Francesca Santucci

SUPER LUNA E SOLE NERO MENTRE ARRIVA PRIMAVERA

 (dall'antologia AA.VV.,  "Dieci", Braviautori.com 2017)

 

l'Altro - BraviAutori.it

 

 Gustave Moreau, La ballade, 1885.

Ero attratta dall’amore, ma non dagli uomini. Mi piaceva l’amore sognato, ma degli uomini non mi fidavo, sapevo che mentivano e ingannavano, ed erano violenti e crudeli, sciocchi e bugiardi, aggressivi e prepotenti, perciò li evitavo, ma in generale evitavo la compagnia dei miei simili. Incline alla solitudine, preferivo appartarmi o avventurarmi in lunghe passeggiate solitarie che, inevitabilmente, lasciati alle spalle la rocca e il borgo, mi conducevano, dopo un largo giro, sull’alta cresta rocciosa a strapiombo sul fiume che, fra orride gole e boschi di abeti, snodava il suo corso: da qui potevo perdermi a contemplare la linea del crinale dei dieci monti color lavagna in lontananza e ammirare le azzurre acque scintillanti, ora lente ora tumultuose, nelle quali ogni mio male pareva sciogliersi.
E poi, quando il tramonto perdeva i suoi rossi e suoi ori e quasi annottava (ma io non temevo le ombre) inevitabilmente i miei passi mi conducevano in un luogo seminascosto fra gli intrichi dei rovi e dei cespugli selvatici, che nei più suscitava terrore, in me serenità: il cimitero degli antichi cavalieri. Nelle tombe di pietra grigia, sotto le bianche croci, giacevano i resti di quelli che, in ere diverse, erano stati i dieci uomini più coraggiosi e fieri del paese, che si erano coperti di gloria e di onore, pronti a sfidare il mondo per difendere i loro sacri valori: la patria, la fede, l’onore. Ludwig, Richard, Zehn, Heinrich, Rotprando, Albrecht, Liuprando, Hildebrando, giacevano lì da secoli: ecco, a uno di quei cavalieri senza macchia e senza paura, creature superiori ed eroiche, a uno di loro sì, avrei potuto dare il mio amore.
Sostavo a lungo, distesa come un morto su uno di quei sarcofagi di pietra, fantasticando a occhi aperti, talvolta sognando macabre processioni delle loro larve che, per prodigio, ricoprivano i loro scheletri di pelle e li facevano tornare vivi, e ognuno m’invitava a danzare, e danzavamo fino allo stordimento, finché non ritornavano in orride sembianze….ma a me non facevano paura, perché erano, sì, ombre inconsistenti, ma di uomini di valore, non come gli uomini in carne ed ossa del mio tempo che non avevano nessuna dignità e si lasciavano sopraffare dai prepotenti di turno o, a loro volta, erano prepotenti!
Anche quel giorno mi sarei avventurata nella mia passeggiata, ma con un’emozione maggiore, perché non era un giorno come gli altri, era il 10 marzo: l’ombra e la luce si sarebbero fronteggiate in una leggendaria congiunzione astrale. Era il giorno del sole nero, secondo l’antica credenza giorno di sventura simboleggiante la rabbia degli dei. La luna, nel suo passaggio, avrebbe oscurato il sole, sulla terra sarebbe discesa una penombra come d’incipiente notte, o come un preludio d’alba, e tutti gli animali del creato sarebbero stati ingannati. Ma altri straordinari eventi quel giorno si sarebbero verificati: oltre all’eclissi, l’equinozio di primavera - in cui la notte avrebbe avuto la stessa durata del giorno- che avrebbe sancito l’ingresso della primavera, dunque l’arrivo del rinnovamento e della fertilità, della forza e del calore, e la superluna, la luna si sarebbe trovata nel cielo al perigeo, alla minima distanza dalla Terra, apparendo spettacolare nella sua grandezza.
Indossai la mia veste più bella, di velluto viola, sciolsi i miei lunghi capelli che, generalmente, portavo raccolti in due trecce, li lasciai liberi di fluire all’aria, e andai.
Compii come sempre il mio largo giro, approdai sull’alta roccia e contemplai la bellezza del cielo e della terra, dei monti e del fiume, poi tornai sui miei passi, di nuovo verso il borgo, e, prima d’inerpicarmi sul fianco della collina che, attraverso il bosco, mi avrebbe condotta al cimitero dei miei cavalieri, udii i rintocchi dell’orologio della torre: batteva le 10,00. Era ancora presto per avventurarmi nel bosco, avrei dovuto attendere il tramonto, quando il cielo sarebbe apparso rosato come i fiori di papavero quando il sole ne ha stemperato ma non del tutto smorzato i toni.
D’improvviso l’aria divenne fredda, il cielo s’incupì: la congiunzione astrale era iniziata. Sapevo che non avrei dovuto guardare in direzione del sole e affrettai il passo a capo chino, avanzando prima in un silenzio irreale, poi in un concerto di striduli suoni. Disorientate e confuse dall'improvvisa oscurità, confondendo il giorno con la notte, il tramonto con l’alba, le creature del cielo e della terra cominciarono a comportarsi in modo insolito: gli uccelli smisero di cinguettare, le api tacquero il ronzio e rientrarono negli alveari, le libellule si nascosero sotto le foglie, le formiche ritornarono al nido, le cavallette diurne fermarono i loro stridii, le galline si precipitarono nei pollai, le pecore cercarono un giaciglio per dormire, i gufi ripresero la loro attività, i galli iniziarono a cantare, le rane a gracidare forte, in una stridula cacofonia di voci diverse.
Disorientata e confusa anch’io dall'improvvisa oscurità
, raggiunsi la mia meta preferita e mi sedetti un istante sotto un salice collocato al centro delle tombe, chiusi gli occhi …e mi parve di udire da sottoterra le voci dei dieci cavalieri ripetere in coro un ossessivo ritornello: Super Luna e Sole nero mentre arriva primavera./ Super Luna e Sole nero mentre arriva primavera, / Super Luna e Sole nero mentre arriva primavera
D’un tratto sentii un tocco lieve, come un fremito di farfalla sulla mia pelle, aprii gli occhi e nella semioscurità del luogo vidi una mano che si allungava dall’alto a sfiorare la mia. Bene non distinsi nel buio il volto del giovane a cavallo, che non avevo sentito arrivare, ma chiara e gentile udii la sua voce rassicurante invitarmi a seguirlo. Mi diceva:
-“ Vieni, galoppa con me sul mio destriero, ti mostrerò luoghi meravigliosi”.
Balzai dietro di lui e veloci cominciammo a galoppare. Nella mia accesa fantasia lo immaginavo uno dei miei eroici cavalieri per chissà quale magia tornato dall’oltretomba per farmi sua sposa: era lui l’amore superiore che attendevo! Stretta contro la sua schiena ero felice, desiderai non tornare mai più indietro, lo dissi ad alta voce.
Lui mi chiese:
-“ Ne sei certa?”-
Quasi gridai:
- “Sì, non voglio mai più tornare indietro”!
Ora era notte, l’orologio del campanile di una chiesa che, in corsa, distrattamente incrociai con lo sguardo, batteva le 10,00 di sera, ma non faceva più freddo, e nel tiepido calore dell’aria, fra i suoni della natura e i versi delle creature dei boschi, al riparo sotto il cielo stellato e lo splendore della luna che brillava chiara ed enorme in cielo, cavalcavamo veloci.
Attraversammo monti, valli, pianure, costeggiammo fiumi e laghi, mi mostrò luoghi ignoti, infine, sempre in folle cavalcata, ritornammo al borgo e approdammo su un'alta cresta rocciosa che dominava le orride gole del fiume. Allora fermò il cavallo e si girò a guardarmi, così, finalmente, lo vidi bene: illuminato dal chiarore della luna, il cavaliere garbato e gentile non aveva un volto, sotto il cappello piumato il suo teschio batteva e ribatteva le mandibole, e mi fissava con le orbite vuote. Ero atterrita! Mi urlò:
“Non ti fidavi degli uomini veri, tu, volevi un uomo morto, ed io morto sono. Ed anche tu morirai”.-
Urlai di orrore mentre, allacciata a lui, spiccò il salto dall’alto della roccia….e urlai…urlai…urlai…
Mi ridestai di colpo, dieci volti preoccupati erano chini su di me. Appartenevano a dei cacciatori che, mentre erano in battuta, sentendomi gridare, erano accorsi in mio aiuto. Quando erano giunti sembrava che il mio cuore si fosse arrestato, ma poi mi avevano aiutata a rinvenire, ed ora non c’era più nessun pericolo: era stata la forte emozione dello spavento preso in sogno la causa del mio malore. Complice la penombra e il freddo dell’eclissi mi ero addormentata nel cimitero, sotto il salice, ed avevo avuto un incubo. Chiesi quanto tempo avessi dormito, mi risposero che non lo sapevano, ma che l’orologio della Torre ora batteva le 10,10. Avevo dormito solo dieci minuti, ma m’era parsa un’eternità. Come il sole anch’io ero rimasta per qualche tempo al buio, ma ora ero ritornata alla vita. Mi guardai intorno e fu come se vedessi ogni cosa per la prima volta. Tutto mi appariva in rinnovata bellezza, il tepore del sole, i colori del cielo e dei campi, i profumi dei fiori, il gorgogliare argentino del torrente, i cinguettii allegri degli uccelli, e mi parve bello anche il volto del più giovane dei miei soccorritori. Gli chiesi:
-”Come ti chiami?”-
Lui mi rispose:
-“Zehn”. - (proprio come uno dei miei cavalieri!) 1
-”E tu?”
-“Violet”. - risposi.
E lui con aria sognante:
-“Come il fiore della primavera”. -
Mi sorrise e mi tese la mano per aiutarmi a rialzarmi.
L’eclissi era svanita. Tutto era tornato luminoso, il cielo azzurro, i prati verdi, i fiori colorati…e guardando gli occhi chiari e limpidi e lo sguardo sincero del mio salvatore rimproverai a me stessa la mia accesa fantasia e il mio sdegno per la realtà. Fiduciosa, posi la mia mano nella sua, ed anche dal mio cuore svanì ogni oscura nube.

 

1) “Zehn” in tedesco significa “dieci”.

 

Racconto da atmosfere vive e intense. Una bella storia di rinascita, dove guardare in faccia la morte, anche se solo in sogno, può riportare alla vita.

Massimo Tivoli

 

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