Francesca Santucci

 

I MILLE GIORNI DI ANNA BOLENA

 

dall'antologia collettiva "Londra", edizioni EKT Edikit 2015

 

 

Ritratto di Anna Bolena di autore ignoto (1533 -1536)

 

Clic sul link per ascoltare la ballata inglese composta  (pare) da Enrico VIII per Anna Bolena (llady Greensleaves).

https://www.youtube.com/watch?v=8rrMojC-DJg&feature=share

 

 

 La Torre di Londra (Tower of London), edificata nel 1078 per volontà di Guglielmo il Conquistatore, il primo re d’Inghilterra della dinastia dei Normanni, è una complessa costruzione medievale costituita da vari edifici fortificati. Usata nel tempo come fortezza, residenza reale, polveriera, serraglio, prigione di stato, luogo di torture, zecca nazionale e, in tempi più recenti, come armeria e forziere dei gioielli della Corona, al centro ha un castello normanno chiamato la Torre bianca (White Tower) con intorno solide mura intervallate da 12 torrioni. Come prigione la Torre fu utilizzata per la detenzione di personaggi appartenenti a famiglie di alto rango e per i dissidenti religiosi, che venivano giustiziati dopo la prigionia (i religiosi dopo essere stati anche torturati, giacché per loro più severo era il trattamento). Languirono e trovarono qui la morte molti uomini illustri, ma anche molte donne nobili, tra cui la seconda moglie di Enrico VIII, la regina Anna Bolena, per la cui esecuzione fu fatto arrivare un carnefice da Calais, Jean Rombaud di Saint-Omer, non un boia come tutti gli altri, ma un maestro di spada, rapido ed esperto, che poteva offrire il meglio della sua professione, perciò era molto richiesto e ben remunerato. Forte della sua abilità e della sua fama, pertanto l’uomo non si stupì affatto quando fu convocato d’urgenza a Londra, nella seconda metà di maggio del 1536, per eseguire una condanna a morte. Raggiunta Londra, si presentò alla Torre, dove apprese che l’indomani, alle 8,00, nel prato, avrebbe avuto luogo l'esecuzione. Fu solo il giorno dopo che seppe che la vittima era la seconda moglie di Enrico VIII, re d’Inghilterra e sovrano d’Irlanda. E, quando la vide avanzare, tranquilla, serena, in una veste grigia, avvolta da un mantello di ermellino, con il capo coperto da un cappuccio bianco, sotto il quale una cuffietta celava i suoi capelli neri, si rese conto che era anche affascinante.
Salita sul patibolo, pronto il boia per l’esecuzione, silenziosi i pochi presenti, impassibili i nobili, prima con voce incerta, poi con tono più sostenuto, la sventurata regina così parlò alla folla:


Buon popolo cristiano, sono venuta qui a morire secondo la legge, poiché dalla legge sono stata condannata a morte, e quindi non mi opporrò. Non sono qui per accusare alcuno, né per dire niente a riguardo delle accuse e della condanna a morte, ma per pregare Dio affinché salvi il re e gli consenta di regnare a lungo su di voi, perché mai vi fu un principe più dolce e misericordioso di lui: e con me egli è sempre stato un sovrano buono e gentile. E se qualcuno interverrà nella mia causa, io gli chiedo di giudicare al meglio. E così prendo congedo dal mondo e da tutti voi, e desidero vivamente che tutti voi preghiate per me. O Signore, abbi pietà di me, a Dio raccomando la mia anima. 1

Terminato il discorso, per l’esecuzione Anna (che il re aveva risparmiato dalla morte sul rogo) secondo l’usanza francese fu fatta inginocchiare in posizione verticale, per ricevere il colpo mortale con un’affilata spada di qualità a doppia lama che le avrebbe dato morte immediata. Mentre pregava, alcune dame che l’avevano accompagnata, per lasciarle libero il collo, le tolsero il cappuccio e le collane, un’altra le pose una benda sugli occhi chiusi, allora il carnefice, per sorprenderla, ed evitare che, istintivamente si spostasse indietro con la testa, ordinò alla folla di portargli una spada, ma, contemporaneamente, afferrò quella che aveva già pronta, nascosta in terra fra la paglia, e di netto le tagliò la testa. Un gentiluomo fece un cenno a indicare che era tutto finito. Subito accorsero le quattro dame che l’avevano accompagnata, una coprì la testa con un panno bianco, le altre si occuparono del corpo.
L'essere stata decapitata da uno dei più abili boia d'Europa, piuttosto che da un volgare “ mastro d'ascia” della Torre di Londra, fu l’ultimo privilegio concesso da Enrico VIII ad Anna Bolena, non bella ma affascinante, intelligente, che sapeva discutere di teologia e letteratura, che era passata dalla splendida corte francese a quella severa inglese, dalla condizione di piccola borghese al fasto del trono d'Inghilterra, facendo nascere l’anglicanesimo perché, per sposarla, non volendo papa Clemente VII concedergli il divorzio da Caterina d’Aragona, pur di ottenerlo il re aveva separato, tramite il Parlamento, l’Inghilterra dalla Chiesa di Roma. Un tempo il sovrano l’aveva molto amata, l’aveva corteggiata galante e premuroso, le aveva scritto lettere appassionate, aveva anche incaricato il pittore di corte, Hans Holbein il Giovane, di inventare gioielli che tra le maglie intrecciassero le iniziali dei loro nomi, cioè Henry e Anna, oppure Hisa, Henry Immuable Serviteur de Anne, e lei, da parte sua, gli aveva donato un gioiello con diamante in cui era raffigurata una damigella solitaria su una nave in tempesta, allegoria della condizione della sua vita in subbuglio perché innamorata di un uomo sposato e con una figlia.

 

 

Hans Holbein il Giovane, Enrico VIII ,  (1539 - 1540).


Incerta è la data nascita di Anna Bolena (nome italianizzato di Anne Boleyn), nata, forse, nel 1501, o nel 1504, o nel 1507, perciò s’ignora quanti anni avesse di preciso quando Enrico VIII s’invaghì di lei, ma certamente lui era molto più grande. Anna era stata accolta alla corte d'Inghilterra come damigella della regina non senza destare stupore, poiché non apparteneva a un nobile casato e, oltre all’avvenenza e all’eleganza, non vantava particolari meriti. Era approdata a quest’onore grazie all'abilità diplomatica del padre sir Thomas Boleyn e ai successi mondani della sorella Maria, sposata a un compiacente cortigiano, ma una delle favorite del re.  Ambiziosa e determinata, non voleva accontentarsi di una posizione simile a quella della sorella; guidata anche dalla sapiente regia paterna, mirava più in alto. Giovanissima era stata ospite alla corte di Francia, dove aveva acquisito modi brillanti ed assimilato anche una certa disinvoltura di costumi comune alla corte francese. Aveva ricevuto diverse proposte di matrimonio, ed anche un suo cugino, Thomas Wyatt, uno dei più grandi poeti inglesi del periodo Tudor, si era invaghito di lei e le aveva dedicato teneri versi d'amore.
Il suo ingresso ufficiale a corte avvenne nel 1526, prendendo parte, insieme alla sorella Maria, a un ballo mascherato, il pageant, una sorta di rappresentazione teatrale molto famosa a quel tempo, in cui ad ogni partecipante, in base al tema prescelto, veniva affidato un ruolo. Nel Chateau Vert Maria impersonò la Gentilezza, la duchessa di Suffolk la Bellezza e Anna la Perseveranza. Elegantemente vestita, con un abito di raso bianco ricamato con fili d'oro, suscitò l’ammirazione di tutti, soprattutto di Henry Percy, erede del conte di Northumberland, con il quale si fidanzò segretamente legandosi d’un amore appassionato e felice, ma che non riuscì a sposare perché fu avversata dalla zio del giovane, il potente cardinale Wolsey, primo ministro di Enrico VIII, che la giudicò non idonea a sposare suo nipote perché lui aveva un titolo nobiliare superiore al suo.
Forse Anna non era proprio bella, ma sicuramente dovette essere di grande fascino, con lunghi capelli neri, profondi occhi scuri, belle mani e braccia, di modi garbati e bel portamento, abile nel ballo, elegante nel vestire, civettuola nel mostrare la sua cultura. Secondo il detrattore Nicholas Sanders, che scrisse senza averla mai vista, accecato dal pregiudizio cattolico, detestando chi, come lei simpatizzava per le idee riformistiche, era brutta, cattiva, sfacciata, alta di statura, segno di tendenze libidinose, di carnagione scura, che solo le donne plebee e le streghe avevano, e poi, segni inequivocabili del legame con il diavolo e con le streghe, con una grossa escrescenza sul collo, un dente sporgente e sei dita nella mano destra. Thomas Wyatt la descrisse di carnagione olivastra, con un neo sul collo e non con un sesto dito, ma con un’unghia incarnita. Ma il ritratto più attendibile probabilmente è quello che offrì il diplomatico e diarista veneziano
Marino Saruto, tramandandola di statura media, colorito scuro, bocca grande e carnosa e collo lungo e sottile come quello di un cigno, proprio come nel quadro esposto agli Uffizi2 in cui è immortalata con pelle olivastra e grandi occhi neri a mandorla che le conferiscono uno sguardo magnetico.

 

 

Ritratto di Anna Bolena ,  1535 circa, Firenze, Uffizi, Collezione Gioviana.


Il fascino di Anna non sfuggì ad Enrico VIII, forte, virile, esuberante, colto, buon parlatore, che andava a caccia con l’arco e col falcone, sapeva suonare il flauto, comporre musica e scrivere inni, un sovrano potente, come sottolineato anche dall’abbigliamento sfarzoso e dai gioielli che indossava, ma fiaccato da un senso di pessimismo e di vuoto per problemi di politica nazionale ed internazionale, in più preoccupato per la mancanza dell’erede maschio. E, quando pose lo sguardo su Anna, così giovane, raffinata, vitale, la trovò più desiderabile di Maria, che era una di una bellezza pacata, ed anche un'amante tranquilla. Anna riuscì a conquistare il re con un sottile gioco di seduzione che ben aveva appresso alla corte di Francia, alternando atteggiamenti ingenui ad altri carichi di promesse, che insieme lusingavano e irritavano il sovrano, che, infine, fu stordito d’amore e desiderio. Inizialmente lei respinse le profferte del sovrano, poi ammise di ricambiare i suoi sentimenti, ma si guardò bene dal cedere alle reali insistenze, voleva diventare sua moglie, non la sua amante: intuiva di avere davanti a sé un traguardo ambizioso, quello di diventare regina, e pazientemente attendeva, fra dinieghi e concessioni, appuntamenti più o meno segreti e lettere appassionate. A queste manovre, giudicandola una piccola avventuriera, la corte assisteva sbigottita, Caterina d'Aragona, la consorte di Enrico VIII, sopportava con regale dignità quella che riteneva un'ennesima avventura extraconiugale dell’esuberante marito smanioso di avere il sospirato erede maschio che lei non riusciva a dargli. Ma la passione del re si accese sempre più, finché non propose il matrimonio ad Anna, bisognava, però, eliminare un ostacolo: Caterina.
Per ottenere il divorzio Enrico VIII si rivolse al Vaticano, convinto che il papa non gli avrebbe negato nulla, essendosi dimostrato il più fedele difensore del cattolicesimo contro la minaccia protestante, e avrebbe annullato il matrimonio, ma, sia per ragioni politiche sia religiose, l’annullamento non arrivava, intanto, però, Anna aveva ceduto ed era diventato l’amante del re, che le aveva accordato il titolo di marchese di Pembroke3 e continuava a scriverle lettere appassionate.
Di fronte alle esitazioni di Clemente VII il re decise, allora, di risolvere a modo suo il problema, e il 25 gennaio 1533 sposò segretamente Anna, legittimando così la successione al trono del figlio che doveva nascere: Anna Bolena aveva dunque vinto. Caterina, sconfitta, venne esiliata in un remoto castello e Anna fu incoronata regina nell’Abbazia di Wenstminster: l'Inghilterra aveva, ora, una nuova sovrana, inglese, non più straniera. Ben presto, però, cominciarono ad addensarsi sull’unione le prime nubi: l'erede tanto atteso nacque, ma era una femminuccia. Questo fatto fece sorgere una difficile questione dinastica: chi sarebbe salito un giorno sul trono d'Inghilterra? Maria, figlia di Caterina d’Aragona, o Elisabetta, figlia di Anna Bolena? Si sperava, pertanto, che al più presto Anna mettesse al mondo un maschio.
II 6 gennaio 1536 Caterina morì, e i cortigiani, che speravano di cogliere una qualsiasi traccia di emozione sul volto del sovrano, restarono delusi, eppure qualcosa in lui era già mutato: Anna lo aveva stancato con le febbrili collere e perché ancora non era riuscita a dargli il sospirato erede. Inoltre, la notizia dell'ennesimo aborto, per di più di un figlio maschio, fece scaturire in lui l’idea che anche questo suo matrimonio fosse maledetto da Dio, allora cominciò a corteggiare un’altra donna. Uomo di contrasti, volubile, che aveva amato Caterina perché modesta e riservata, Anna perché vivace e capricciosa, ora il sovrano si mostrava sempre più spesso con una nuova amica dolce, tranquilla, “la donna più virtuosa e gentile che vi sia”: 4 Jane Seymour. A corte, dove Anna era stata sempre malvista per i suoi modi rilassati e brillanti, ben lontani da quelli britannici, e per il suo ascendente sul sovrano, dissero che il re era passato “dall’Inferno al Paradiso”.5  Intanto erano mutate anche le condizioni politiche. Ora il primo ministro era Thomas Cromwell, ambizioso, senza scrupoli e di finissimo intuito politico, che si era reso conto che era necessario riavvicinarsi alla Spagna, mortalmente offesa del ripudio di Caterina. Cromwell sapeva che avrebbe reso un gran servigio all'Inghilterra e al sovrano allontanando Anna: avrebbe ottenuto il riavvicinamento alla Spagna e la fine di quel matrimonio assurdo. Il sogno di Anna stava per svanire, la sua fine era segnata. Cromwell cominciò a tessere il suo intrigo, imbastì un processo in cui sei uomini furono accusati di aver avuto rapporti sessuali con lei: un musicista di corte, Marc Smeaton, che, sotto tortura, ammise tutto (gli altri negarono ogni addebito), il poeta Thomas Wyatt, Henry Norris (cortigiano della Camera della Corona ed amico del re fin dall'infanzia), Francis Weston (un giovane gentiluomo appartenente alla cerchia di intimi della regina), William Brereton e Richard Page (entrambi cortigiani della Camera Privata del re) e persino Lord George Boleyn (fratello di Anna). Allora Anna fu rinchiusa nella Torre, il carcere che ospitava tutti i nemici del Regno. Il processo fu breve, le accuse terribili: adulterio (aveva tradito il re con sei uomini), incesto (aveva tradito il re anche con suo fratello, accusa rinforzata dalla testimonianza della cognata), stregoneria (aveva sottoposto il re a una magia per indurlo a sposarla) e alto tradimento (aveva tramato un piano per uccidere il re). Anna negò con forza tutte le accuse e si difese con eloquenza, ma inutilmente. Giudicata colpevole, fu condannata a morte e giustiziata quattro giorni più tardi, il 19 maggio 1536, dopo essere stata costretta ad assistere alla morte dei suoi presunti amanti, che subirono la stessa sorte (tutti tranne Richard Page e Thomas Wyatt, per il primo cadde l’accusa, il secondo fu rilasciato grazie alla sua amicizia con Cromwell). Tra i suoi giudici si trovava anche suo padre, ma l'unico che non votò per la sua morte fu Percy Northumberland, il suo primo amore che, alla notizia del verdetto di condanna, ebbe un malore e dovette essere trasportato fuori dell’aula: morì otto mesi dopo.
Gli ultimi angoscianti giorni della sua vita Anna li trascorse negli appartamenti reali della Torre di Londra, alternando, come descritto nelle lettere a Cromwell dal carceriere Kingston, stati di smarrimento e disperazione a slanci di vitalità, sperando, forse, che avrebbe avuto salva la vita e si sarebbe potuta ritirare in convento. Con lei c’erano quattro dame: la zia lady Boleyn, la signora Cofyn, la signora Stonor e un'altra donna di cui s’ignora il nome che, più che dame di compagnia, erano “guardiane”, come le definiva Anna, perché avevano il compito di spiarla e di andare a riferire a Kingston ciò che ritenevano interessante.
Infine Anna affrontò serenamente il patibolo. Così scrisse, probabilmente,6 durante gli ultimi giorni di prigionia nella Torre:

Morte, deh Morte, cullami nel sonno,

dammi l'eterna quiete e dal malato

petto, ti prego, porta via con teco

l'innocente mio spirito angustiato.

Per me tu a morto, su, campana suona,

con lugubri rintocchi suona a morto

per dire al mondo che io morta sono.

Morte, qui t'avvicina:

più alcun non v'è rimedio.

 

I miei dolori esprimerli chi può?

Tanto, ahimé, sono forti i miei dolori;

il mio dolor sì forte non mi rende

da potere la vita prolungare.

Per me tu a morto, su, campana suona,

con lugubri rintocchi suona a morto

per dire al mondo che io morta sono.

Morte, qui t'avvicina:

più alcun non v'è rimedio.

 

Sola nel duro carcer segregata

attendo che si compia il mio destino.

Triste sorte crudel volle che io

cotal dovessi miseria provare!

Per me tu a morto, su, campana suona,

con lugubri rintocchi suona a morto

per dire al mondo che io morta sono.

Morte, qui t'avvicina

più alcun non v'è rimedio.

 

Addio ai piaceri miei che son passati,

benvenuto al presente mio dolore!

Sento cotanto i miei tormenti crescere

che la mia vita più non può durare.

E tu più a morto non suonar campana

i lugubri rintocchi a morto cessa

con cui dicesti al mondo che son morta.

Morte, qui t'avvicina

più alcun non v'è rimedio.

 

(Traduzione di Piergiorgio Cavallini)

 

 

 

Édouard Cibot, Anna Bolena alla Torre di Londra, 1835.

 

Dopo la sua morte, crudele e ingiusta (giacché nessuna delle accuse mosse contro di lei erano attendibili, fu vittima di una congiura e il processo fu una farsa) vennero distrutti tutti i suoi ritratti e i suoi libri, bruciati la corrispondenza, le poesie e le canzoni che amava scrivere, nonostante ciò la figlia che aveva avuto da Enrico VIII, dichiarata illegittima dopo l’esecuzione della madre, ma allevata insieme al fratellastro Edoardo VI (deceduto appena sedicenne), ricevette una vasta educazione umanistica e crebbe splendidamente. Salita al trono nel 1558, divenne una grande regina, Elisabetta I, che improntò di se tutta un’epoca che da lei prese il nome: l’età elisabettiana. Anna, che aveva regnato solo mille giorni (dal gennaio del 1533 al 18 maggio 1536), fu mandata a morte perché non aveva dato al sovrano l’erede maschio, ma la sua Elisabetta fu una regina più grande di tutti i re, la più grande regina d’Inghilterra.

 

Note

 

1) Christopher Hibbert, Tower Of London: A History of England From the Norman Conquest, 1971.

2) Anna Bolena, 1535 circa, Firenze, Uffizi, Collezione Gioviana.

3)Anna Bolena ricevette il titolo di marchese e non marchesa di Pembroke (titolo, quest'ultimo, che una donna di norma acquisiva sposando un marchese), per proprio diritto (suo jure).

4) Rapelli P., Simboli del potere e grandi dinastie, II parte, Electa Gruppo editoriale l’Espresso, Roma 2004.

5) Op. cit.

6) Poesia attribuita ad Anna Bolena.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Hibbert C., La torre di Londra, Mondadori editore, Milano 1969.

Erickson C., Anna Bolena, Mondadori, Milano 2005.

Antonia Fraser, Le sei mogli di Enrico VIII, Mondadori, Milano 1997.

Lettere d'amore di Enrico VIII ad Anna Bolena, traduzione e cura di Iolanda Plescia, con un saggio di Nadia Fusini, Nutrimenti, Roma 2013.


D'Amore M, La donna nella storia. Viaggio nei secoli alla scoperta del ruolo della donna, Sovera edizioni, Roma 2004.

Rapelli P., Simboli del potere e grandi dinastie, II parte, Electa Gruppo editoriale l’Espresso, Roma 2004.

I grandi pittori, vol. II, De Agostini, Novara 1987. 

 

 

 

 

 

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