Francesca Santucci
IL NATALE DI
CICCIO IL RICCIO
(antologia
AA.VV., Le pagine del Natale,
L'Argolibro
2025)
Si avvicinava novembre e, come
facevano tutti i ricci nei mesi freddi, anche Ciccio il Riccio doveva
andare in letargo, fino a marzo, perciò nei mesi precedenti si era nutrito
in abbondanza dei suoi cibi preferiti: insetti, lombrichi, vermetti,
larve, lumache, rane, piccoli rettili e perfino serpenti velenosi.
Ora, come i suoi compagni, si
sarebbe rifugiato in un luogo inaccessibile e sicuro, dove trascorrere
l’inverno protetto dalle insidie e riparato dal freddo, sottoterra, in una
buca, in un nido, una cavità nel sottobosco, fra foglie secche e tronchi o
tra la vegetazione, in boschi, siepi, cespugli, giardini, anche se,
qualche volta, in passato, gli era capitato pure di addormentarsi,
esausto, in posti impensabili come i bordi delle strade o sui marciapiedi:
ma allora era stato fortunato perché nessuno lo aveva notato e, dunque,
schiacciato.
Sistematosi nella tana prescelta,
avrebbe, poi, diminuito il battito cardiaco e ridotto al minimo le
funzioni vitali per risparmiare energia, sprofondando in un sonno
profondo che lo avrebbe fatto sembrare apparentemente senza vita.
Ma quell’anno Ciccio il Riccio,
curioso e un po' testardo, non voleva proprio saperne di andare a dormire,
neppure in un ricovero attrezzato con un bel giaciglio di foglie di
tiglio. Aveva sentito parlare, infatti, per la prima volta, del Natale,
dagli uccellini invernali del bosco che, volando qui e là, sbirciando
dagli alberi o posati sui davanzali degli edifici, ogni anno osservavano i
preparativi di questa festa e come gli esseri umani la festeggiavano.
Merli, tordi e pettirossi gli
avevano raccontato dei festoni luminosi che abbellivano quasi tutti i
luoghi delle città e dei paesi, degli alberi di Natale addobbati con fili
multicolori, fiocchi e palline colorate, dei presepi amorevolmente
allestiti nelle case, del profumo dei cibi tradizionali, dei dolci effluvi
di vaniglia e cannella che si sprigionavano dalle pasticcerie, delle
canzoncine intonate dalle vocine infantili, dei canti sacri nelle chiese,
dei doni che gli umani si scambiavano, e si era invaghito di quest’atmosfera
che, assolutamente, voleva vivere pure lui, perciò decise che quell’anno
non sarebbe andato in letargo, sarebbe rimasto sveglio per partecipare a
quella festa collettiva.
Ma i ricci non possono stare svegli
a Natale, in quel periodo già da tempo dormono il loro lungo sonno
invernale, perciò ogni tanto sbadigliava, ma, per non crollare, cercava di
tenersi desto bevendo caffè di ghiande o facendosi pungere dagli insetti
(che ai ricci non fanno nulla, essendo resistenti ai veleni e alle
punture, grazie a una misteriosa immunità naturale) o chiacchierando tutta
la notte con una sua vecchia conoscenza, una civetta notturna.

E c’era quasi, si avvicinava la
Vigilia di Natale, si sarebbe allontanato dal bosco e spinto nel vicino
centro abitato per immergersi nella festosa atmosfera natalizia (lo
desiderava tanto!) quando crollò stanco su un giaciglio di erbe secche
nella sua tana: stava quasi per addormentarsi. Subito si sparse la voce.
Accorsero merli, tordi, pettirossi, la civetta, persino un topo, che non
era andato in letargo (i topi non vanno in letargo) e lo trovarono triste,
e lì lì per addormentarsi, ma i suoi amici del bosco, vedendolo così
abbattuto, decisero di portargli il Natale nella sua tana, e
immediatamente si misero all’opera.
In tutta fretta raccolsero bacche di
pungitopo di un brillante colore rosso vivo, verdissimi aghi di pino,
pigne di piccole dimensioni dalle sfumature viola-brunastre e
rosso-marroni, dorate foglie secche e muschio verde, giallo e glauco, e
con quelli intrecciarono una ghirlanda e decorarono l'ingresso della tana,
che la luce della luna illuminò facendolo risplendere a festa.
Ciccio il Riccio, in un ultimo
slancio, prima di sprofondare nel letargo, spalancò i piccoli occhi neri,
ammirò quello splendore e sorrise: i suoi amici avevano fatto avverare il
suo desiderio.
E, così, dopo aver visto quella
magia, si addormentò felice, sognando di correre oltre i boschi e le
montagne innevate, fra i tetti silenziosi e le stelle d'argento, sul carro
volante di Babbo Natale vestito di rosso, spinto dal magico galoppo delle
candide renne.