Francesca Santucci

 

VITE TRAGICHE

(Dall'antologia AA.VV.   "Pier Paolo Pasolini, il poeta civile delle borgate", Poetikanten 2016)

  

 

Ingiuriato dalla furia omicida, con il volto tumefatto per i colpi ricevuti, l’orecchio sinistro strappato via, il destro tagliato a metà, sul corpo i segni visibili degli pneumatici di quell’auto che barbaramente ci era ripassata sopra più volte: aveva 53 anni Pier Paolo Pasolini ed era il 2 novembre 1975 quando, tra baracche e rifiuti, all’idroscalo di Ostia, fu ritrovato senza vita il suo corpo, contro il quale l’aggressore si era scagliato con inaudita violenza. La magistratura, con frettoloso e lacunoso processo, stabilì che era morto assassinato per mano di un "ragazzo di vita", Giuseppe Pelosi, ma le circostanze, a distanza di tanti anni, restano ancora oscure e non chiarite, anche se sicuramente legate al mondo dei “ragazzi di vita” che lo scrittore conosceva e che tanto bene aveva raccontato con dolente e appassionata partecipazione.
Artista versatile, scrittore, poeta, giornalista, regista, perennemente circondato da un alone negativo, perseguitato da censori e magistrati (ogni anno quattro volte in tribunale per oltraggi al comune senso del pudore e reati a sfondo sessuale dai quali puntualmente assolto, per un totale di 33 processi) scomodo, critico anche verso quella sinistra alla quale apparteneva, come quando, nel ’68, rischiando l’impopolarità, in piena difesa del punta di vista del sottoproletariato, si schierò contro gli studenti figli di papà borghesi e piccoli borghesi a favore dei poliziotti di origine proletaria: resta incomprensibile come abbiano potuto colpirlo proprio coloro dei quali si era eletto interprete e come la magistratura ancora non abbia sciolto l’enigma della sua morte.
Affascinato dal vitalismo dei sottoproletari romani, dalla carica umana che, pur immersa nell’abbrutimento, conservavano, da quella Roma marginale che aveva scoperto nella lunga frequentazione del popolo di periferia, Pasolini ne denunciò lo squallore, lasciandoci un ritratto fedele dell’epoca in due formidabili opere: “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta”.
In "Ragazzi di vita", del ’55, che gli costò un processo per oscenità, ma che Moravia definì “il romanzo che con scandalo e forza di denuncia rivelò la realtà "diversa" del sottoproletariato romano”, attraverso la vita di un gruppo di ragazzi dei suburbi, il loro vagabondaggio, gli atti di teppismo, la noia e le avventure minime, indagò sulla diversità sociale dei quartieri poveri di Roma, visti come luogo primordiale, quasi stato di natura, in qualche modo puro e incontaminato come il mondo friulano contadino nel quale affondava le sue radici. I protagonisti si chiamano Riccetto, Rocco, Alvaro, Alduccio, ma, in fondo, sono interscambiabili fra loro, accomunati dallo stesso modo di vivere, dall’identica parlata a metà tra il dialetto e il gergo della malavita, dallo stesso destino, dal quale si salverà solo Riccetto, scegliendo d’integrarsi nella società dei consumi attraverso il lavoro.
L’altro romanzo, pubblicato nel 1959, "Una vita violenta", insieme a "Ragazzi di vita" compone il "dittico delle borgate romane" poiché l’autore vi descrive la drammatica vita di quegli anni del sottoproletariato romano di borgata, periferia della grande città, emarginata dalle ingiustizie sociali, un mondo dal quale Pasolini era attratto per la spontanea ingenuità, per la purezza di valori contrapposti a quelli borghesi, salvo, poi, ricredersi quando, con il boom economico degli anni ’60, subendo il fascino del consumismo, quei sottoproletari s’imborghesirono.
Contrariamente a “Ragazzi di vita ", dove avevo eletto protagonista la varia eppure simile umanità dei borgatari, in "Una vita violenta" il protagonista è Tommaso Puzzilli, uno sbandato che frequenta sbandati appartenenti come lui alla borgata di Pietralata, eppure Tommaso è diverso dagli altri, in lui si agitano dei fermenti che lasciano intravedere una diversa coscienza, un animo generoso e un desiderio di riscatto dallo squallore del suo ambiente dove caratteristiche comuni sono il vizio e l’abbrutimento, e dove, in un clima di prepotenza, la comunicazione avviene solo attraverso la violenza verbale della parlata romanesca tanto usata dall’autore che, utilizzando il dialetto, intendeva registrare dal vero l’esistenza difficile di quei ragazzi ed esprimere la sua adesione viscerale al sottoproletariato romano, visto come mondo ”diverso” da quello borghese.
Ammalatosi di tubercolosi Tommaso guarisce, però il suo fisico resta segnato dalla malattia: da allora in poi la sua vita si svolgerà in una violenza che può essere interpretata come esigenza di opporsi alla precarietà dell'esistenza e contro la minaccia sempre incombente della fine, attraversando episodi da teppista, ed anche aggregandosi a bande neofasciste. Infine prenderà coscienza e diventerà militante comunista, e, quando la tempesta improvvisa allagherà le case di borgata, nonostante la salute precaria, non esiterà a partecipare alle azioni di soccorso, in uno slancio di generosità che lo redimeranno agli occhi del mondo e di se stesso. L’indomani il suo destino sarà già segnato: tra i colpi di tosse e gli sputi di sangue realizzerà il rinnovato vigore del suo male, concludendo in modo violento la sua vita violenta.
Interprete appassionato, ma mai lontano dalla lucida visione, spesso accostato a Caravaggio (accomunato dalla stessa frequentazione degli “umili” e dalIa fine tragica), Pasolini osservò con sentita partecipazione il sottoproletariato di borgata, cercando sempre di metterne in luce il valore umano e il contributo all’evoluzione di tutta la comunità, ai margini della quale lo ponevano solo le circostanze e le ingiustizie sociali, in analisi profonda della tragedia insita nel destino dei borgatari che, pur aderendo ai nuovi valori della società, esplosi col boom economico, soggiogati dal fascino del denaro e dei beni di consumo, ne restavano esclusi e subalterni.

 

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