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prefazione al libro di poesie in dialetto napoletano di
Vittorio Aprea
Penziere mieje
Kimerik, giugno 2005

Una soffusa, ma evidente,
malinconia avvolge l’intera raccolta poetica, “Penziere mieje”, di
Vittorio Aprea, autenticamente ispirata dall’amore per Napoli (la città
natale) e dalla nostalgia di persone, luoghi, momenti, situazioni che non
sono più, ma pure vive sono nella sua mente e, soprattutto, nel suo cuore;
eppure, nonostante rivolga spesso, in scoramento e rimpianto, lo sguardo
al passato, agli affetti perduti, al tempo trascorso, ai riti scomparsi (So’
tiempe luntane…Songh’ore sunate!/ So’ juorne passate…So’ ammore lassate!)1
la sua vena poetica si arricchisce di una sottile ironia, peculiarità del
popolo partenopeo, al quale orgogliosamente rivendica l’appartenenza, che
ha sempre così condito le miserie del passato, e continua a farlo nel
presente.
Ed infatti la lettura di questi versi non può prescindere dalla sua
napoletanità; servendosi del registro linguistico a lui più congeniale,
il vernacolo (e come mai potrebbero esprimersi al meglio i sentimenti, se
non attraverso il dialetto, la lingua madre per eccellenza, quella che è,
insieme al latte della genitrice, il primo dolce umano nutrimento?),
accorda sapientemente, come in una dolce sinfonia, le due anime che, in
magica alchimia, atavicamente convivono nei partenopei: quella drammatica,
che indulge al tragico, e quella scanzonata, prontamente disposta a
sorridere anche dell’evento più disastroso, arrivando al punto di
prefigurare e canzonare pure se stesso da morto (Quanno mor’io, me pare
già ‘e vede’/chello ca ‘sta famiglia me cumbina:/tutti pronti già dint’ ‘a
cucina/ca s’appriparano ‘e meglie cunzumè…E io stongo stiso, ‘int’a ‘na
stanza, solo,/’mmiez’a quatto cannele cunzumate…2
Pur concedendo molto spazio al sentimento tragico, laddove indugia, in
particolare felicità espressiva, sui grandi temi meditativi, come gli
inevitabili lutti (Sulo!M’avoto attorno e nun veco a nisciuno, “Solo!3),
la solitudine (A tristezza ‘e ll’autunno è turnata4) il
senso del Tempo (Mò ‘stu rilorgio va annanze lentamente,/ arranca a
stiente/ e pe’ fermarse è buono ogne mumento!, 5 ) riesce,
tuttavia, ad abbandonarsi alla leggerezza, strappando ai lettori non pochi
sorrisi divertiti (Famme nu zabaglione ‘e spiccio ‘e spiccio,/
cucinarne ‘na custata e nu saciccio!.../ Tu si’ cuntenta, pecche ‘o ssaje,
stasera,/ s’appripara ‘a nuttata ca tu spiere!)6.
Gli affetti familiari, la donna (la madre, la sorella, la moglie, la
figlia), l’amore filiale e l’amore carnale, il Tempo, la morte che tutto
ghermisce e sottrae, Napoli, con i suoi colori, i profumi, gli odori, la
Poesia, tanto spesso invocata, balsamo così consolatore dei suoi personali
affanni da riuscire a tramutare il fiele in miele, ogni amarezza in
dolcezza (‘o fféle se fa méle, l’amaro se fa doce)7:
sono questi i temi meditativi centrali entro cui spazia la riflessione
poetica di Vittorio Aprea che, autorevolmente, s’inserisce nel solco dei
grandi della letteratura napoletana, dei quali ben ha appreso la lezione.
E’ il racconto di una vita che, in ricchezza di sentimenti, immagini e
musicalità (prepotente,in lui, infatti, l’urgenza di esprimersi anche
nella canzone, appartenendo da sempre ai napoletani questa forma
espressiva) si dispiega fra poesia, poesia-racconto e soluzione musicale,
narrando se stesso, fra ansie e desideri, illusioni e sogni infranti,
distacchi e speranze che ritornano, attraverso l’universo napoletano, che
è poi sempre un modo per parlare di sé.
E’, infatti, Napoli (l’ammaliante città sulla quale così si espresse
Goethe: "Da quanto si dica, si narri, o si dipinga, Napoli supera tutto:
la riva, la baia, il golfo, il Vesuvio, la città, le vicine campagne, i
castelli, le passeggiate…Io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli
fa perdere i sensi!") il vero cuore della raccolta, esplorata
dall’interno, con autentica partecipazione, ispirandosi ai personaggi,
alle situazioni, ai mestieri, ai luoghi (storici, come “Portacapuana “, “Vommero”,
“Salita SS. Apostoli”), alle voci, persino al grido, voce antica e triste,
del rigattiere, ‘o sapunariello (Sapunaro…rrobba vecchia)8,
del “piccolo mondo antico” basato su saldi valori, come la famiglia (la
madre, il padre, i fratelli, la sorella, il nonno, la moglie, i figli, gli
amici), la fede, sui modi del sentire, sulle tradizioni e sui riti, Natale
(cu’ ‘a famiglia aunita attorno attorno, e santo overo era chillu
juorno)9, Pasqua (Dummeneca d’ ‘e Palme, core ‘nfesta,
prufumo ‘e rose 10), alle varie forme d’essere della città
d’un tempo, che ancora oggi è possibile ritrovare, probabilmente
nell’interezza solo in taluni suoi quartieri caratteristici.
Leggere questi componimenti è come assistere ad una sacra rappresentazione
della vita, scandita dalle varie sue stagioni, dove ci sono il sogno e l’
illusione, l’amarezza e il dolore, il rimpianto e la nostalgia, ma pure il
sorriso ed il riso, laddove prevale la simpatica vena irriverente del
poeta.
Ben presente nella raccolta, che esordisce, all’insegna del rimpianto, con
il malinconico componimento “Nostalgia” (…Chiagno Napule perduta,”
piango Napoli perduta”), e chiude, in proiezione verso il futuro e
senso di continuità (pecché ‘a rota addà gira’….”perché la ruota deve
girare”), con “A mamma Licia” (dedicato alla figlia in dolce attesa),
l’antinomia fra passato e presente, a vantaggio del passato, laddove il
poeta guarda all’universo napoletano del (suo) passato come luogo di
affetti, sentimenti, tradizioni, riti autentici irrimediabilmente perduti
(Vurrìa turna’ all’epoca felice11).
Nostalgici sfilano i luoghi cari all’autore, entro cui s’incastonano le
sue creature, non astratte, ma, in trasfigurazione poetica del dato
reale, ritratte, come in un bel quadro affollato del Migliaro, con
coloritura veristica, dunque ben legati alla napoletanità: la donna che
stende i panni fuori al caratteristico basso (For’’o vascio Carulina
spanne e spreme stammatina!,” ’O vico”), e poi il calzolaio che mette
a bagno le mezze suole ( … ‘E rimpetto don Nicola mette a bagno ‘e
mmeze sole, ’O vico”), il vinaio (Mast’Errico ‘o canteniere già
surzeja a nu bicchiere…’O vico”), il nonno sprofondato in poltrona,
con la pipa fra le labbra e la papalina in testa (sprufunnato ‘int’a
‘na poltrona, cu’ ‘a pippa mmocca e ‘na scazzetta ‘ncapa, “Nononno”),
il guappo con la coppola di traverso, il sigaro fra i denti ed un abito
multicolore quadrettato (cu’ ‘a cuppulella a sgherra e cu’ ‘o sicario
piazzato mmiez’ ‘e diente, cu’ nu vestito a quadri ‘e ciento tinte,
“Torna, guappo!”).
Forte anche la varia presenza della donna, come madre (‘na ‘nnammurata
vera, tutt’ammore, “A mamma”), figura centrale nella letteratura
dialettale napoletana; come fascinatrice, che ammalia e affattura (sciore
‘nzuccarato12), principio ‘e ‘na rosa maggese…alba
rusata e curtese13), fata ( “2 dicembre 1989”),
ferza ‘e celeste dint’a nu cielo niro e senza sole… ‘a speranza ‘e ‘na
vita! 14, davanti alla quale l’uomo non può che soccombere
irretito e vivere l’ amore con passione, qui esprimendosi il poeta
attraverso un linguaggio fortemente sensuale (l’addore senzuso ‘e ‘sta
carne rusata15), ‘O ffuoco me brucia dint’ ‘e vvene…
Penzo ‘o ffuoco d’ ‘e vase ‘e chesta vocca!/ Penzo ‘o contatto tennero ‘e
‘sti mmane! /Penzo ‘e me sprufunna’ nfino a dimane/ ‘mmiez’a ‘sti ccarne
rosa… vocca a vocca!16
L’attaccamento ai valori tradizionali, di un mondo probabilmente migliore
di adesso, di un’ età felice irrimediabilmente conclusa, si riflette anche
nel vocabolario del poeta, nei termini talvolta poco conosciuti, perché
ormai in disuso, che ulteriormente sanciscono la frattura col tempo
passato, ma pure testimoniano la ricchezza lessicale del dialetto
partenopeo che può, a buon diritto, vantare la dignità di lingua,
espressione vivace di una letteratura locale che è patrimonio prezioso
dell’intera nostra letteratura.
Scrigno prezioso di emozioni e riflessioni, felice testimonianza di questa
vivacità è, appunto, la silloge di Vittorio Aprea, che appassiona e
convince, perché ovunque si sente palpitare la sua sincera ispirazione di
poeta, nel dolore e nello sconforto, nella commozione e nel sorriso, ma
pure perché, attraverso i suoi versi, rivivono lo spirito e l’atmosfera di
una Napoli tipica e verace che è scomparsa o va scomparendo, ma che, nel
cuore di chi, nel bene e nel male, sempre la ama, continua a vivere, anche
se in sospensione fra sogno e realtà.
1)
Sono tempi lontani…Sono ore suonate!/ Sono giorni trascorsi…Sono amori
finiti, “Campana”.
2)
Quando io morirò, mi sembra già di vedere /cosa combinerà questa
famiglia:/ tutti pronti già in cucina a prepararsi le pietanze migliori…ed
io sono disteso, solo in una stanza, fra quattro candele consumate, “
‘A vita”.
3)
Mi guardo intorno e non vedo nessuno. Solo!, “Sulo”.
4)
La tristezza dell’autunno è ritornata, “Foglia d’autunno”.
5)
Ora questo orologio lentamente avanza, / arranca a fatica/ e può fermarsi
in qualunque momento,” ‘O rilorgio d’ ‘a vita”.
6)
Preparami velocemente uno zabaglione/ cucinami una costata ed una
salsiccia!...Tu sei contenta, perché lo sai che stasera/ si prepara la
nottata che speri!, “Premonizione”.
7) Il
fiele diventa miele, l’amaro diventa dolce,
“Poesia”.
8)
Rigattiere…roba vecchia…, “Sapunariello”.
9)
Con la famiglia riunita intorno intorno, e santo davvero era quel giorno,
“Natale triste”.
10)
Domenica delle Palme, cuore in festa, profumo di rose, “Domenica
delle Palme”.
11)
Vorrei ritornare all’epoca felice, “Vurria”.
12)
Fiore dolce come lo zucchero, “Viaggianne”.
13)
Principio di rosa maggese…alba rosata e cortese, “Primmamatina”.
14)
Lembo d’azzurro in un cielo scuro e senza sole, “Chi si’?”.
15)
Il profumo sensuale di questa carne rosata, “Mmiez’’o ggrano”.
16)
Il fuoco m’arde nelle vene… Penso al fuoco dei baci di questa bocca!
/Penso al contatto tenero di queste mani! /Penso di sprofondare fino a
domani fra queste carni rosa…bocca a bocca!, “Desiderio”.
Francesca Santucci
(giugno, 2005)
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