Francesca Santucci

UN ITINERARIO DEL CUORE

(dall'antologia AA.VV., “Racconti in libertà- Lombardia”,  Historica edizioni  2016)

 

 

 

Iginio Ugo Tarchetti

(San Salvatore Monferrato 1839 - Milano 1869)

 

 

A Iginio Ugo Tarchetti

 

C’era vento e faceva freddo quel giorno d’estate, era un insolito agosto, sembrava novembre, e il cielo minacciava pioggia. Ricordo bene cosa guidò i miei passi verso il Cimitero Monumentale di Milano: insieme ad un altro motivo (di cui, poi, dirò), la curiosità di visitare un luogo di culto insolitamente ricco di storia e di arte, che custodiva famosi estinti, di Milano o che avevano dato lustro alla città, insieme al desiderio di rendere omaggio ai personaggi che avevano contribuito alla mia formazione culturale e tanto avevano nutrito il mio immaginario, scrittori, poeti, pittori, scultori, musicisti, ma anche una certa attrazione sepolcrale avuta sin da bambina, affacciando le finestre della casa della mia nonna materna, dalla quale quotidianamente mi recavo con la mia mamma, nella mia città natale (Napoli), di fronte al Cimitero acattolico di Santa Maria della Fede”, comunemente conosciuto come “Cimitero degli inglesi” o “Cimitero dei protestanti”, pure monumentale, dismesso e divenuto giardino pubblico dal 1980, traslate le sepolture al “Nuovo Cimitero Inglese” alla Doganella, adiacente alla Chiesa di Santa Maria del Pianto.
Allora mi piaceva sollevarmi sulle punte delle scarpe, sporgermi dalle finestre, allungare lo sguardo verso le lapidi e fantasticare. E nei giorni in cui il vento infuriava, eludendo le amorevoli sorveglianze, ugualmente correvo ad affacciarmi e più forte la fantasia galoppava, ed insieme alla mia immaginazione, fra le tombe e le croci di pietra vedevo gli spiriti di quei morti  stranieri danzare e danzare lievi come farfalle.
Ed anche più avanti nel tempo mi restò quell’attrazione, tanto che mai rifiutai, come invece sempre fecero i miei pavidi fratelli, di accompagnare mia madre a rendere l’estremo saluto a qualche nostro caro, congiunto/ amico/ conoscente, che, di tanto in tanto, come la foglia che si stacca dal ramo al primo soffio di bufera, improvvisamente se ne partiva lasciandoci addolorati e stupiti per l’inatteso volo nelle terre del Mistero. Perché mai avrei dovuto avere paura dei morti?
E poi al liceo m’affascinò lo studio della materia notturna e sepolcrale, amai la letteratura inglese e i suoi poeti, Edward Young e Thomas Grey, le loro malinconiche suggestioni e le meditazioni funebri sulla norma universale della morte e del disfacimento, e in Italia Pindemonte e Ugo Foscolo, il fraterno interlocutore del carme dei Sepolcri. In particolare, però, amai l’esponente più rappresentativo della scapigliatura milanese, Iginio Ugo Tarchetti, che meglio di ogni altro autore aveva saputo affrontare i temi del cimitero, della tomba, della lusinga del sepolcro, della fanciulla amata che si rivela una morta vivente, scrivendo così tanto di croci e lapidi e tombe e scheletri e tibie e teschi nei suoi scritti, in versi e in prosa, e nel suo grande romanzo, “Fosca”, da parermi quasi la morte una sua sorella in carne ed ossa: M’aveva dato convegno al cimitero…Nel dì dei morti…Saper vorrei se s’amano nella fossa i defunti.Forse nella tomba si sogna. E la passione per questo scrittore mi prese così fortemente che non ne abbandonai mai più lo studio, e divenne “il mio Ugo”.
Appresi che, già debilitato dalla tisi, fu strappato alla vita dal tifo, male troppo tardi riconosciuto dai medici, e che morì a Milano dopo qualche giorno di delirio, il 25 marzo 1869: ancora non aveva compiuto trent’anni! Il suo funerale fu modesto, ma vi parteciparono tutti gli amici, anche la contessa Clara Maffei, che lo aveva conosciuto nel suo salotto milanese e  ne era rimasta talmente affascinata da inviargli spesso dei fiori come saluto mattutino. La nobildonna ancora oggi riposa al Monumentale (in una tomba che consta di una croce, simbolo di fede, e di un angelo che sparge fiori, simbolo della sua bontà), così come tanti altri amici del compianto poeta, come Arrigo Boito, librettista e compositore di melodrammi di successo, e lo scrittore Salvatore Farina, l’amico fraterno che lo ospitò nella sua casa, dove, poi, Ugo morì.
Grazie ad una sottoscrizione degli amici fu possibile elevargli una tomba onorata nel giardino rialzato del Cimitero Monumentale di Milano. Come annotato da Salvatore Farina, sul sepolcro modesto, sotto un salice, circondato da rose, nascosto dal viluppo dell’edera tanto amata dallo scrittore, fu iscritto un malinconico epitaffio di Lionello Patuzzi:

Per amore dell’arte cui gli agi sacrificò, ebbe quotidiani dolori, morte precoce; onestamente libero, dilesse, compatì, fu amato e compianto; pose affrettato nei libri parte dell’anima cupida dell’infinito. Invece sulla colonnina posta sulla tomba fu, poi, vergata una poesia composta da Emilio Praga nel settembre del 1871: Nato pel cielo, e tutto in quello assorto.

Le spoglie mortali di Ugo, che tanto aveva amato Milano e così poco il suo paese natale, San Salvatore Monferrato, giacquero al Cimitero Monumentale fino al 1959, anno in cui furono traslati nella tomba di una lontana discendente nel luogo natio. Ecco il motivo fondamentale che mi spingeva a visitare quel famoso camposanto milanese: pur sapendo che lo scrittore caro al mio cuore più non vi dimorava, volevo vedere il luogo che lo aveva accolto e custodito per così tanto tempo…E chissà che non mi fosse riuscito di scovare qualche traccia superstite della sua permanenza in quel sacro porto di pace, una lapide, una colonnina, un salice, una rosa, in quel giardino rialzato in cui era stato sepolto secoli addietro!
Stringendo in cuore la speranza, serrando contro il petto il fascio di rose gialle che avevo voluto ugualmente comprare all’ingresso, ignara che quel giorno mi aspettavano insieme delusione ed esaltazione, affrontai il mio “itinerario del cuore”, e varcai la soglia del Monumentale provando subito un senso di sgomento ricordando che si estendeva per circa 250.000 metri quadrati. Esitai per qualche istante, ma mi rassicurò lo sguardo di una creatura a me cara e familiare, una gattina, dal manto nero e con gli occhi color di miele, che, fissandomi come in attesa, seminascosta da una lapide, sembrò invitarmi a proseguire senza esitazioni, infatti, poi, si volse e cominciò a camminare, prima lentamente, poi saltellando da una tomba all’altra, fiutando l’erbetta cresciuta negli interstizi della pavimentazione, sempre girandosi di tanto in tanto verso di me come per accertarsi che la seguissi. Ed io le andai dietro.
In un’atmosfera di sospensione quasi allucinata, nel silenzio degli altri visitatori e dei monumenti funebri immobili da secoli, già il mio sguardo perdendosi incantato fra le sepolture a perpetuità realizzate dai più importanti artisti (tante in stile liberty: meravigliose!), cominciai ad avanzare alla ricerca del luogo in cui avrei potuto trovare la tomba vuota del mio Ugo, dirigendomi subito verso i giardini rialzati, di levante e di ponente, che ispezionai con cura, prima l’uno, poi, l’altro, ma non vidi né salici, né rose, e nulla trovai che ricordasse il mio poeta, accompagnato il mio sconforto soltanto dal rumore dei miei passi, dai voli delle cornacchie gracchianti alti sul mio capo e dalla voce del vento fra gli alberi.
Tornai all’ingresso, mi presentai all’ufficio del cimitero, chiesi informazioni, l’impiegata gentilmente guardò al computer l’elenco di tutti i morti lì seppelliti... ma Iginio Ugo Tarchetti non risultava.  Parlai con altre due garbate signore che, in evidente conoscenza del luogo, con grande cortesia mi condussero al deposito dov’erano conservati i resti delle tombe dismesse: chissà, forse là avrei trovato qualcosa…ma nulla nemmeno lì. Ringraziai tristemente e cominciai a vagabondare nel cimitero, per visitarlo nell’interezza, per smaltire la delusione e, forse, ancora speranzosa di trovare ciò che cercavo. Ritornai al Famedio, l'entrata principale del Cimitero Monumentale, il luogo di sepoltura dei cittadini più illustri e meritevoli della storia e della cultura milanese, come Alessandro Manzoni e Carlo Cattaneo, ma che ricorda anche personaggi importanti altrove sepolti, come Giuseppe Verdi. Proseguii per la navata, lungo il portico, superai le colonne intervallate da statue funebri, continuai ancora a vagabondare da un viale all’altro, da una scultura a un mausoleo (uno ispirato pure alla Colonna Traiana), donne, uomini, bambini, cavalieri con la spada, creature celesti, in pose piangenti o meditative, opere commoventi, grandiose, persino eccessive (come la stupefacente ultima cena di una famosa famiglia milanese, con personaggi a grandezza naturale), realizzate nelle diverse epoche da scultori come Luigi Crippa e Enrico Butti, Michele Vedani e Francesco Penna, Medardo Rosso e Ernesto Bazzaro, Adolfo Wildt e Giannino Castiglioni.
Proseguendo in estatico stupore per le meraviglie artistiche che si offrivano ai miei occhi, non potevo impedirmi di commuovermi al pensiero di tutti quegli uomini e donne che, variamente, avevano dato lustro alla città e lì, ora, giacevano dormienti per l’eternità. E mi commuoveva anche il pensiero dei soldati della prima e della seconda guerra mondiale caduti al fronte per la Patria, ricordati da circa 500 lapidi, ma, in linea con i miei interessi di letteratura ed arte, il mio pensiero più che alla distruzione (la guerra) andava alla creazione (l’Arte), dunque soprattutto a quelli che avevano esaltato la Bellezza. E pensavo agli scrittori, ai poeti, ai pittori, agli scultori, ai musicisti; fra i tanti lì giacevano quelli a me più cari, Manzoni, Neera, Lalla Romano, Salvatore Quasimodo, Alda Merini, Francesco Hayez, Tranquillo Cremona, Medardo Rosso, Vladimir Horowitz; sì, la morte è democratica, accomuna e rende eguali, eppure grazie alla loro arte tutti aristocraticamente erano riusciti ad elevarsi, a distinguersi, divenendo, così, immortali.
E, d’improvviso, mi parve accadesse un prodigio, che si svuotassero le tombe, che sottoterra, in quelle culle di marmo o nei loculi a parete, dalla decomposizione, per inversa trasformazione, le ceneri ridiventassero carni, in ogni spoglia si riunissero tutte le cartilagini e le 206 ossa che compongono il corpo umano, tibie e peroni, carpi e metacarpi, tarsi e metatarsi, femori, scapole, vertebre, ossa della testa, del tronco, degli arti, e, ricostituiti gli apparati scheletrici, riconquistate le masse muscolari rifasciate di pelle, riformati gli organi interni, di nuovo a pulsare il cuore, tornato il sangue in circolo, reinsufflata la vita, sconfitta la morte, quei defunti riprendessero sembianze umane e, riabbigliati secondo la moda del loro tempo, in danza non macabra, leggiadri si muovessero alle misteriose melodie provenienti dal cielo, ed insieme anche i personaggi sacri, Cristo, Maria, la Maddalena, e gli angeli di pietra con le spade sguainate o accovacciati o piangenti o addolorati, con le ali ripiegate o distese.

 

Stefano Butti, "La morente", Tomba della famiglia Casati di Milano.


E vidi la statua della “Morente”, con le chiome sparse sul cuscino, i casti seni nudi, le esili braccia inerti, la fuga degli angeli pronta alle sue spalle per trascinarla in cielo, alzarsi dal letto di pietra e palpitare di vita, diventata lei Isabella, la giovane donna morta di parto a soli ventiquattro anni che sotto il suo tumulo giaceva. E vidi animarsi anche l’angelo della morte, che più non spiccava il volo verso l’alto con la creaturina che stringeva fra le braccia ma, con dolcezza, la riconsegnava ai suoi affetti. E il bacio, che in un gruppo statuario simbolicamente si scambiavano in segno di distacco l’anima e la vita mortale, diveniva bacio di ritrovata unione. E le lacrime delle figure dolenti, in pietra, in marmo, in bronzo, piegate sui sepolcri, si tramutavano in lacrime di gioia, e pure loro, in acquisita vita, tutti insieme a danzare in allegri girotondi per i viali alberati ingemmati di fiori profumati.
Mentre ero immersa nelle mie allucinate fantasticherie mi fermai di colpo dinanzi ad un sepolcro dove, da un bassorilievo inciso, occhieggiava il volto di un uomo ottocentesco con i favoriti identici al mio Ugo: strano, gli somigliava… (ma non si somigliano tutti i morti?)…ma non era lui, altro era il suo nome. Il mio sguardo accarezzò quell’antico volto, poi discese alla sua imponente culla di pietra sulla quale la moglie affranta aveva voluto scolpita la statua di una figura femminile in gramaglie, con i capelli raccolti sotto un cappellino dal quale si dipartiva un lungo velo da lutto appuntato con uno spillone, gli occhi chiusi, il volto atteggiato in smorfia disperata, le braccia protese ad abbracciare il sepolcro come a voler ancora lei stringere un’ultima volta il suo sposo.  Recitava l’epitaffio: Scivola via la vita come acqua fra le dita, ma insieme al mio dolore l’amore mio non muore. Alla memoria, come lampi nel cielo, improvvisi cominciarono a tornare i versi del mio poeta, stranamente non i suoi che parlavano di morte e che maggiormente mi avevano attratta, ma quelli che parlavano d’amore: vorrei saper quanti baci fur dati/ e a te, fanciulla, averli tutti dati…ponmi sul cor la mano/ senti egli batte ancora…Fanciulla, ricordi, /quei giorni d’aprile/che meco gentile/parlavi d’amore?... Mi ricordai, allora, della donna che aveva ispirato la “Fosca” del mio poeta (Carolina o Angiolina si chiamava) che, quando lui aveva prestato servizio nel commissariato militare a Parma, lo aveva amato d’incontrollabile passione. Pur malata, gli era sopravvissuta e, tornata nella sua Sardegna,  non aveva mai mancato di far giungere ogni anno  fiori sulla sua tomba nella ricorrenza del giorno dei morti. Finsi, allora, che quello fosse il sepolcro del mio poeta e d’essere io quella donna tornata in vita per omaggiare, ancora una volta, l’amore di un tempo.
Deposi, allora, sul sepolcro dello sconosciuto le rose che stringevo fra le braccia, sostai ancora un po’… E mi sovvenne un altro verso del mio poeta: Forse nella tomba si sogna!…Chissà, forse era vero…Forse anche le mie care ombre sepolte lontano sognavano, pensai alla mia mamma e alla mia nonna… sospirai, mi segnai la croce e, dopo un ultimo sguardo all’immagine dello sconosciuto, stranamente pacificata,  presi la via del ritorno.
Ripercorsi i viali all’inverso, rabbrividendo un po’ al vento divenuto più freddo, e mi sorprese un colpo di tosse.
Prima di varcare il cancello che segna il confine fra i due mondi opposti, mi voltai, come se percepissi una presenza dietro di me: era la  gattina dagli occhi color di miele,  mi aveva seguita, ed era ferma alle mie spalle. Mi biascicò un prolungato “miaooo”, le sorrisi, le feci “ciao” con la mano, ed uscii. Cominciava a piovere.

 

 

 

 

 

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