Francesca Santucci

RITI E RITMI

(dall'antologia AA.VV., “Io donna...in 200 parole”, Apollo edizioni 2018)

 

 

Sin da bambina decisi che non sarei diventata un angelo del focolare come mia madre, che divideva tutto il suo tempo fra casa, marito e figli, o come mia nonna, dall’identico destino, che ritrovava un guizzo di vitalità solo quando cantava a noi nipotini l’antica filastrocca:

Cicerenella teneva nu gallo

tutta la notte nce jeva a cavallo,

essa nce jeva pò senza la sella

chisto è lo gallo de Cicerenella.

Ascoltavo attenta quella storiella e, già di accesa fantasia, trasformavo quel gallo in cavallo, in groppa al quale cavalcavo in libertà.
No, non sarei stata schiava della casa, del marito, dei figli, avrei lavorato. Il lavoro mi avrebbe donato la libertà dagli obblighi domestici: così cominciai a pensare da adolescente, scandalizzando mia madre che, ai miei discorsi, profondamente si rattristava.
Anni dopo compresi che poteva essere una schiavitù anche il lavoro all’esterno, in un ambiente non di rado caratterizzato da invidie, gelosie, rivalità, prepotenze e fatue ambizioni dei colleghi. Insoddisfatta, cominciai a desiderare la vita in casa, estranea e indifferente, ormai, a quella fuori di essa.
Rimpiansi il tempo in cui mia madre con le sue abili mani impastava il pane, preparava le conserve, il ragù domenicale e ricamava, e le premure che riservava a noi figli e a nostro padre in quello che ora mi appariva come il castello della mia infanzia, nel quale mia nonna c’intratteneva con antiche filastrocche dialettali: quanto più bella la femminile dimensione domestica guidata dal loro amore, scandita dai riti e non dai ritmi!
Nascondendo agli altri il mio mondo interiore, cominciai a vivere in due dimensioni dissociate e parallele, quella della realtà e quella della fantasia: fu allora che trovai scampo alla mia infelicità cominciando a scrivere.

 

 

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