzio, a fissare il coltello che stringevo fra le mani insanguinate, poi sentii un lungo urlo che ancora mi risuona nella mente se ci penso: era il mio, rimbombò fin nella strada.
Dopo è ovvio ciò che accadde, e potete ben immaginarlo voi che mi leggete, sfondarono la porta, mi trovarono con il coltello ancora fra le mani, ci furono l’arresto, la perizia psichiatrica e il processo, in cui tutti i testimoni convocati, proprio gli stessi che un tempo avevano cercato di mettermi in guardia contro la sua gelosia, dichiararono che sì, lui era geloso, ma mi amava tanto e non mi aveva mai torto nemmeno un solo capello, piuttosto, ero io ad essere un poco strana, sempre persa nei miei pensieri … come assente …
Infine ci fu la sentenza; dichiarata colpevole per il mio deliberato atto di violenza, giudicata capace di reiterare il reato, fui condannata a scontare nel manicomio criminale la pena, solo blandamente alleggerita dalla dichiarazione dei periti che mi avevano considerata momentaneamente “incapace d’intendere e di volere” al momento del raptus omicida.
Ora che sono qui, costretta in isolamento, sorvegliata dalle infermiere guardinghe, caute, ma anche crudeli (quando mi chiamano “la figlia del demonio”), nei momenti di lucidità a contemplare in silenzio il cielo dalla mia stanza, mentre fuori in libertà gli uccelli intrecciano i loro cinguettii, stranamente non mi sento prigioniera, ma libera. Prigioniera lo era prima, lo ero allora, quando mi soffocava il suo sentimento, quando mi sopraffaceva la sua maschile prepotenza, quando mi affannavo lacerandomi fra gli opposti sentimenti, fra l’amore e l’odio. E non soffro, no, dove sono ora non soffro, o meglio, non mi angustia la detenzione, non mi opprime l’angustia di questa cella, né mi abbattono i farmaci che quotidianamente mi somministrano, non mi tormenta il senso di colpa e non sono pentita, di nuovo tutto rifarei, perché davvero non respiravo più e volevo tornare a respirare, ciò che mi addolora, però, e non sentire più la sua mano virile che accarezza i miei capelli, non sentire più la forza del suo amore, non udire più la sua voce che mi dice:
-“Sei la mia passione!"-

 

 

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